Ex Ilva, Roberto Castelli lancia l’allarme: «L’Italia rischia di non produrre più acciaio»
La chiusura dell’ultimo altoforno dello stabilimento siderurgico di Taranto rischia di segnare una svolta per l’industria italiana. È l’allarme lanciato da Roberto Castelli, che punta il dito contro le conseguenze economiche e strategiche dello stop alla produzione di acciaio e contro il ruolo della magistratura nella vicenda dell’ex Ilva.
Secondo Castelli, sono iniziate le operazioni di spegnimento dell’ultimo altoforno destinato alla produzione di acciaio presente in Italia. Una volta completata la procedura, sostiene, non sarà più possibile riattivarlo e il Paese rischierà di perdere una produzione industriale fondamentale per la propria autonomia economica.
Il problema, nella sua analisi, non riguarda soltanto Taranto e i lavoratori coinvolti, ma l’intero sistema produttivo nazionale. Senza una produzione interna di acciaio primario, l’Italia diventerebbe sempre più dipendente dai Paesi che continueranno a produrlo, a partire da Cina e India, oltre ad alcuni Stati dell’Europa orientale.
«Potranno stabilire i prezzi che vorranno, darci l’acciaio se hanno voglia, non darcelo se non hanno voglia», è il ragionamento di Castelli, che paragona il rischio a quello della dipendenza energetica e dalle forniture di petrolio e gas.
La dipendenza dall’estero e il rischio per l’industria
Castelli sostiene che la perdita della produzione siderurgica primaria nazionale potrebbe avere effetti diretti sui costi di numerosi comparti industriali. L’acciaio è infatti una materia prima essenziale per settori come l’automotive, la meccanica, le infrastrutture, l’edilizia e la produzione di macchinari.
Il ministro richiama anche il tema dell’inflazione e dei rincari energetici. Se l’Italia dovesse dipendere sempre più dalle forniture estere, i Paesi produttori potrebbero acquisire un maggiore potere contrattuale, condizionando disponibilità e prezzi.
La sua critica si allarga così alle scelte energetiche e industriali del Paese: dalla mancata realizzazione delle centrali nucleari allo scarso sfruttamento delle risorse nazionali di gas e petrolio, fino alla dipendenza dall’estero per le materie prime strategiche e le terre rare.
L’attacco alla magistratura: «Una decisione presa da una decina di giudici»
Il passaggio più duro della dichiarazione riguarda le responsabilità della chiusura. Castelli contesta che una decisione con conseguenze così profonde per il futuro industriale italiano sia stata determinata, a suo giudizio, non da una scelta del governo o del Parlamento, ma da provvedimenti della magistratura.
Secondo la sua ricostruzione, la questione ambientale avrebbe assunto un peso determinante, arrivando a mettere in discussione la continuità produttiva dello stabilimento anche in presenza di misurazioni delle polveri sottili che sarebbero entro i limiti di legge.
Castelli cita in particolare i livelli di PM10 nei quartieri vicini all’impianto, sostenendo che sarebbero inferiori a quelli registrati a Milano. Da qui la sua contestazione: perché fermare una struttura industriale strategica se alcuni degli indicatori ambientali risultano nei limiti previsti?
L’ex ministro paventa inoltre un precedente pericoloso per l’intero sistema produttivo: «Qualsiasi fabbrica non è al sicuro». Il timore espresso è che, con lo stesso criterio, un impianto possa essere fermato anche quando rispetta formalmente i limiti di legge, sulla base di una valutazione giudiziaria del rischio ambientale e sanitario.
Il nodo ambientale e la decisione della magistratura
La vicenda giudiziaria presenta tuttavia un quadro più articolato di quello descritto da Castelli.
Le decisioni sulla continuità dell’area a caldo dell’ex Ilva hanno preso in considerazione anche i rischi collegati alle emissioni e le criticità ambientali e sanitarie dello stabilimento. La questione non riguarda quindi esclusivamente il rispetto dei limiti ordinari di legge per il PM10, come potrebbe emergere dalla ricostruzione dell’ex ministro.
È inoltre importante precisare che lo spegnimento dell’area a caldo di Taranto non significa che l’Italia smetterà completamente di produrre acciaio. Il nostro Paese dispone infatti di numerosi impianti siderurgici con forni elettrici, che rappresentano una parte largamente maggioritaria della produzione nazionale. A essere compromessa è soprattutto la produzione primaria a ciclo integrale, quella che parte dal minerale di ferro e che in Italia era concentrata proprio a Taranto.
Una questione che riguarda il futuro industriale italiano
Sul futuro dello stabilimento rimangono aperti i nodi occupazionali e industriali, mentre prosegue il confronto sulle prospettive di rilancio e sulle possibili soluzioni per il sito siderurgico.
La denuncia di Castelli riporta così al centro del dibattito una questione che va oltre la singola vertenza: quale modello industriale vuole adottare l’Italia? Come conciliare tutela della salute, protezione ambientale, occupazione e autonomia produttiva?
Per l’ex ministro, il rischio è quello di rinunciare progressivamente a settori strategici senza avere costruito alternative sufficienti, finendo per dipendere da altri Paesi per le materie prime e i prodotti indispensabili alla propria economia.
Una presa di posizione destinata ad alimentare il confronto sulla vicenda dell’ex Ilva e sulle responsabilità delle istituzioni nella gestione di una delle più importanti crisi industriali italiane.
