“Mio padre parlava poco, ma si faceva capire”: il ricordo di Domenico Nardo commuove e racconta una vita fatta di valori

Ci sono storie che non hanno bisogno di effetti speciali. Basta ascoltarle. Perché dentro le parole, nei ricordi raccontati con semplicità, si nasconde il valore di un’intera esistenza. È quello che è accaduto durante la lunga intervista concessa da Domenico Nardo a Fast News Platform, un viaggio nella memoria che ha ripercorso gli anni dell’infanzia, gli insegnamenti dei genitori, i primi passi nel mondo del lavoro, l’amore per la cultura e quella continua ricerca di nuovi orizzonti che ha caratterizzato tutta la sua vita.

Le radici tra Sorianello e Soriano Calabro

Molti lo identificano come uno dei figli più rappresentativi di Soriano Calabro. In realtà, come lui stesso ha precisato, la sua storia inizia poco distante. “Io sono nato a Sorianello”, racconta con orgoglio, spiegando che il padre, maestro elementare, insegnava proprio in quel paese e che la famiglia vi abitava. Solo all’età di sette anni, quando il fratello maggiore dovette iniziare le scuole medie, inesistenti a Sorianello, la famiglia si trasferì a Soriano Calabro.

Fu un cambiamento importante, ma vissuto con naturalezza.

“Papà continuò ad insegnare a Sorianello perché la distanza era minima. Io sono rimasto lì fino ai sette anni e poi ho trascorso il resto della mia vita a Soriano Calabro”.

Un dettaglio curioso rende ancora più suggestivo quel racconto.

Nardo ricorda infatti di essere nato in casa, come avveniva spesso negli anni Sessanta.

“Sono nato proprio in casa. Era il 25 gennaio. Nessuna ospedalizzazione per mamma né per me”.

Una nascita che oggi sembra appartenere a un’altra epoca ma che racconta perfettamente la Calabria di quegli anni.

Il padre, il primo grande maestro

Tra i passaggi più emozionanti dell’intervista c’è certamente il ricordo del padre.

Non un uomo di tante parole, ma una presenza costante.

“Era una persona buona, sincera. Parlava poco, ma si faceva capire. Amava profondamente la sua scuola e i suoi alunni”.

Solo crescendo, racconta, ha compreso fino in fondo la statura morale del padre, ascoltando anche i racconti degli ex studenti che ancora ne conservavano un ricordo straordinario.

“L’ho capito dopo quanto fosse importante”.

Un’eredità fatta di valori più che di insegnamenti espliciti.

A diciotto anni diventa collega del padre

Una delle pagine più sorprendenti della sua vita arriva prestissimo.

Diplomato al liceo scientifico e conseguita l’abilitazione magistrale, appena diciottenne viene chiamato ad insegnare proprio nella scuola dove lavorava suo padre.

“Avevo diciotto, diciannove anni. Entrai in una quinta elementare davanti a venti o ventidue alunni di dieci anni. Sembravo quasi uno di loro”.

Un’immagine che oggi fa sorridere ma che racchiude tutta l’emozione del primo incarico.

Alla domanda se in quel momento si fosse rivisto nel padre, la risposta è arrivata spontanea.

“Sì, un po’ sì. Avevamo caratteri diversi, ma ci somigliavamo molto”.

Entrare nella stessa scuola significava anche raccogliere un’eredità importante.

“Papà era orgoglioso di vedere suo figlio insegnare nella scuola che lui amava”.

Un orgoglio reciproco, costruito sul rispetto e sull’esempio.

Una madre forte che ha tenuto unita la famiglia

Se il padre rappresentava il riferimento culturale, la madre era il pilastro della casa.

Nardo ne parla con una tenerezza evidente.

“È stata una donna forte”.

Racconta che il padre aveva proposto che la moglie rimanesse casalinga e lei accettò dedicando tutta la propria vita alla famiglia.

Quando il padre morì, fu lei a reggere il peso di tutto.

Tre figli da crescere, difficoltà economiche e responsabilità enormi.

“Ha fatto passi indietro per portare avanti noi”.

Poi arriva una delle riflessioni più profonde dell’intervista.

“Nella vita capisci che nessuno può darti più di quello che ha o di quello che può dare”.

Una frase che racchiude il senso della gratitudine verso chi, pur con i propri limiti, ha dato tutto ai propri figli.

Dalla Calabria a Roma: la scoperta del mondo

Terminata l’esperienza scolastica, Nardo decide di dedicarsi completamente all’università.

Il salto dalla piccola realtà calabrese alla capitale è enorme.

“Passi da comunità molto piccole e devi affrontare una comunità molto grande”.

Nei primi anni continua comunque a lavorare e raggiunge Roma solo per sostenere gli esami.

Il ricordo del primo esame universitario è raccontato quasi con divertimento.

Era Diritto Privato, uno degli esami più difficili.

Quando il professore gli propose il voto di 28, lui non aveva ancora compreso fino in fondo il funzionamento degli esami universitari.

“Per me va bene”, rispose semplicemente.

Solo dopo avrebbe capito il valore di quel risultato.

Roma, però, rappresentò molto più di un’università.

“È stata fondamentale. È una città accogliente”.

Una città che gli consentì di costruire nuove amicizie e ampliare definitivamente i propri orizzonti culturali.

L’incontro con Stella, una storia d’amore cresciuta nel tempo

Tra i momenti più delicati dell’intervista c’è il racconto dell’incontro con la moglie, Maristella.

In realtà, racconta sorridendo, non fu difficile conoscerla.

Abitavano vicini, frequentavano lo stesso liceo e condividevano la stessa comunità.

La vita, però, li portò inizialmente su strade diverse.

“Ci siamo persi per qualche anno”.

Poi il destino li fece rincontrare.

“Abbiamo capito che si poteva realizzare qualcosa insieme”.

Da quel momento nacque una famiglia che ancora oggi rappresenta il punto fermo della sua esistenza.

“Io non riesco a stare fermo”

Forse la frase che meglio descrive Domenico Nardo arriva quando parla del proprio carattere.

“Per me stare fermo è uccidersi”.

Non è semplice irrequietezza.

È la continua necessità di crescere.

“Avevo bisogno di stimoli continui”.

Così, dopo l’insegnamento, arrivano nuove esperienze professionali.

L’avvocatura, la magistratura onoraria come giudice di pace, la comunicazione, la radio, la televisione, il giornalismo.

Ogni traguardo diventava semplicemente il punto di partenza per una nuova sfida.

“Mi sono sempre messo in discussione”.

Una filosofia di vita che gli ha consentito di attraversare mondi professionali molto diversi senza perdere la propria identità.

Una storia che parla di Calabria ma riguarda tutti

L’intervista non è stata soltanto il racconto della biografia di un professionista conosciuto.

È diventata il ritratto di una generazione cresciuta tra sacrifici, valori familiari e desiderio di costruire il proprio futuro senza dimenticare le proprie radici.

Ogni ricordo di Domenico Nardo è apparso privo di nostalgia retorica.

Piuttosto, emerge la consapevolezza che ogni esperienza, anche la più difficile, contribuisce a formare una persona.

Dal bambino nato in una casa di Sorianello al giovane maestro che insegnava accanto al padre, fino allo studente universitario arrivato a Roma e al professionista capace di reinventarsi più volte, il filo conduttore resta sempre lo stesso: il valore delle persone.

E forse è proprio questo il messaggio più forte lasciato dalla sua testimonianza.

Perché, come lui stesso ha ricordato parlando dei genitori, ciascuno offre agli altri ciò che possiede davvero: i propri valori, il proprio esempio, il proprio amore.

Ed è probabilmente questa l’eredità più preziosa che Domenico Nardo continua a trasmettere attraverso il suo percorso umano e professionale.