Per distruggere la rete terroristica di Al Qaeda dopo 10 anni oltre 2500 morti

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Il 7 ottobre 2001 iniziò la guerra al terrorismo internazionale con l’obiettivo di distruggere la rete terroristica di Al Qaeda ed eliminare il suo capo carismatico Bin Laden. Lo scopo, quello di assicurare una pace duratura al mondo eliminando la nomenclatura di un’organizzazione terroristica arroccata in Afghanistan e nelle aree tribali pakistane, protetta dai Talebani di Kabul e che rappresentava la punta dell’iceberg del terrorismo internazionale. Da quel giorno l’Occidente ha pagato un prezzo enorme in termini di vite umane e di impegno economico, 2500 morti fra cui 45 italiani. Bin Laden è stato ucciso in Pakistan poco prima del decennale dell’inizio della battaglia, la rete terroristica è stata quasi decapitata, ma sicuramente non è stato raggiunto l’obiettivo di annientare la minaccia globale. Piuttosto, Al Qaeda è evoluta e si è consolidata in altre aree, in particolare in Africa, dimostrando di essere in grado di “rialzare la testa” nonostante i duri colpi inferti alla struttura di vertice. Dopo Bin Laden è stato ucciso Al Awalagi, yemenita di cittadinanza americana responsabile della comunicazione jihadista in lingua inglese, è stato catturato Haji Mali Khna,, una delle figure di spicco dell’organizzazione estremistica pakistana Haqqani, punto di riferimento dell’eversione talebana ancora operativa in Afghanistan, ma Al Qaeda ed i suoi alleati continuano a colpire. Ieri sangue a Mogadiscio con un attentato che ha provocato 70 morti ed oltre 150 feriti. Un’azione rivendicata dagli Shabaab, gruppo miliziano somalo integralista, che da anni ospita nei propri ranghi numerose cellule di Al Qaeda fra cui esponenti di spicco come Ibrahim al Afgani, protagonista della resistenza afgana contro i sovietici. Gli Shabaab rappresentano una nuova realtà terroristica che può fare affidamento su almeno 3000 combattenti operativi, per lo più giovanissimi votati ad immolarsi in nome della jihad islamica che si richiama alla legge coranica (sharia). Realtà eversiva che può disporre di consistenti risorse economiche garantite dal commercio della droga e dai profitti degli alleati pirati somali che operano nel Golfo di Aden. Un altro segnale inquietante arriva dall’Afghanistan. Sette giorni orsono sono state arrestate sei persone in procinto di effettuare un attentato contro Karzai, come riferisce Lutfullah Mashad, portavoce dell’Intelligence afgana (NDS). Fra gli arrestati, un professore universitario, due studenti afgani ed una guardia del Corpo del Presidente afgano, tutti collegati alla rete Haqqanialleata dei Talebani più estremisti e vicina all’Intelligence pakistana (ISI). Il tentativo di colpire Karzai segue l’omicidio di Rabbani compiuto da un kamikaze di nazionalità pakistana, e conferma un’apprezzabile residua vitalità di Al Qaeda nel Centro Asia. Un vigore globale, che sta permeando anche il post primavera araba, nel momento che in Tunisia sono stati arrestati all’inizio della settimana tre libici, sospetti terroristi della componente magrebina di Al Qaeda, fermati a sud del Paese in possesso di armi e si ha notizia dell’impegno di cellule di Al Qaeda di appropriarsi dell’arsenale libico abbandonato nel deserto dall’Esercito di Gheddafi. 5000 missili SAM7 sono spariti dai depositi come espressamente denunciato da un alto ufficiale del CNT libico ed in magazzino nei pressi di Sabha sono stati trovate tonnellate di proiettili di artiglieria di grosso calibro contenenti iprite, il famoso aggressivo chimico meglio noto come gas mostarda. Al Qaeda, dunque, rappresenta ancora una minaccia forse indebolita sul piano operativo ma con un potenziale residuo preoccupante e non più limitato all’area asiatica ma esteso sul piano globale. Il succedersi di significativi episodi terroristici lascia, poi, pensare ad un unico coordinamento, quasi si fosse tornati al passato quando lo Sceicco del terrore gestiva attentati come quello di Oklaoma City, di Nairobi e delle Torri Gemelle a New York. Gli eventi suggeriscono, quindi, di bandire i facili ottimismi che portano spesso a dichiarare la sconfitta dell’organizzazione ogni qual volta qualche vertice viene eliminato. Piuttosto è necessario tenere sotto controllo tutti i segnali che confermano come il credo quaedista sia ancora condiviso in molte aree dove è ancora radicato l’islam fondamentalista. In particolare in Africa settentrionale e subsahariana dove la primavera araba e la crisi libica hanno favorito il consolidamento sul piano militare delle cellule di Al Qaeda del Magreb africano che, approfittando della situazione hanno potuto potenziare i loro arsenali e consolidare le alleanze con gli Shebab somali. Dieci anni sono trascorsi dall’inizio dell’attacco occidentale al terrorismo internazionale di matrice islamica e qualche risultato è stato raggiunto almeno in Afghanistan in termini di democrazia e di rispetto dei diritti umani. L’obiettivo principale di sconfiggere il terrorismo internazionale non è stato, però, ancora raggiunto. Il morbo seppure pesantemente attaccato ha dimostrato di essere in grado di trasformarsi ed evolvere continuamente ripresentandosi ciclicamente sullo scenario mondiale. L’eversione ancora sfugge al controllo e dopo dieci anni non è azzardato affermare che l’impegno di garantire la sicurezza internazionale è ancora all’inizio e lunga è la strada da percorrere.