La Spezia, inaugurata una lapide in memoria di Giuseppe Garibaldi

Questa mattina, alla presenza del Sindaco della Spezia Massimo Federici, del Prefetto della Spezia Giuseppe Forlani, del presidente della III Circoscrizione Fabrizio Andreotti,  si è tenuta la cerimonia di inaugurazione  della lapide affissa sulla facciata del civico 99 di via Biassa. La  lastra  testimonia la prima venuta alla Spezia di Giuseppe Garibaldiche, fuggiasco e perseguitato dopo la caduta della Repubblica Romana fu accolto, protetto e aiutato nella casa del patriota spezzino Gerolamo Federici il 5 settembre 1849. L’iniziativa è stata curata dal  dottor Sergio Del Santo e dal  professor Sergio Cozzani e si inserisce all’interno delle Celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia.

Presentazione del Sindaco della Spezia Massimo Federici

“Sono davvero tanti i luoghi italiani che possono vantare un legame diretto con Garibaldi, ma il rapporto che ebbe con lui La Spezia è davvero speciale, soprattutto in relazione agli esiti della ferita in Aspromonte e al lungo e forzato soggiorno parte al Varignano e parte alla Spezia. A questa vicenda notissima sono collegate le targhe ricordo che si trovano in città, i due monumenti celebrativi e tanti ricordi scritti di ieri e di oggi. Rimaneva invece in ombra, almeno fino ad oggi, la prima  sosta dell’Eroe nel 1849 quando, ricercato dalle truppe austriache, francesi e spagnole, tentava la fuga attraverso le vie del mare. Il Golfo con la città e i suoi paesi avevano già da tempo manifestato appoggio e sostegno agli emigrati politici e ai mazziniani, e a ciò non fece eccezione il nobiluomo Gerolamo Federici  prestando aiuto a Garibaldi. L’apposizione della targa odierna che rammenta e spiega quella prima fugace permanenza alla Spezia – il 5 settembre del 1849 – colma perciò una lacuna storica, rendendo la comunità spezzina ancor più consapevole e orgogliosa del ruolo attivo della città a favore delle gesta attuate da Garibaldi in nome dei diritti del popolo italiano. Le azioni di ieri si collegano a quelle di oggi grazie all’impegno attento di un benemerito gruppo di cittadini, capitanati dai professori Sergio Del Santo e Sergio Cozzani , ai quali  va il grazie sentito della municipalità che in questo centocinquantesimo dell’unità nazionale ha potuto realizzare molti obiettivi legati alla storia risorgimentale anche grazie alle sollecitazioni ed agli apporti concreti provenienti dalla società civile”.

Presentazione del Prefetto della Spezia Giuseppe Forlani

“Il 150° anniversario dell’unità d’Italia ha costituito l’occasione anche alla Spezia per restaurare alcuni tra i più significativi luoghi della memoria cittadini. Il monumento a Giuseppe Garibaldi su cavallo rampante, simbolo della passione ideale, del coraggio e del carisma individuale che accende il protagonismo collettivo. La statua di Domenico Chiodo, simbolo della capacità visionaria e della determinazione del fare, indispensabili leve per il progresso della società e per affrontare le sfide dei tempi. Le statue allegoriche dei giardini del Boschetto, simbolo della cura del bello come virtù civica. Mancava la narrazione del valore della solidarietà e della partecipazione popolare al Risorgimento, tanto discussa in passato, che nel corso delle presenti celebrazioni ha ricevuto una importante e documentata rivalutazione. La targa che vuole ricordare il contributo di Girolamo Federici, aiutato da  Andrea Zembi e dai marinai Lorenzo Frumento e Gaetano Bastreri, nel salvamento del fuggiasco Garibaldi, riempie questo vuoto. Non è solo il ricordo del primo passaggio dell’Eroe dei due Mondi alla Spezia, il completamento di un itinerario storico incentrato fino ad oggi sulle lapidi del palazzo della Fondazione Carispezia e dell’Ammiragliato. E’ il riconoscente tributo di una comunità a quegli audaci patrioti e soprattutto a quella capacità di accoglienza solidale che costituisce un tratto identitario degli spezzini, dal Risorgimento alla Resistenza,  ad Exodus ed oltre”.

Comitato d’onore

Prefetto della Spezia: dott. Giuseppe Forlani

Sindaco della Spezia: dott. Massimo Federici

Assessore alla toponomastica: dott.ssa Simona Cossu

Presidente della Istituzione per i servizi culturali: dott.ssa Cinzia Aloisini

Direttrice della Istituzione per i servizi culturali: dott.ssa Marzia Ratti

Direttore Archivio di Stato: dott. Antonino Faro

Pronipote del patriota: Sig. Gerolamo Federici

Associazioni sostenitrici

Accademia Lunigianese di Scienze “Giovanni Capellini”

Presidente: Prof. Giuseppe Benelli

Associazione Amici del Museo Navale e della Storia

Presidente: Amm. Giuseppe Celeste

Fai Fondo ambiente italiano

Capo delegazione della Spezia: Rag. Elio Messuri

Società dei Concerti della Spezia

Presidente: Dott. Francesco Masinelli

Rotary Club della Spezia

Presidente: Ing. Fabrizio Ferrari

Comitato esecutivo

Dott. Sergio Del Santo

Prof. Sergio Cozzani

Giuseppe Garibaldi alla Spezia il 5 Settembre 1849

Sergio Cozzani

 “Giuseppe Garibaldi, indubbiamente il personaggio più noto e popolare del Risorgimento, dopo alcune fra le più burrascose dolorose vicende della sua vita, tutte comunque riconducibili a fatti e problemi connessi con il destino della città di Roma, ebbe la ventura di soggiornare nella nostra città per ben tre volte. Gli accadimenti che portarono alla Spezia il nostro eroe sono quelli del 1849 (dopo la caduta della Repubblica Romana), del 1862 (dopo i fatti di Aspromonte) e del 1867 (dopo la battaglia di Mentana). E se le vicende di Aspromonte e Mentana sono piuttosto note agli spezzini sia per la loro importanza storica sia per il ricordo suggerito da due lapidi marmoree apposte sui muri degli edifici in cui l’eroe fu ospitato, non altrettanto può dirsi per quelle connesse al primo soggiorno. Quest’ultimo, seppur il più breve di tutti, evidenziò un significativo comportamento di un nostro benemerito concittadino che, con il suo agire, suggellò quello di altri nostri conterranei del Golfo che contribuirono, in modo determinante e disinteressato al salvataggio dell’eroe fuggiasco. Ed è grazie all’insieme di tali comportamenti che ritengo possibile affermare che l’Eroe dei due mondi dimostrò di conservare un ricordo ben marcato dell’affetto che per lui ebbero gli spezzini. Un affetto particolarmente sincero, che fu immediatamente percepito come tale specie se lo si confronta con il trattamento subito dalle regie autorità che, in tutte le occasioni, non gliene riservarono uno certamente lusinghiero. Ed è proprio nel contrasto fra il sentimento popolare e l’atteggiamento delle autorità che può forse trovarsi la caratteristica del profondo legame esistente fra la nostra città e Garibaldi. Un legame che trova le sue radici nel primo avventuroso approdo nel Golfo avvenuto dopo la caduta della Repubblica Romana. Una Repubblica in cui si sperimentò per la prima volta in Italia il suffragio universale maschile e che nella sua costituzione, entrata in vigore il giorno precedente la sua caduta, prevedeva il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini nella convinzione che la libertà non è tale se mancano i mezzi materiali e culturali per esercitarla. L’episodio in questione si riferisce al salvataggio di Garibaldi e del fidato amico sardo, tenente Leggero (Giovan Battista Culiolo) effettuato dal padrone marittimo santerenzino Paolo Azzarini che con la sua tartana “Madonna dell’Arena” riuscì a portare i due fuggitivi nel territorio del Regno di Sardegna e, quindi, al riparo delle truppe austriache. Dell’avventurosa marcia di Garibaldi e dei suoi legionari verso Venezia, iniziata il 2 luglio 1849, nel tentativo, per altro fallito, di portare soccorso alla Repubblica Veneta di Daniele Manin che ancora resisteva all’assedio austriaco, molto è stato scritto, Così come molto è stato argomentato sulla morte di Anita avvenuta il 4 agosto e sulla tormentata fuga di Garibaldi e Leggero dalle coste adriatiche a quelle della Maremma toscana sempre braccati dalle truppe papaline e da quelle austriache che occupavano il Granducato di Toscana. Ma anche sulla vicenda che a noi interessa ci sono dei testi significativi. E, dato che, “nulla è più inedito di ciò che è stato scritto”, è opportuno ricordare quanto riportato in un capitolo del volume “Testa” di Paolo Mantegazza intitolato: “Ipsilonne, il salvatore di Garibaldi” edito da Treves nel 1890. Fra tutti gli scritti disponibili, memorie di Garibaldi comprese, è preferibile ricorrere a questo perché il noto medico ha potuto avere notizie di prima mano dall’Azzarini in quanto questi, dopo aver smesso di fare il pescatore, si occupava di curare il giardino del villino “La Serenella” di San Terenzo dove Mantegazza viveva con la sua famiglia. Dunque Garibaldi e Leggero si trovavano nei pressi di Follonica nascosti e protetti da alcuni  patrioti e occorreva loro procurarsi una imbarcazione per raggiungere la Liguria, unica terra di uno Stato in cui vigeva ancora una costituzione liberale e che non era soggetto al protettorato austriaco. Di questo si incaricò Pietro Gaggioli, detto Giccamo che il 30 agosto si recò all’isola d’Elba per cercare un padrone marittimo disposto ad effettuare il viaggio. Incontrato il santerenzino Azzarini, che si trovava li per effettuare il suo mestiere, gli propose la difficile missione e questi, consapevole dei rischi che questa comportava, compreso quello di rinunciare per il futuro alla pesca nelle acque toscane, accettò l’incarico con sentimenti di generosità e umanità avendo ben presente che il servizio richiestogli avrebbe favorito un personaggio la cui importanza gli era ben nota. Si munì pertanto di regolare patente per sé e per i suoi marinai presso il Tenente Castellano di Portolongone, l’equivalente del capitano di porto oggi. L’equipaggio della tartana era quasi per intero spezzino: santerenzini gli Azzarini, il padrone Paolo, suo figlio Flavio e il padre Giosafatte, ed anche il marinaio Giambattista Lupi, mentre l’altre marinaio, Remigio Locori, era di Pitelli. L’unico non spezzino era un giovane mozzo elbano nativo di Capo Liveri. L’Azzarini raggiunse Follonica il 31 agosto dove fece vidimare la patente dal Tenente Castellano del luogo motivando la sua presenza con l’impegno di concludere un contratto per una partita di acciughe. Il giorno 1 settembre prese contatto con i patrioti maremmani e nella mattina del 2 incontrò Garibaldi e Leggero, che era ferito ad un piede. L’imbarco avvenne la sera dello stesso giorno a Cala Martina e con un buon vento di levante la “Madonna dell’Arena” fece rotta verso l’Elba. A Capo Castelli, l’Azzarini fece sbarcare il padre Giosafatte e il mozzo elbano in modo che la loro assenza fosse compensata dalla presenza a bordo dei due ospiti e fece di nuovo vidimare la patente dal locale Tenente Castellano. Superata questa formalità senza alcun problema grazie al buon nome di cui godeva presso le autorità dell’isola, verso le sette del mattino l’imbarcazione riprese il mare e fece rotta verso Portovenere dove arrivò felicemente nella tarda mattinata del 5 settembre. Garibaldi voleva sdebitarsi con l’Azzarini dandogli quelle poche papaline d’oro che aveva con sé, ma il santerenzino non volle prenderle dicendogli “No, generale, serbate per voi quel denaro, vi potrebbe essere necessario.” “Ebbene, gli rispose Garibaldi, vi lascerò un foglio che ricordi quello che avete fatto per me.” Il manoscritto, datato Portovenere 5 settembre 1849, riporta il seguente testo: “Il Padrone Paolo Azzarini, che la fortuna mi ha fatto incontrare sulla terra italiana dominata dai tedeschi, mi ha trasportato in questa di asilo e di salvamento trattandomi egregiamente e senza interesse. G. Garibaldi”. All’Azzarini, che allora aveva 45 anni, il salvataggio di Garibaldi  costò piuttosto caro. Non poté più andare a pescare all’Elba né nelle altre acque toscane ed il padre Giosafatte rimase nell’isola quasi in ostaggio e poté rimpatriare molto tempo dopo. Solo grazie all’interessamento di Paolo Mantegazza, che era senatore del Regno, riuscì ad ottenere una gratifica natalizia di 300 lire dal governo Depretis e dal governo Crispi una modesta pensione di 400 lire annua. Morì nel 1999 a 95 anni. Nel 1954. nel 150° anniversario della sua nascita, l’Associazione Nazionale Garibaldini d’Italia fece apporre, in una casa del lungomare di San Terenzo, una grande lapide con un medaglione che ritrae l’Azzarini. opere dello scultore Augusto Mogli, e che riporta, seppur con una piccola omissione, il testo del biglietto rilasciato da Garibaldi. Con l’approdo a Portovenere non finiscono le peripezie di Garibaldi. Egli infatti era ricercato dalle autorità del regno sabaudo (ricordo che l’allora maggiore Agostino Luigi Petitti di Roreto in una lettera al comandante dei reali carabinieri di Genova, appella Garibaldi come “famigerato”) e pertanto, come già avvenuto nella fortunosa fuga nello Stato Pontificio e nel Granducato di Toscana, anche da noi si rese necessario mettere in moto una specie di staffetta per proteggere il fuggiasco. A Portovenere i due fuggitivi vennero fraternamente accolti dal dottor Domenico Montefinale, unico medico della costa occidentale del Golfo, e dal suo giovane figlio Gerolamo. Il dottor Montefinale si premurò di trovate un gozzo per il loro trasferimento alla Spezia (l’equipaggio era composto da Andrea Zembi, padrone, Gaetano Bastreri e Lorenzo Frumento, marinai) e di indirizzarli presso un gentiluomo spezzino. Lo stesso giorno scrisse alla madre di Mazzini a Genova informandola dell’avvenuto sbarco di Garibaldi e la signora Maria Drago gli rispose con una lettera datata 11 settembre ringraziandolo per tutto ciò che era stato fatto dagli amici della terra spezzina. L’arrivo di Garibaldi al ponte di sbarco della Spezia e la sua breve permanenza avvennero con la massima discrezione per cui gli spezzini ebbero conoscenza della suo venuta e della sosta solo quando il generale aveva lasciato la città. A ricevere e ad usare i “dovuti riguardi di Fratello Italiano” fu Gerolamo Federici che accolse l’eroe nella sua abitazione di via Biassa 11 e che gli mise a disposizione la sua carrozza per raggiungere Chiavari dove il generale intendeva andare a trovare alcuni suoi parenti e dove giunse alla sera dello stesso giorno 5 settembre verso le ore 22.30. Qui il popolo riconobbe subito l’eroe e le regie autorità non tardarono molto a dichiararlo in arresto. Preso in consegna dal capitano dei reali carabinieri Carlo Alberto Basso, venne portato a Genova e ritenuto prigioniero in una stanza del Palazzo Ducale dove, tra l’altro, ebbe modo di scrivere un curioso biglietto a Don Giovanni Verità per informarlo della felice conclusione della fuga. Al tempo era Commissario di Governo il generale Alfonso La Marmora che gli fece notificare lo status di “soggetto pericoloso per l’ordine pubblico” e gli intimò di lasciare il territorio del Regno di Sardegna. Al generale La Marmora – che ebbe a trovare miracoloso il suo salvataggio – Garibaldi chiese di poter andare a Nizza a trovare i suoi figli e l’anziana madre. Pochi giorni dopo, sorvegliato con discrezione dai carabinieri, si imbarco per Nizza e, alla sera del giorno stesso del suo arrivo, riprese una nave per Genova. Qui si imbarcò per Tunisi, dove non poté sbarcare per il diniego del Bey. Senza seguire meticolosamente le ulteriori vicende, dopo i soggiorni alla Maddalena, Gibilterra Tangeri e Liverpool, nel 1850 approdò a New York dove trovò lavoro nella piccola fabbrica di candele di Antonio Meucci e dove riprese pure il lavoro di navigante. Rientrerà a Nizza nel 1854 e poco dopo si trasferirà nell’isola di Caprera. Ritornando a ciò che avvenne nella nostra città, dobbiamo dire che Gerolamo Federici apparteneva ad una delle famiglie più importanti della città. Di idee progressiste sarà, insieme ad altri 97 spezzini, uno dei soci fondatori della Società di Mutuo Soccorso “Fratellanza Artigiana “, una associazione che nascerà il 25 luglio 1851 e che può ritenersi la iniziatrice di un vero e proprio movimento politico di ispirazione democratica nella nostra città. Ad analizzare il nodo in cui Garibaldi venne aiutato e protetto nella sua lunga peregrinazione dopo la caduta della Repubblica Romana dai vari patrioti, viene spontaneo chiedersi se tutto ciò sia stato supportato da una esistente organizzazione o sia stato il risultato di decisioni contingenti prese anche sulla base di impulsi emotivi. Non v’è dubbio che la rete di relazioni, per lo più segrete, che si era venuta creando nell’Italia centro settentrionale fra uomini coscienti della necessità di un nuova riscatto nazionale facilitava sia il flusso delle informazioni che la predisposizione di una certa programmazione degli eventi, ma è altrettanto vero che l’idea stessa di aiutare un personaggio così famoso rappresentava di per sé uno stimolo a correre rischi non indifferenti che, forse, in altri casi non sarebbero stati corsi. E se quest’ultima considerazione può essere adattata all’atto di generosità dell’Azzarini, essa non può assolutamente valere per gli altri spezzini che aiutarono in terraferma il generale. Infatti sia il dottor Montefinale che Gerolamo Federici appartenevano a quella schiera di persone che, animate dagli ideali di patria e di progresso, avevano scelto di aderire al movimento di ispirazione mazziniana che caldeggiava il rinnovamento morale, spirituale e materiale del popolo. La partecipazione dei cittadini alle varie espressioni di questo movimento non era per niente facile e sebbene il Regno di Sardegna fosse l’unico Stato italiano che non aveva rinnegato lo statuto di stampo liberale concesso nel 1848, le autorità di polizia, memori delle cospirazioni antisabaude di ispirazione mazziniana del 1833 e 34, vigilavano attentamente su tutte le associazioni ed i rischi per gli aderenti non erano pochi. Quindi anche nell’estremo lembo orientale del regno di Sardegna, nell’anno 1849 particolarmente agitato (dopo la sconfitta di Novara, a Sarzana, Lerici e San Terenzo vi furono violente manifestazioni in appoggio ai moti di Genova soffocati nel sangue dai bersaglieri di La Marmora) c’erano segni di una significativa presenza di uomini animati dal culto degli ideali risorgimentali e molti di questi erano vicini alle idee mazziniane e massoniche. A far da lievito a questi fermenti politici contribuirono i molti immigrati che si erano stabiliti nella nostra città. La maggior parte di questi era costituita dai reduci della 5° divisione dei Volontari Lombardi comandata dal generale Girolamo Ramorino che, con la sua disobbedienza, servì da capro espiatorio della sconfitta piemontese nella prima guerra di indipendenza, altri provenivano dal vicino Ducato Estense ed altri ancora, come il faentino Francesco Zanoni, amico e sostenitore della idee del Mazzini e reduce dalla difesa della Repubblica Romana, dallo Stato Pontificio. Appare quindi doveroso che in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia la cittadinanza spezzina ricordi questo primo seppur breve soggiorno di Garibaldi con l’apposizione di una lapide nell’edificio in cui Gerolamo Federici ospitò e protesse il fuggiasco eroe. Trova così compimento un’idea che il generale Pietro Alfonso Conti, in un lungo articolo sull’Opinione già caldeggiava nel 1935 notando l’assenza di una testimonianza del fatto, poco conosciuto dagli spezzini. avvenuto nel 1849. Con questa ultima lapide si completa il ricordo dei soggiorni spezzini di Garibaldi lasciando così  ai posteri una ulteriore visibile traccia delle memorie storiche della città.

Federici Gerolamo (1800 – 1860)*

Nato alla Spezia da Giuseppe, fu sindaco della sua città dal gennaio 1830 al dicembre 1831 e durante il suo mandato furono approvati dal Senato di Genova, con “Manifesto” del 6 giugno 1830, i “Bandi politici per la città e Comune della Spezia” in 135 articoli (di cui è custodita copia nella Biblioteca Civica “U. Mazzini”); nello stesso periodo fu anche presidente dell’Amministrazione dell’Ospedale Civile. Nel 1838 presiedette l’assemblea popolare dei fabianesi che decisero l’erezione del santuario della Madonna dell’Olmo. Nel 1843 era presidente della Società di Incoraggiamento quando essa andava organizzando quella che sarebbe diventata la Biblioteca Civica. Di tendenze repubblicane, pare che nel 1849 abbia ospitato per breve tempo nel suo palazzo di via Biassa Giuseppe Garibaldi in fuga da Roma. Certo fu nel 1851 tra i soci fondatori della repubblicaneggiante Fratellanza Artigiana e dal 1858 al 1859 fu Presidente della Società di Mutuo Soccorso.

 * Aldo Landi. Enciclopedia storica della città della Spezia. Accademia Lunigianese di Scienze “Giovanni Capellini”. Ed. 2008.

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