I banditi di Cutro ricordano il loro Pasolini

 “ …la cultura del centro sta distruggendo giorno per giorno, a vista d’occhio, le culture eccentriche. Essa ha a sua disposizione mezzi d’informazione e di imposizione dei propri modelli, come mai nessun potere precedente al mondo. Inoltre essa, anziché eroismo, richiede alle ‘masse’ una pura e semplice disposizione all’edonismo: la felicità (in parte realizzabile) del consumo (superfluo). Eccetera. È un bene? È un male?”

Con questo amaro interrogativo ha lasciato amaramente il mondo: Pier Paolo Pasolini assassinato ad Ostia, in circostanze ancora immerse nel buio, il 2 novembre 1975. Son passati poco meno di quarant’anni e Pasolini è ancora e sempre presente e ci manca davvero…oggi!

Scrive Enzo Siciliano che “ l’emozione per l’uccisione di Pasolini fu enorme: e l’idea che egli fosse stato ucciso in un agguato ‘politico’ si diffuse subito presso moltissimi. Lui il polemista, pubblico accusatore del ‘Potere’, del regime trentennale che governava l’Italia, veniva ‘liquidato’, messo violentemente a tacere, e a tacere nel modo più sofisticato e screditante…”. “Fu questa – aggiunge Siciliano – forse una forza del mito: quel mito che Pasolini stesso, (consciamente, inconsciamente?) alimentò di sé. Cristo piagato e perseguitato: un San Paolo redivivo che detta ai Romani le proprie cocentissime lettere.” Già il Pasolini marxista e cristiano, amato e odiato.

Una cosa è certa, l’aver messo a tacere, così prematuramente oltre che violentemente, una simile voce, un’intelligenza così agguerrita, uno spirito così attento ad ogni vicenda umana, per la letteratura, per la cinematografia, per la cultura, insomma, italiana e perché no anche europea è stata una grave perdita che ancora si avverte.

Pasolini è stato provocatore di scandali intellettuali, in ogni tempo del suo pur breve terreno passaggio, già dalle poesie infantili di Sacile dove frequentò la scuola primaria; del resto la copiosa somma di denunce che si attirò è sufficientemente significativo. Come dimenticare la vicenda giudiziaria tutta calabrese per quel “banditi” alla gente di Cutro. E la dualità, fra l’estate e l’autunno del ’59, che ne seguì tra la Cutro democristiana  e la Crotone tutta rossa che gli aveva assegnato l’omonimo “ Premio” per il suo secondo romanzo Una vita violenta, riconoscimento che veniva da una giuria di tutto rispetto e che vedeva insieme Gadda, Bosco, Bassani, Moravia, Repaci, Sansone, Ungaretti e Rosario Villari.Scusate se è poco.

“Banditi” i Cutresi: oggi si direbbe “infelice” espressione di un  bossiano o padano. Ma era solo un eufemismo al contrario. Era il “suo” linguaggio che metteva il dito nella piaga, volutamente. Insomma i suoi scritti, i suoi films, avevano il nobile scopo della ricerca della “moralità”, il dare dignità all’uomo e alla comunità, che per i più risultava sconcertante. E così quel “banditi “ di Cutro non voleva esprimere solidarietà alla gente di Calabria? Non voleva essere, dalla sua ottica d’intellettuale, un tentativo di assegnare rispetto e dignità ai lavoratori cutresi che gli erano apparsi esiliati dal contesto della società?

Leggiamo le sue impressioni: “Appena partito da Reggiocittà estremamente drammatica ed originale, di un’angosciosa povertà, dove sui camion che passano per le lunghe vie parallele al mare si vedono scritte come ‘Dio aiutaci’ – mi stupiva la dolcezza, la mitezza, il nitore dei paesi della costa. Così circa fino a Porto Salvo. Poi si entra in un mondo che non è più riconoscibile[…]Ecco, a un distendersi delle dune gialle, in una specie di altipiano, Cutro. È il luogo che più m’impressiona di tutto il lungo viaggio. È veramente il paese dei banditi. Ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi. Si sente, non so da cosa, che siamo fuori dalla legge, o, se non dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, a un altro livello.”

Certamente Pasolini non doveva alcuna spiegazione o giustificazione, ma lo fece ugualmente, affidando a “Paese sera” del 28 ottobre dello stesso anno il suo chiarimento, non certamente per captatio benevolentiae, ma per pura onestà intellettuale che non gli mancò mai e forse per dare una lezione di storia a chi poteva intendere solo che lo volesse. “Dicendo che la zona di Cutro è quella che mi ha più impressionato in tutto il mio viaggio, ho detto la verità: chiamandola poi zona di ‘banditi’, ho usato la parola:1) nel suo etimo; 2) nel significato che essa ha nei film westerns, ossia un significato puramente coloristico; 3) con profonda simpatia;[…] Anzitutto, a Cutro, sia ben chiaro[…]il quaranta per cento della popolazione è stata privata del diritto di voto perché condannata per furto:questo furto consiste, poi, nell’aver fatto legna nei boschi della tenuta del barone Luigi Barracco. Ora vorrei sapere che cos’altro è questa povera gente se non ‘bandita’ dalla società italiana, che è dalla parte del barone e dei servi politici.[…]La storia della Calabria implica necessariamente il banditismo: se da due millenni essa è una terra dominata, sottogovernata, depressa. Paternalismo e tirannia dai Bizantini agli spagnoli,dai Borboni ai fascisti, che cos’altro potevano produrre  se non una  popolazione nei cui caratteri sociali si mescolano una dolorosa arretratezza e un fiero spirito di rivolta? E appunto per questo non si può non amarla, non essere tutti dalla sua parte.”

 Orbene, giustamente Cutro ancora una volta vuole ricordare questo suo indimenticabile “protettore” e lo fa con un incontro dal tema “Lo sguardo bandito: luoghi, persone, memorie della provincia crotonese nell’opera di Pasolini”. Domani, 3 aprile dalle ore 18.00 nella sala polivalente di Piazza Umberto I saranno proiettate sequenze dei films “Il Vangelo secondo Matteo”, “Profezia” e “Comizi d’amore”. La rivisitazione del Pasolini crotonese è voluta dall’associazione Gettini di Vitalba col patrocinio della Provincia di Crotone e dei Comuni di Cutro e Isola Capo Rizzuto per ricostruire “un’identità che affondi le sue radici profonde nel nostro glorioso passato e che ce ne faccia sentire fieri senza per questo lasciarci inquinare e travolgere dal sentimento della nostalgia; con la consapevolezza che quel passato, la sua ombra lunga ed imperitura ci può guidare ed indirizzare verso un altro futuro, diverso e condiviso dall’intera comunità”.

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