Meloni litiga prima con Madrid, ora con Berlino: avanti un altro?
Il governo italiano sotto pressione sul dossier migranti. Dopo la Spagna, anche la Germania di Friedrich Merz chiede che i trasferimenti verso l’Italia diventino operativi. Roma parla di compensazioni, Berlino insiste sulle regole europee. E Bruxelles richiama gli obblighi italiani. È il nuovo fronte che mette alla prova la strategia europea della premier.
Immigrazione, riammissioni, Ong e nuovo Patto Ue: dietro il confronto con Berlino c’è una partita molto più grande. Meloni cerca alleati in Europa, ma quando arriva il momento di dividere responsabilità e costi gli interessi nazionali tornano a prevalere.
ROMA – Prima Madrid. Adesso Berlino. E sullo sfondo Bruxelles.
È questa la fotografia, sempre più complicata, della politica europea del governo Meloni sul dossier migratorio. Una questione che Palazzo Chigi ha trasformato da tempo in uno dei pilastri della propria agenda internazionale e che ora rischia di diventare anche il terreno sul quale misurare i limiti della strategia italiana in Europa.
La domanda è semplice: quanto è solido il fronte europeo che Giorgia Meloni sta cercando di costruire sull’immigrazione quando gli alleati smettono di parlare di principi e iniziano a chiedere all’Italia di farsi carico concretamente dei migranti?
La risposta, per ora, non è rassicurante.
Dopo la recente tensione con la Spagna, Roma deve infatti fare i conti con una Germania che, almeno sulla carta, dovrebbe essere uno dei partner più vicini al governo italiano.
Berlino alza la voce
Il punto di partenza è concreto.
La Germania vuole che ripartano i trasferimenti verso Italia e Grecia delle persone che hanno raggiunto il territorio tedesco dopo essere entrate nell’Unione europea attraverso questi Paesi, quando ricorrono le condizioni previste dalle norme europee.
Il ministero dell’Interno tedesco ha ribadito che i rientri devono diventare operativi e che Berlino si aspetta che vengano effettuati verso Italia e Grecia.
Non è quindi soltanto una dichiarazione politica.
È una richiesta che investe direttamente il funzionamento del sistema europeo di asilo e che mette Roma davanti a una scelta politicamente scomoda.
L’Italia, da una parte, rivendica da anni di essere lasciata troppo sola nella gestione della frontiera mediterranea.
La Germania, dall’altra, sostiene che la solidarietà europea non può significare che uno Stato debba farsi carico indefinitamente di persone la cui posizione, secondo le regole europee, ricade sotto la responsabilità di un altro Paese.
Ed è qui che il rapporto tra Roma e Berlino comincia a mostrare le prime crepe.
Il paradosso dell’alleanza
Friedrich Merz non è Pedro Sánchez.
Ed è proprio questo a rendere la vicenda politicamente più delicata.
Con la Germania, Meloni ha cercato di costruire un rapporto strategico. Roma e Berlino hanno mostrato convergenze su diversi dossier europei, dalla competitività alla sicurezza, fino alla necessità di una maggiore attenzione al controllo delle frontiere.
La Germania è inoltre entrata nel gruppo di Paesi che si confrontano con Italia e Danimarca sulle politiche migratorie in vista dei vertici europei.
Insomma, Berlino avrebbe dovuto essere parte della soluzione.
Ora, però, è Berlino stessa a chiedere a Roma di rispettare fino in fondo il meccanismo delle riammissioni.
Ed è qui che la politica si scontra con la realtà.
Perché costruire un’alleanza europea sull’immigrazione è relativamente semplice quando tutti parlano di difendere le frontiere.
Molto più difficile è stabilire chi deve accogliere, chi deve trasferire, chi deve pagare e chi deve riprendersi le persone che si sono spostate da un Paese all’altro.
Il nuovo Patto europeo arriva alla prova dei fatti
La vicenda arriva inoltre in un momento decisivo.
Dal 12 giugno 2026 è entrato in applicazione il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, destinato a modificare il modo in cui gli Stati membri gestiscono le richieste di protezione internazionale e la cooperazione sui trasferimenti.
Il principio della responsabilità del Paese competente resta centrale.
Ed è proprio questo il punto sul quale Germania e Italia rischiano di trovarsi su posizioni differenti.
Per Berlino le nuove regole devono essere applicate.
Per Roma, invece, la questione non può essere ridotta a un semplice automatismo burocratico.
Il governo italiano deve fare i conti con il peso che gli arrivi hanno avuto e continuano ad avere sulle strutture di accoglienza, sulle amministrazioni locali e sul sistema di gestione delle frontiere.
Da qui la richiesta di affrontare anche il tema delle compensazioni.
È una parola che potrebbe diventare centrale nei prossimi mesi.
Perché se l’Europa chiede all’Italia di essere il Paese responsabile per una parte dei migranti che arrivano sul suo territorio, Roma potrebbe pretendere qualcosa in cambio.
Non soltanto dichiarazioni di solidarietà.
Risorse, collaborazione, redistribuzione e sostegno concreto.
Bruxelles entra nella partita
E mentre Roma e Berlino discutono, Bruxelles osserva.
La Commissione europea ha già richiamato l’Italia alla necessità di rispettare gli obblighi previsti dal quadro europeo.
Questo è forse il passaggio più delicato dell’intera vicenda.
Perché se il confronto fosse soltanto tra due governi, Meloni e Merz potrebbero trovare un compromesso politico.
Ma se la questione diventa l’applicazione delle regole europee, lo spazio per le trattative bilaterali si restringe.
L’Italia non può semplicemente decidere quali norme applicare.
E la Germania, allo stesso modo, non può trasformare una questione europea in un accordo esclusivamente nazionale.
È Bruxelles, alla fine, a dover garantire che il nuovo sistema funzioni.
Ed è proprio qui che si misura la credibilità del nuovo Patto.
Il capitolo delle Ong tedesche
Ma il confronto con Berlino non nasce dal nulla.
Da anni il tema delle Ong tedesche impegnate nel Mediterraneo rappresenta uno dei punti di maggiore frizione politica tra Italia e Germania.
Il governo Meloni ha più volte contestato il sostegno tedesco a organizzazioni impegnate nelle operazioni di soccorso e assistenza ai migranti.
Dall’altra parte, Berlino ha difeso il ruolo della società civile e delle organizzazioni umanitarie.
Due visioni profondamente differenti.
Per il governo italiano, il problema è quello di evitare che le attività di soccorso si trasformino in un fattore di attrazione dei flussi.
Per chi sostiene le Ong, invece, la priorità è il salvataggio delle persone in mare e il rispetto del diritto internazionale.
Il confronto è dunque anche ideologico.
E questo rende ancora più difficile separare il dossier delle Ong da quello dei trasferimenti.
Prima Madrid, ora Berlino
Il timing è politicamente pesante.
La tensione con Madrid è ancora sul tavolo.
Ora arriva Berlino.
E in entrambi i casi il tema migratorio è al centro del confronto.
È questo che obbliga Palazzo Chigi a interrogarsi sulla propria strategia europea.
Meloni ha costruito una parte significativa della propria identità politica internazionale sulla promessa di riportare l’Italia al centro delle decisioni europee.
L’obiettivo è diventare interlocutore indispensabile, non semplice Paese di frontiera.
Ma essere al centro significa anche essere in grado di negoziare con gli alleati quando gli interessi divergono.
Ed è proprio questo il test che sta arrivando.
La domanda che nessuno può più evitare
Per quanto tempo può funzionare un’Europa nella quale tutti chiedono solidarietà, ma ogni governo cerca di evitare di sostenere i costi politici e finanziari dell’accoglienza?
È il nodo irrisolto.
L’Italia dice: non possiamo essere lasciati soli.
La Germania dice: rispettate le regole e riprendete chi deve essere trasferito.
Bruxelles dice: applicate il sistema europeo.
E nel frattempo i migranti continuano a spostarsi da un Paese all’altro.
Il risultato è un cortocircuito politico.
Perché il problema non è più soltanto quanti migranti arrivano in Italia.
Il problema è chi è responsabile di loro una volta entrati nell’Unione europea.
Meloni davanti al bivio
La premier si trova ora davanti a un bivio.
Può scegliere lo scontro, rivendicando che l’Italia non può essere trasformata nel grande centro di raccolta migratorio dell’Europa.
Oppure può cercare un compromesso con Berlino e Bruxelles, ottenendo in cambio maggiori garanzie, risorse e una reale condivisione delle responsabilità.
La seconda strada potrebbe essere più difficile da spiegare alla propria base elettorale.
La prima potrebbe invece rendere ancora più complicati i rapporti con gli alleati europei.
E qui torna la domanda iniziale.
Prima Madrid, ora Berlino. Avanti un altro?
La provocazione è forte, ma il problema politico è reale.
Se anche la Germania, dopo la Spagna, finisce dall’altra parte del tavolo sul dossier migratorio, il governo italiano dovrà spiegare una cosa fondamentale: dov’è il confine tra l’alleanza europea annunciata da Meloni e gli interessi nazionali che, alla prima vera prova, tornano a prevalere?
Perché l’Europa non si governa soltanto con gli slogan sulle frontiere.
Si governa quando bisogna decidere chi accoglie, chi paga, chi trasferisce, chi riammette e chi si assume la responsabilità politica delle decisioni.
Ed è proprio adesso che la politica migratoria di Giorgia Meloni entra nella sua fase più difficile.
Dopo Madrid, Berlino. E se anche gli amici diventano interlocutori scomodi, la domanda non è più “avanti un altro?”. La domanda è: quanti fronti può aprire Roma prima che la partita europea diventi una partita contro l’Italia stessa?
