La Pasta Antonio Amato è fallita

E’ durata mezzo secolo la cavalcata per il mondo della famiglia Amato. E la parola fine è di quelle che non si vorrebbero mai scrivere nel libro di successi rappresentato da quest’azienda: fallimento. Il molino e il pastificio di Salerno – onore e vanto del cavaliere Giuseppe, che in questi decenni aveva rifiutato a testa alta le grandi offerte di acquisto degli Agnelli, della Barilla e di altri colossi internazionali – non sono più di proprietá della famiglia salernitana. I giudici della terza sezione civile del tribunale di Salerno hanno depositato ieri mattina la sentenza di revoca della proposta di concordato preventivo presentata dalla “Antonio Amato & C. Molini e Pastifici in Salerno spa”. Non ci sono le condizioni per procedere nella procedura che avrebbe dovuto garantire l’accordo tra societá e creditori per uscire dalla crisi. E per l’effetto né è stato dichiarato il fallimento, così com’era stato richiesto nell’ udienza di lunedì scorso da alcune societá creditrici e dallo stesso pm della Procura di Salerno Vincenzo Senatore. Curatore fallimentare è stato nominato l’avvocato Luigi Amendola, che giá in qualitá di commissario giudiziale aveva seguito la precedente procedura. Di certo non è stata una decisione facile quella del tribunale; e per evitare fughe di notizie o la diffusione di false informazioni che potrebbero turbare ancora di più la delicata situazione, gli stessi giudici hanno comunicato in una nota la decisione assunta in camera di consiglio. Con alcuni passaggi molto importanti, soprattutto a tutela dei circa 140 dipendenti che lavorano nello stabilimento della zona industriale. “Come per altre crisi d’impresa – scrivono il presidente della terza sezione Salvatore Russo e il giudice delegato Giorgio Jachia – il tribunale fallimentare si adopererá in ogni direzione per assicurare il mantenimento dei livelli occupazionali, nonché per preservare e mantenere inalterato il valore dei marchi e dell’azienda Amato”. Ora, specificano i giudici, l’azienda, intesa nel suo insieme di corpo di fabbrica e macchinari per la produzione, è “ora una entitá distinta e separata dall’impresa dichiarata fallita ed anzi costituisce il suo valore attivo da traslare nelle forme di legge ad altre realtá imprenditoriali”. I giudici, inoltre, specificano che o “mediante contratti di affitto dell’azienda (di fatto è possibile proseguire quello giá sottoscritto con l’imprenditore Giovanni Giudice se questi lo vorrá) o con la gestione provvisoria si assicurerá la permanenza sul mercato del marchio pasta Amato e con essa le sue maestranze e il suo indotto”. Fino a quando ovviamente non verrá completata la procedura di cessione tramite gara competitiva al miglior offerente. E che la strategia del tribunale sul futuro dell’ azienda sia giá molto chiara, lo testimonia anche il lungo colloquio che ieri il curatore Amendola ha avuto con i lavoratori nella sede dell’impresa. Ora toccherá a Giudice decidere se proseguire o meno nel fitto. Dal punto di vista penale, invece, si apre un fronte diverso. Con molti punti interrogativi che il pm Senatore sará chiamato a risolvere, dopo le gravi le annotazioni scritte dai giudici nelle quarantotto pagine della sentenza dichiarativa di fallimento. E che potrebbe presto coinvolgere non solo la proprietá della fallita Amato, ma anche chi l’ha amministrata nel periodo di crisi e chi l’h a gestita in affitto.

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