Il viaggio forse una maniera di sottrarsi alla morte

Da giovane ho letto molto di Salinger, e forse sarà a causa di questo che si è radicata in me una certa disobbedienza alle imposizioni, ad ogni minima forma di dittatura, alle cose circoscritte, alla monotonia.

Con gli studi mi sono fermato alla quinta elementare, a causa dei sassolini sotto le ginocchia e delle vergate sul palmo delle mani.

Crescendo ebbi modo di apprezzare le figure attorte e tormentate dalle linee spigolose di Egon Schiele.

Ora che sono vecchio e un po’ rimbambito provo a giocare con l’infinito, meglio questo limite di follia, che avere a che fare con questa società asociale.

Non mi piacciono il cinismo e la spregiudicatezza di questo sistema idiota, ne il suo pragmatismo, il suo essere senza principi, senza valori etici, senza ideali, col suo disprezzo dei valori umani, della mancanza di qualsiasi principio morale, la mancanza del rispetto verso l’estraneo pure come me che sono estraneo perfino con la mia vita.

Si, ad un certo punto della mia misera vita, stufo e più che nauseato, schifato, ho smesso di pensare e di parlare e fu da quel momento che iniziai a giocare con l’infinito mentre la mia memoria cominciò prima piano e poi sempre più incalzante a disegnare una nitida mappa di luoghi distanti e lontani da ogni rotta: i luoghi dell’anima.

Ma la mia indecente cultura ebbe modo di apprezzare gli infiniti sogni e le diverse realtà di Picasso e mi riferisco alla: Suite 347. Rimasi folgorato da quella sorta di “ Summa” poiché vi respirai: l’aria la polvere il sangue della corrida, le vocalità dei cantores flamenchi, le tensioni interiori della donna a letto che sogna uomini e donne durante una noche marina.

Cominciai a lottare con la violenta realtà, contrapponendo a questa il “ viaggio” che  non necessariamente significa verso un altrove, ma anche un ritorno a casa. Ogni giorno levandomi dalla morte ho lasciato la mia figura misera e meschina d’uomo di questo sistema di merda, per calarmi in quella dell’amato ed invidiato Ulisse, forestiero, visitatore, ospite e aggressore per necessità.

Mio padre alla fine arresosi, mi lasciò navigare, espatriare, anche se non del tutto contento del mio modo d’essere e di quello che ero; infatti una sera che eravamo andati a pescare, soli io e lui davanti ad un mare nero come l’inchiostro mi disse: “ti sei voluto fermare alla quinta elementare, io rimango sempre convinto che tu saresti potuto diventare non dico un grande scrittore, ma uno scrittore! Perché tu nel cuore hai solo che mare. Leggere sai, uno più uno lo sai fare, firmare pure…. Che ti devo dire, che Dio ti accompagni sempre”.

Così che ebbe inizio il mio viaggio verso un altrove dove sono sbarcato ed è cambiato tutto; cicale e fichi, lenzuola stese al vento e tintinnare di conchiglie vuote. Un altrove dove i vecchi sono vecchi e i bambini sono bambini e non dei piccoli Pavarotti o Boccelli, insomma un luogo dove ognuno ha il suo tempo, strade strette dalle case piccole e bianche, e stanze schiuse pieni di libri per sfamare la mia sete di conoscenza il mio desiderio di libertà.

Improvvisamente una folata di vento forte, si porta via il cappello che il mio amico Andreas Nikolakis mi aveva donato quando entrambi siamo stati accarezzati e abbracciati dalla fame di verità pur sapendo che questa è luce e che può far male …. Anche questo è un mondo finito.

Raccolgo le ultime cose lasciando l’inquietudine che di notte ha scavato il mio cuore alle lenzuola che hanno accolto il mio abbandono; lascio la paura della scoperta dell’ignoto che improvvisamente si apre davanti ai miei occhi riprendendo il cammino per tornare a casa. Lo faccio da straniero o da indigeno che importanza ha se ormai io sono distante e nato diverso, molteplice di tanta gente di tanti luoghi.

Perché il viaggio è comunque il miraggio di un altrove a cui tornare, forse una maniera di sottrarsi alla morte, o alla soglia del viaggio concluso … ma io in me sento ancora il forte desiderio di ripartire verso un luogo a cui tornare: me stesso!, che appena appena sa annotare sul libro di bordo o per sfuggire a qualcosa, a qualcuno: la morte.

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