Referendum sulla riforma della Giustizia: si voterà il 22 e 23 marzo. Nella stessa data anche le suppletive per la Camera
Il Consiglio dei ministri ha fissato la data del referendum costituzionale sulla riforma della Giustizia: gli elettori saranno chiamati alle urne domenica 22 e lunedì 23 marzo per esprimersi con un sì o un no sulla modifica approvata dal Parlamento lo scorso ottobre. Nelle stesse giornate si svolgeranno anche le elezioni suppletive per la Camera dei deputati, necessarie a coprire due seggi rimasti vacanti.
A confermare la decisione dell’esecutivo è stato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, al termine della riunione a Palazzo Chigi. Le elezioni suppletive serviranno a sostituire Alberto Stefani, oggi governatore del Veneto, e Massimo Bitonci, assessore della sua giunta, entrambi eletti in precedenza in collegi uninominali e successivamente decaduti dal ruolo parlamentare.
Lo scontro politico e istituzionale
La scelta della data ha immediatamente riacceso lo scontro politico e istituzionale attorno alla riforma, che da mesi divide governo, opposizioni e magistratura. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, in una recente intervista, aveva sottolineato come l’esecutivo non avesse interesse ad accelerare i tempi, sostenendo che una corretta informazione dei cittadini avrebbe favorito una partecipazione consapevole e, a suo avviso, un esito positivo del voto.
Secondo Nordio, la riforma è necessaria per restituire alla politica il suo «primato costituzionale» e per evitare che indagini poi rivelatesi infondate possano incidere sugli equilibri politici. Una posizione che ha trovato la netta contrarietà del Partito democratico e del centrosinistra.
La segretaria del Pd Elly Schlein, intervenendo nei giorni scorsi alla presentazione del comitato dei cittadini per il No, ha respinto con decisione le argomentazioni del governo: «Non vogliamo una riforma che consenta alla politica di controllare la magistratura. In democrazia è giusto che chi governa sia controllato».
I contenuti della riforma
Al centro del referendum c’è la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, una modifica costituzionale che, secondo il governo, servirebbe a prevenire conflitti di interesse e a garantire maggiore imparzialità nel sistema giudiziario. L’esecutivo accusa parte della magistratura di indebite interferenze in ambiti sensibili come le grandi opere e l’immigrazione.
Di segno opposto le critiche provenienti dalle toghe e dall’opposizione, che vedono nella riforma il rischio di un controllo politico sull’azione dei pubblici ministeri e, di conseguenza, sulle indagini giudiziarie.
Proprio perché incide sulla Costituzione, la riforma non potrà entrare in vigore senza il passaggio referendario, come previsto dall’iter costituzionale.
I comitati e le possibili azioni legali
Dura la reazione dei comitati per il No. Carlo Guglielmi, portavoce del comitato civico contrario alla riforma, accusa il governo di aver ignorato i tempi previsti dalla Costituzione e le oltre 350 mila firme raccolte. Annunciata anche la possibilità di un ricorso: «Informeremo il presidente della Repubblica e i comitati promotori parlamentari delle nostre iniziative».
Un’eventualità che non sembra preoccupare l’esecutivo. Il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti ha commentato con ironia: «In Italia la possibilità di fare ricorso non manca, il problema è farselo accogliere».
Sul fronte opposto, Francesco Petrelli, presidente del comitato Sì delle Camere penali, assicura che ci sarà tempo sufficiente per spiegare nel merito la riforma e contrastare quelle che definisce «le falsità dei comitati del No».
Critiche anche dal Pd, con la senatrice Anna Rossomando che parla di «forzatura» nella scelta della data e di un segnale di nervosismo della maggioranza, accusata di temere una discussione pubblica più ampia di quella avvenuta in Parlamento.
La campagna referendaria entra così nel vivo, con uno scontro che si preannuncia acceso e destinato a segnare il dibattito politico dei prossimi mesi.
