Il terrorismo e gli anni settanta

Il terrorismo ha origini lontane. Si ripropone ogni qual volta il confronto democratico non garantisce il raggiungimento di importanti rivendicazioni sociali o economiche , quando, il ricorso alla guerriglia armata rappresenta l’unica possibilità per difendere la sovranità territoriale di uno Stato. Nel tempo, il radicalismo religioso è divenuto sempre di più protagonista della storia eversiva, anche con episodi importanti e determinanti. Dalla seconda metà dello scorso secolo molti dei regimi totalitari e fondamentalisti delle realtà islamiche, hanno favorito il consolidarsi di cellule terroristiche che, nel nome del Profeta Maometto, hanno reclutato proseliti in tutto il mondo, pronti ad immolarsi per la “jihad santa”. Fenomeni di massa di cui, peraltro, molte democrazie occidentali hanno frequentemente approfittato per affermare le loro posizioni storico – politiche e per gestire interessi sopranazionali in aree di crisi. Agli inizi degli anni ’90, dopo la caduta del muro di Berlino e dell’ex Unione Sovietica, la matrice di terrorismo islamico che aveva contribuito a liberare popolazioni dal gioco della tirannia o della dominazione straniera, prima fra tutti la jihad dei mujhadin afgani, ha iniziato a mutare trasformandosi ben presto in fanatismo terroristico a livello internazionale. Continuo, il nascere di diversi gruppi eversivi gestiti dagli eredi della “insorgenza storica”, per lo più gente colta ed appartenente ad importanti famiglie arabe, impegnati a coagulare intorno a loro masse popolari a cui veniva proposto il terrorismo come unica possibilità per il riscatto delle società povere ed oppresse dalle tirannie ereditarie. Nasce, quindi, una nuova forma di jihad con lo scopo di colpire prioritariamente gli interessi occidentali gestiti dagli “infedeli cristiani”, senza esclusione di colpi pur di esercitare una pressione costante sulla gente ed aumentare la forbice della divisione fra Occidente ed Oriente. Movimenti eversivi che spesso si richiamavano a motivazioni ideali come quelle che dopo il Primo Conflitto Mondiale avevano dato vita al “panarabismo”, bandiera dell’irredentismo anti francese ed inglese, nel momento che Francia e Gran Bretagna si accingevano ad occupare gli spazi lasciati liberi dalla dissoluzione dell’Impero ottomano. Teatro dei conseguenti atti terroristici spesso indiscriminati, il Centro Asia, le coste del Mediterraneo e del Mar Rosso con il coinvolgimento di Paesi come la Palestina, l’Egitto, l’Algeria, il Libano, la Siria e lo stesso Corno d’Africa. Immediata la proliferazione di gruppi eversivi. Gli Hizibollah libanesi vicini alla Siria ed all’Iran di Koemini. I Gruppi Islamici Armati (GIA) ed il Fronte Islamico di salvezza (FIS) impegnati in Algeria a colpire i non islamici perché considerati “impuri”. Gruppi spinti da forme estremistiche religiose che ben presto prediligeranno le azioni dei kamikaze per affermare la validità mistica del martirio personale. In questo contesto è stato favorito il consolidamento di organizzazioni come Al Qaeda impegnate ad estendere il loro impegno eversivo anche “oltre l’Occidente”, coinvolgendo i regimi islamici ritenuti complici dell’Occidente, prima fra tutti l’Egitto. Un processo di globalizzazione del terrorismo che dopo l’11 settembre si è allargato sempre di più a macchia di leopardo nonostante il contrasto internazionale e facendo riferimento ad un network ormai strutturato a carattere planetario. Dal Centro Asia all’Africa fino all’Indonesia, colpendo indiscriminatamente l’occidente cristiano e l’oriente islamico pur di affermare una strategia del terrore motivata dalla volontà del riscatto sociale dei “repressi”. L’espansione eversiva ha ben presto raggiunto le rive del Mediterraneo, sponda occidentale del network islamico asiatico e medio orientale, ricucendo i vecchi link che nel passato avevano coeso la cultura araba. Un processo che nella “primavera araba” ha trovato la sua logica e programmata conclusione, cogliendo di sorpresa l’Occidente ed in particolare l’Europa. Un Vecchio Continente latitante, pur rappresentando la meta geografica immediata dei possibili flussi migratori provenienti dalle coste settentrionali africane, quasi sempre gestiti da organizzazioni malavitose vicine alle nuove organizzazioni terroristiche e collegate alla delinquenza europea. Fra costoro sicuramente personaggi destinati ad organizzare e strutturare “cellule terroristiche dormienti” con il supporto della malavita occidentale ricompensata con la fornitura di droga ed armi. Il Mare Mediterraneo è ormai diventato una vera e propria via di facilitazione destinata ad essere percorsa da sud verso nord e da est verso ovest dai flussi migratori provenienti dal Maghreb e dal vicino Medio Oriente. Popolazioni che, “meraviglia delle meraviglie”, fuggono dalle “democrazie appena conquistate” e forse troppo affrettatamente accettate sul piano internazionale. La disattenzione occidentale è stata ben presto sostituita da un improvviso interventismo occidentale che, ancora una volta, ha coinvolto la NATO ad impegnarsi in una guerra lampo che sembra, però, non essere tale. Un impegno militare concentrato sulle sponde del Mediterraneo, ignorando altri avvenimenti che nel frattempo in Siria e nello Yemen accompagnano la primavera araba africana e che potrebbero favorire l’affermazione di nuove realtà terroristiche vicine ad Al Qaeda e finora sconosciute. Decisionismo che per taluni aspetti è difficile condividere quando il Presidente Obama dichiara la volontà di garantire il sostegno economico ad emergenti democrazie non ancora configurate, assicurandosi anche l’appoggio dell’Europa che, nello stesso tempo, non sembra essere interessata a proteggere i propri confini meridionali. Scelte che seppure diverse nella sostanza hanno una modesta differenza sostanziale da quelle con cui l’ex Presidente USA intendeva “esportare democrazia” per contrastare il terrorismo internazionale. Esaltare l’avvento di democrazie “sconosciute” ed emergenti sulle coste mediterranee dell’Africa potrebbe essere, invece, pericoloso e fuorviante nel momento che sono ancora molto attivi gruppi islamici estremisti come il gruppo armato islamico del Maghreb (AQIM), operativo dalla Libia alla Mauritania attraverso l’Algeria ed il Mali e le cellule di Al Qaeda nel Niger e nel Corno d’Africa. Gruppi che sicuramente potrebbero trasformarsi nel braccio armato della futura eversione, strutturato ed equipaggiato per minacciare il flusso delle risorse energetiche e di materie prime naturali verso le economie occidentali. Non a caso, uno dei comandanti del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG) in una recente intervista rilasciata al quotidiano italiano “Il Sole 24”, informa che jiahidisti, già combattenti in Iraq, sono impegnati in prima linea nella lotta contro Geddafi. Una situazione, quindi, assolutamente in evoluzione che potrebbe influire negativamente sullo sviluppo del bacino del Mediterraneo a favore di economie emergenti come Cina, India e Brasile, che sempre di più affermano ruoli di dominanza come partners commerciali preferiti dell’Africa e delle Americhe latine. Costoro, potrebbero riscuotere la “simpatia” dei terroristi del Terzo Millennio, con grave pericolo per l’Europa e gli Stati Uniti.

Fernando Termentini

9 su 10 da parte di 34 recensori Il terrorismo e gli anni settanta Il terrorismo e gli anni settanta ultima modifica: 2011-06-08T16:36:25+00:00 da Redazione
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