Bellinzona, il Canton Ticino non digerisce Giulio Tremonti

L’obiettivo reale è Giulio Tremonti ma il risentimento del Canton Ticino si concentra ancora una volta sui lavoratori italiani e sui comuni di frontiera dai quali essi provengo. Il Consiglio di Stato (l’equivalente del governo regionale) di Bellinzona ha deliberato il 30 giugno di non versare il 50% delle imposte prelevate dalle buste paga dei lavoratori italiani e che devono essere girate al’Italia; a conti fatti si tratta di uno “scippo” da 22 milioni di euro, un buco che rischia adesso di mettere in seria difficoltà una serie di amministrazioni pubbliche distribuite tra la province di Varese, Como, Sondrio e Verbania e che contano sulle rimesse fiscali dalla Svizzera per far quadrare i loro bilanci. Lo “strappo” deciso nel tardo pomeriggio di giovedì dal Canton Ticino rappresenta un ulteriore passo in avanti nella guerriglia che da almeno un anno gli elvetici hanno ingaggiato con l’Italia; ma se fino a ieri si era trattato di una guerra di parole, il taglio dei versamenti fiscali è il primo vero atto concreto. La Svizzera deve versare quei contributi in base a un trattato bilaterale tra Berna e Roma risalente al 1974 ma al di là del confine da mesi è montata una polemica, sostenuta in primis dalla Lega dei Ticinesi, partito di maggioranza relativa, che ritiene quell’obbligo ormai troppo oneroso per la Svizzera. In realtà, il vero “rospo” che a Lugano risulta indigesto non è tanto la massiccia presenza di lavoratori frontalieri italiani sul territorio (arrivati ormai oltre le 50mila unità solo in Ticino) quanto l’atteggiamento tenuto da Giulio Tremonti nei confronti della piazza finanziaria elvetica. Più volte (e anche di recente) il ministro italiano dell’economia ha giudicato la Svizzera troppo collusa con esportatori di capitali ed evasori fiscali; tanto che l’Italia inserisce ancora la Confederazione Elvetica nella black list dei paradisi fiscali. Lo scudo fiscale di un anno fa, poi, è stato vissuto a Lugano come una vera e propria offesa alla dignità nazionale; da qui la montante antipatia verso l’Italia che però fino a oggi si è scaricata sul parafulmine dei frontalieri, fino alla decisione, dichiaratamente ritorsiva, come ha specificato Norman Gobbi, esponente della Lega Ticinese: «Non ce l’abbiamo con i lavoratori italiani, ma con Tremonti e col governo di Berna che non interviene a tutelare il Ticino».A onor del vero nelle ultime settimane sono emersi altri episodi che hanno ulteriormente teso la corda dei rapporti tra le due regioni confinanti: il procuratore capo di Lugano John Noseda ha aperto un’inchiesta (e fatto arrestare inizialmente due italiani) su casi di caporalato scoperti nel cantiere del nuovo centro culturale della città: un appalto pubblico da 140 milioni di euro vittima di un fenomeno malavitoso fino a pochi mesi fa sconosciuto in Ticino e ora “esportato” dalle imprese italiane. Imprenditori e sindacati edili del Ticino, inoltre, denunciano ormai apertamente il dumping salariale impresso dall’arrivo di soggetti economici dalla penisola che ha fatto crollare i salari ( e i costi) di almeno un terzo. Spia di questo malcontento è la manifestazione, proprio contro la concorrenza sleale e i metodi illegali con il Ticino sta facendo i conti, organizzata dai sindacati per lunedì 4 luglio a Lugano.

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