Roma malasanità, Licia Puglielli muore in ospedale parcheggiata sulla sedie a rotelle

Una morte assurda per una signora romana di 82 anni, di nome Licia. Stava male ed è rimasta per ventuno ore su una sedia rotelle al pronto soccorso del San Camillo. La signora Licia ha dovuto fare i suoi bisogni per terra, riparata dalle figlie, “perché non le hanno dato neanche il catetere”. Classificata come codice verde è morta dopo 48 ore, per un’emorragia cerebrale. “Ha vissuto le sue ultime ore in modo indegno, insieme a decine di altre persone sofferenti ammassate in pronto soccorso, senza che i medici per molte ore la visitassero”. Racconta Antonella Marcellini, 47 anni, figlia della signora Licia Puglielli, morta al San Camillo: “Non vogliamo soldi, non vogliamo nulla, vogliamo solo fare sapere come si muore negli ospedali romani. E’ l’unico modo per ricordare nostra madre”. Licia Puglielli per tanti anni aveva lavorato proprio nella sanità romana, nel settore amministrativo. Da sette era su una sedia a rotelle per una neuropatia diabetica. Abitava al quartiere Portuense con il marito di 86 anni. Viene parcheggiata su una barella, come succede al San Camillo, secondo le rilevazioni dell’Anaao Assomed (sindacato dei medici dirigenti), a 1.240 pazienti in un anno per più di 48 ore? “Magari – replica la figlia della signora Licia – La lasciano su una sedia a rotelle. Ci trascorre la notte. Nel pronto soccorso c’erano decine di persone tutte sulle barelle, in condizioni inaccettabili. L’umiliazione maggiore quando ha dovuto fare la pipì, riparata come si poteva. Trascorrono le ore, nessuno si occupa di lei. Io e mia sorella ci diamo il cambio. Mia madre cerca di tranquillizzarci, ci chiede di nostro padre che è a casa, si preoccupa per lui. Dorme su quella sedia, appoggiando le gambe come può su una poltrona. Ci dicono i parenti di altri pazienti: funziona così, ci sono anche codici rossi parcheggiati da due o tre giorni. Le hanno fatto solo due elettrocardiogrammi e due prelievi del sangue. Ma noi chiediamo che nelle sue condizioni le venga fatta una Tac”. Al mattino Antonella non ce la fa più, chiede una lenzuola per la madre a una infermiera, ne nasce un battibecco, chiamano la vigilanza. “Ho dovuto farla mangiare appoggiando il vassoio per terra. Eppure eravamo arrivati alle 17 del giorno prima”. La signora Licia sta sempre peggio, “la parte destra è ormai completamente andata, io alle 14 mi arrabbio con una dottoressa che ha appena preso servizio. Mia madre si aggrava, la Tac viene fatta solo alle 16. Alle 17.30 non parla più, balbetta. Solo allora diviene codice rosso, la intubano. Trascorre la seconda notte al San Camillo, questa volta in medicina d’urgenza. Al mattino, alle 6.30, ci dicono che è in coma irreversibile. Per capirci: mia madre è arrivata al pronto soccorso il 14 luglio alle 17 ed è stata classificata come codice verde. Trascorre la notte su una sedia a rotelle. Dopo 30 ore è in coma. E il 16 luglio, alle 17.45, è morta, per un’emorragia cerebrale. Non è giusto morire così”.

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