Israele, i partiti arabi decisivi per il governo Eisenkot: si apre la partita del cambiamento

Netanyahu resta il blocco più forte, ma non ha i numeri per governare da solo. L’opposizione guarda ai 19 seggi delle forze arabe per costruire un’alternativa. Eisenkot invoca un nuovo corso, ma il nodo delle alleanze resta irrisolto.

Il futuro politico di Israele si decide adesso, nel difficile equilibrio tra i numeri usciti dalle urne e le alleanze necessarie per governare. Le elezioni legislative del 27 ottobre hanno ridisegnato gli equilibri della Knesset senza consegnare una maggioranza assoluta a nessuno dei due principali schieramenti. Benjamin Netanyahu conserva la guida del blocco più numeroso, ma Gadi Eisenkot può ancora tentare la costruzione di un governo alternativo. In questa partita, il peso dei partiti arabi è diventato centrale.

I risultati provvisori diffusi il 28 ottobre assegnano 53 seggi al blocco guidato da Netanyahu, 48 a quello dell’opposizione guidato da Eisenkot e 19 complessivi alle forze politiche arabe. Per ottenere la maggioranza assoluta nel Parlamento israeliano, composto da 120 deputati, sono necessari 61 seggi. Il dato fotografa una situazione nella quale nessuno dei due schieramenti può considerare acquisita la possibilità di formare il prossimo esecutivo.

La novità politica è rappresentata proprio dall’avanzata dei partiti arabi, che hanno raggiunto una consistenza parlamentare senza precedenti. Secondo Reuters, il risultato riflette anche una partecipazione particolarmente elevata dell’elettorato arabo, mobilitato dalle questioni della rappresentanza politica, della discriminazione, della sicurezza delle comunità e delle prospettive di pace. I loro 19 seggi possono risultare determinanti per gli equilibri della nuova legislatura.

La maggioranza possibile e il nodo delle alleanze

Sul piano aritmetico, la strada per un governo guidato da Eisenkot esiste. I 48 seggi del suo blocco, sommati ai 19 delle forze arabe, porterebbero a quota 67, sei in più della maggioranza assoluta richiesta. Ma la politica non si esaurisce in un’operazione matematica: perché questa ipotesi diventi praticabile occorre un accordo sulle modalità del sostegno parlamentare, sulle priorità dell’esecutivo e sulle condizioni poste dai diversi partiti.

Il presidente della Lista Unita, Yousef Jabareen, ha dichiarato che la sua formazione potrebbe sostenere dall’esterno un governo alternativo per porre fine all’esperienza di Netanyahu, escludendo però una partecipazione diretta alla coalizione. Una posizione che apre uno spazio negoziale, ma non equivale a un’intesa già raggiunta.

Anche Ra’am, la formazione guidata da Mansour Abbas, assume un ruolo rilevante nello scenario parlamentare. Reuters riferisce della disponibilità del partito a una partecipazione più ampia, mentre Eisenkot aveva escluso durante la campagna elettorale una collaborazione con le forze arabe. È questa contraddizione a rendere particolarmente delicata la fase successiva al voto: il blocco che punta al cambiamento potrebbe avere bisogno proprio degli interlocutori dai quali, fino a pochi giorni fa, prendeva le distanze.

Eisenkot e la promessa di un nuovo corso

Nel suo primo commento dopo la diffusione dei risultati, Eisenkot ha rivendicato la necessità di un cambiamento politico e di un governo orientato al servizio militare. Ha inoltre accusato l’esecutivo uscente di aver fallito nella gestione delle conseguenze del 7 ottobre 2023. Le sue parole indicano le priorità che intende portare al centro della trattativa, ma non risolvono il problema della costruzione di una maggioranza.

La questione della leva militare è particolarmente significativa. Il principio di una più ampia condivisione degli obblighi del servizio rappresenta uno dei temi più controversi della politica israeliana, soprattutto nei rapporti con i partiti ultraortodossi. Un eventuale governo alternativo dovrebbe affrontare questo dossier insieme alle questioni della sicurezza, della guerra a Gaza e delle relazioni con la popolazione palestinese.

Il confronto riguarda quindi non soltanto chi guiderà il governo, ma anche quale indirizzo politico potrà emergere dalla nuova composizione parlamentare. Un accordo con le forze arabe comporterebbe un passaggio significativo per un’opposizione che ha costruito parte della propria identità sulla sicurezza nazionale e sull’identità sionista. Al tempo stesso, escludere a priori quei partiti restringerebbe le opzioni disponibili per raggiungere la soglia dei 61 seggi.

Netanyahu senza maggioranza, ma la partita resta aperta

Il risultato rappresenta una battuta d’arresto per il blocco di Netanyahu, che non dispone dei numeri necessari per governare con gli alleati attuali. Non significa, tuttavia, che il primo ministro sia già fuori gioco. La formazione del governo dipenderà dalle consultazioni politiche, dalla disponibilità dei partiti a modificare le proprie posizioni e dalla capacità di individuare una formula parlamentare sostenibile.

Resta inoltre da completare lo scrutinio delle cosiddette buste doppie, che comprendono i voti di militari, diplomatici all’estero, detenuti e altri elettori ammessi alla procedura. I dati sono ancora provvisori e la distribuzione definitiva dei seggi dovrà essere confermata dalle autorità elettorali.

La fase che si apre è dunque quella delle trattative. Eisenkot deve trasformare la richiesta di cambiamento in un progetto di governo, mentre i partiti arabi devono decidere a quali condizioni sostenere un’alternativa. Netanyahu, dal canto suo, può ancora cercare accordi capaci di modificare gli attuali equilibri.

La questione decisiva è se le forze dell’opposizione riusciranno a superare le rispettive linee rosse. I numeri rendono possibile un esecutivo alternativo, ma soltanto un accordo politico potrà renderlo concreto. Per Israele comincia una fase nella quale il risultato elettorale non chiude la partita: apre il confronto sul futuro del Paese.