Unipg, arte e tecnologia si incontrano nelle “Soglie del Fare”: il FabLab come nuova frontiera della creazione contemporanea
L’arte del XXI secolo nasce sempre più spesso dall’incontro tra creatività umana e innovazione tecnologica. È questo il tema al centro dell’incontro “Soglie del Fare”, promosso dall’Università degli Studi di Perugia, che ha offerto una riflessione approfondita sul ruolo dei FabLab e sulle trasformazioni del gesto artistico nell’epoca della fabbricazione digitale.
Nel corso della relazione, è stata proposta un’immagine simbolica: quella di un artista davanti a una macchina a controllo numerico. Un semplice gesto – la pressione di un pulsante – mette in moto un processo produttivo che trasforma un progetto digitale in un oggetto reale. Da qui prende forma una domanda destinata ad attraversare tutto il dibattito: l’artista sta ancora creando oppure sta semplicemente assistendo all’azione della macchina?
La risposta non è stata affidata a una contrapposizione tra uomo e tecnologia, ma alla ricerca di una nuova sintesi. Il FabLab è stato descritto come uno “spazio abitabile”, un luogo di co-creazione dove gesto, materia, software, macchine e intenzione artistica convivono e si intrecciano fino a diventare inseparabili.
L’intervento ha ripercorso le origini storiche dei FabLab, nati nei primi anni Duemila al Massachusetts Institute of Technology (MIT) grazie all’intuizione di Neil Gershenfeld e del celebre corso “How to Make Almost Anything”. L’idea iniziale era profondamente democratica: rendere accessibili a tutti gli strumenti della produzione industriale, consentendo a chiunque di progettare e realizzare oggetti personalizzati.
Questa visione affonda le proprie radici nella cultura americana del “do it yourself”, dell’autoproduzione e della condivisione del sapere. Una tradizione che, secondo la riflessione proposta durante il convegno, trova oggi nuova espressione nei laboratori digitali, dove il principio del “learning by doing” continua a rappresentare una delle principali modalità di apprendimento.
Particolare attenzione è stata dedicata alla distinzione tra tecnica e tecnologia. La tecnica è stata descritta come l’insieme delle capacità umane che attribuiscono funzione e significato agli strumenti. La tecnologia, invece, introduce un livello ulteriore di mediazione: interpreta dati, li traduce in linguaggi codificati e governa processi complessi attraverso software e algoritmi.
Le macchine utilizzate nei FabLab – dalle stampanti 3D alle frese CNC fino ai sistemi di taglio laser – non rappresentano semplici utensili, ma dispositivi tecnologici che intervengono attivamente nel processo creativo. L’artista non dialoga più soltanto con la materia, ma anche con sistemi informatici, codici e interfacce che influenzano le possibilità espressive dell’opera.
In questo scenario il ruolo dell’artista non viene ridimensionato. Al contrario, assume una funzione critica e progettuale ancora più rilevante. Chi crea non utilizza la tecnologia in modo passivo, ma ne esplora i limiti, ne sovverte le logiche originarie e la trasforma in uno strumento di ricerca estetica.
Sono state presentate anche opere realizzate attraverso la stampa 3D dall’artista italiana Morehshin Allahyari, figura di riferimento internazionale nella riflessione sul rapporto tra arte, tecnologia e attivismo digitale. Le sue creazioni rappresentano esempi concreti di come le nuove tecnologie possano diventare veicolo di contenuti culturali, sociali e politici.
Accanto alla dimensione tecnologica è emerso un altro elemento centrale: quello della trasmissione del sapere. Nel FabLab, infatti, la conoscenza non viene semplicemente acquisita, ma condivisa. Il rapporto tra Fab Manager, tecnici, artisti e studenti richiama in parte l’antica tradizione delle botteghe artigiane e del compagnonnage francese, dove l’apprendimento avveniva attraverso la pratica, l’osservazione e il confronto diretto.
La riflessione ha quindi evidenziato come il FabLab rappresenti una sintesi originale tra laboratorio scientifico e bottega rinascimentale. Da una parte vi sono protocolli, software e processi riproducibili; dall’altra permane la dimensione umana dell’esperienza, dell’intuizione e della sensibilità artistica.
Nel passaggio conclusivo è stato evocato Michelangelo, definito non soltanto genio creativo ma anche “uomo d’atelier”, profondamente legato al lavoro della materia. Una figura che dimostra come il dialogo tra pensiero, tecnica e strumenti abbia sempre accompagnato la storia dell’arte.
Il messaggio finale emerso dall’incontro è che la tecnologia non sostituisce il gesto creativo, ma ne ridefinisce le forme. Nel FabLab contemporaneo convivono tradizione e innovazione, manualità e digitale, sapere artigianale e progettazione algoritmica. È in questa soglia, in questo spazio di incontro tra mondi diversi, che continua a nascere la creatività del futuro.
