Mario Tapia, dal Cile alla Calabria: la storia di un italiano ritrovato tra memoria, famiglia e radici
C’è un’Italia che continua a vivere anche a migliaia di chilometri di distanza, custodita nelle fotografie di famiglia, nei racconti dei nonni, nei cognomi tramandati di generazione in generazione e persino nei sapori che riescono a creare un ponte tra continenti. È la storia raccontata nel corso della diretta da Mario Tapia, collegato da Santiago del Cile, protagonista di un incontro dedicato agli italiani all’estero e al rapporto, ancora fortissimo, con le proprie origini.
La domanda posta durante la trasmissione è stata chiara: gli italiani all’estero stanno perdendo le proprie radici oppure riescono ancora a conservarle e a trasmetterle? La vicenda personale di Mario sembra andare nella seconda direzione.
Mario Tapia è presidente dell’Associazione dei Calabresi in Cile e ha raccontato come la ricerca delle proprie origini sia nata innanzitutto all’interno della famiglia. Da bambino non parlava italiano e non aveva frequentato una scuola italiana, ma l’Italia era presente nella quotidianità attraverso i racconti, le fotografie, il cibo e i ricordi della nonna.
Un legame che, con il passare degli anni, sembrava però essersi progressivamente indebolito. La morte del bisnonno nel 1939 aveva contribuito a interrompere i rapporti con i parenti rimasti in Italia e in Argentina. Mario ha quindi iniziato una vera e propria ricerca familiare, arrivando anche a studiare l’italiano dopo aver ritrovato alcuni parenti in Italia.
La storia familiare lo ha portato prima in Argentina e poi sulle tracce delle origini calabresi. Per molto tempo la famiglia aveva ritenuto che gli antenati fossero siciliani, anche perché il bisnonno risultava nato a Messina nel 1890. La ricerca dei parenti italo-argentini ha però fatto emergere un legame con la Calabria, confermato successivamente attraverso documenti e testimonianze familiari.
Tra i nomi ritrovati c’è quello di Giuseppe Blasti, uno zio sacerdote legato a Bellantone, frazione di Laureana di Borrello. La ricerca ha portato Mario a scoprire anche una vicenda culturale particolarmente significativa: la pubblicazione della Divina Commedia in calabrese, avvenuta nel 2001, con il professor Umberto Di Stilo come curatore dell’opera.
Da quella scoperta è nato un nuovo filo con la famiglia Suriano e con parenti che, dopo decenni di distanza, erano praticamente scomparsi dalla memoria familiare. Mario ha raccontato di aver scritto alla casa editrice che aveva pubblicato l’opera e di essere così riuscito a entrare in contatto con il professor Di Stilo e, successivamente, con Maria Rosa, una parente italiana.
Il percorso si è concretizzato nel 2020, quando Mario è arrivato in Italia insieme al padre e al fratello. Il viaggio lo ha portato da Roma verso il Sud, passando dalla Calabria e da Messina, luogo di nascita del bisnonno, per poi raggiungere i parenti ritrovati nel Nord Italia. Un viaggio descritto come un momento particolarmente emozionante di ricongiungimento familiare.
Ma il rapporto con l’Italia, nel caso di Mario, non significa rinunciare alla propria identità cilena. Al contrario. Nel corso della diretta ha spiegato di sentirsi profondamente legato al Cile e anche alle proprie origini sudamericane. Le radici italiane, quelle argentine e quelle cilene convivono nella sua storia personale senza contrapporsi.

E proprio il legame con la cultura italiana è emerso anche attraverso un dettaglio curioso e immediatamente riconoscibile durante la diretta: Mario ha mostrato una bottiglia di Amaro del Capo, ricordando così, anche attraverso un prodotto simbolo della tradizione calabrese, quanto la Calabria possa essere presente nella vita degli italiani e dei loro discendenti anche a migliaia di chilometri di distanza. L’Amaro del Capo, dunque, arriva fino al Cile insieme alla memoria di una terra che Mario ha riscoperto attraverso la propria famiglia.
La sua ricerca, ha spiegato, non è un lavoro ma un hobby. Quando incontra persone con un cognome italiano, spesso chiede loro se conoscano l’origine dei propri antenati e prova ad aiutarle nella ricerca. È diventato così un modo per ricostruire legami che il tempo e l’emigrazione avevano interrotto.
La storia di Mario Tapia racconta quindi qualcosa di più di una semplice ricerca genealogica. Racconta come l’emigrazione possa spezzare i collegamenti tra generazioni, ma anche come, a distanza di decenni, fotografie, documenti, nomi e ricordi possano diventare gli strumenti per ricostruirli.
Dal Cile alla Calabria, passando per l’Argentina, la sua vicenda dimostra che le radici possono attraversare oceani e generazioni senza necessariamente scomparire. A volte rimangono nascoste per decenni e aspettano soltanto qualcuno disposto a cercarle.
