Nei campi degli Scrisi resiste la storia millenaria dei contadini: l’oro delle spighe si mostra come ai tempi della Magna Grecia

L’umanità potrà salvarsi se ritorna l’umiltà e il lavoro fatto con onestà e amore come quello compiuto nei secoli dai contadini che hanno segnato la storia dell’umanità.

Questo il messaggio nelle parole memorabili pronunciate da mons. Giuseppe Fiorillo nella sua omelia durante la prima celebrazione religiosa dedicata alla Giornata dell’aratura (IV edizione) e del Creato che si è svolta domenica 5 agosto nel territorio al confine tra i comuni di Maierato e Pizzo (area adiacente al Casino marchese Gagliardi). Ad ispirare la sua riflessione la figura di San Francesco d’Assisi e il suo Cantico delle Creature, a ottocento anni dalla composizione. Ed è stato accorato l’appello, tra la moltitudine di gente (tra cui tanti contadini di Maierati e d’intorni), a gridare contro le ingiustizie, a fare la propria parte, senza attendersi applausi e profitti.

Il giorno propiziatorio dell’aratura è organizzato dall’associazione dei contadini di Maierato (ACM) e per la prima volta è stata celebrata una messa in memoria dei tanti contadini che sono morti sul lavoro, ricordando la recente tragica morte di Paolo Fiorillo, sempre presente a questa manifestazione e il giovane Franco Moschella, scomparso diversi anni fa mentre lavorava i campi.

Luogo di incontro i campi degli Scrisi dove gli agricoltori arano, seminano e mietono il grano, un’area fertile che fin dall’antichità i contadini hanno coltivato. E questo rito ritorna oggi con una nuova forza per diventare monito ed esempio per le nuove generazioni affinché possano ritornare a vivere l’esperienza di agricoltori, via di salvezza da un mondo virtuale che produce solitudine e vanità, mentre i contadini, con il sudore della fronte e le mani callose, nel silenzio e senza applausi, lavorano per produrre un buon cibo e una comunità sana, non corrotta dallo sterco del demonio.

Dentro le parole di mons. Fiorillo un accorato invito a fare ognuno la propria parte con consapevolezza e semplicità, per non essere sedotti dalle nuove sirene dei social e della tecnologia, che isolano e rendono l’umanità sempre più schiava, infelice e sofferente. Al contrario il lavoro dei campi crea comunione e convivialità generando gioia, un sentimento profondo di spiritualità nella contemplazione della natura che avvicina al mistero del Creato e del suo Creatore, come ha invocato San Francesco d’Assisi alla fine della sua vita, ha chiesto ai frati di essere adagiato sulla nuda terra.  

     

C’è una storia che costa fatica ad essere raccontata. Una storia semplice fatta di humus, di lavoro e di humanitas che viaggia nei secoli. E nelle sue profondità ritroviamo le radici delle civiltà umane: il mito, la fecondità, il cibo, la sacralità di ogni creatura, l’amore per la vita, la bellezza che nasce dalla contemplazione, dall’unione della terra con il cielo. È la storia millenaria dei contadini che hanno dato il cibo al corpo e all’anima dei popoli attraverso il loro sacrificio, il duro lavoro, la paziente attesa, la gioia del raccolto. E quella millenaria memoria si ripete nel rito sacro come accadeva nella Magna Grecia. È il sincretismo religioso che unisce gli spazi, i tempi e i popoli.

È la memoria ancestrale che gli agricoltori di Maierato – ma accorsi anche da altri territori – nei campi degli Scrisi, rinnovano come un culto. Non c’è più Demetra nella vita delle comunità, ma la sua eredità, fatta di atti concreti e simbolici, di aneliti affinché si risveglino questi numi tutelari invisibili agli occhi ma non all’anima di Madre Terra e alla misteriosa sapienza che conserva una zolla in cui feconda il seme, rinnovando la vita. Un miracolo ininterrotto da tempo immemore. Eppure questo straordinario evento che si manifesta nei germogli e poi nel biondeggiar delle spighe, non desta meraviglia. In un modello economico e sociale basato sulla produzione industriale, sul consumismo, sul materialismo, sulla mercificazione, ogni frutto del faticoso lavoro e del mistero della creazione che custodisce la natura, fa parte ormai della inarrestabile dissacrazione in atto in questa società che sta oltraggiando emozioni e sentimenti, anima e spirito, narcotizzata e anestetizzata dai labirinti artificiali generati dalla tecnologia che divide et impera.

Ma nei campi degli Scrisi ancora, ad ottobre si ara, a novembre si semina e a giugno biondeggia il grano. Non ci sono più i buoi che tirano l’aratro, né mani che seminano, né uomini e donne che mietono il grano, né carri trainati dalle mucche che portano i covoni nelle aie. E non c’è più la trebbia che diventava la regina dell’estate con feste, canti e balli. Adesso ci sono i trattori. E sono stati tantissimi. Hanno riempito il piano degli Scrisi nella mattinata di domenica 5 ottobre, di fronte allo storico casolare “Gagliardi” (edificato nel 1740) in attesa di affondare le lame dell’aratro nella terra e aprire le zolle per accogliere i semi. Dopo la Messa per la celebrazione della “Giornata dell’aratura” unita a quella del Creato con la benedizione dei trattori, un serpente lungo circa un chilometro si è formato sulle dolci colline per tracciare profondi solchi. La cerimonia religiosa è stata voluta da don Bernardino Comerci assieme all’ACM (Associazione Contadini di Maierato) rappresentata dal presidente Vincenzo Griffo, per commemorare coloro che si sono sacrificati, che hanno perso la vita lavorando. E sono stati ricordati Paolo (scomparso un anno fa in modo tragico) e Franco (morto in giovanissima età) a testimonianza dei tanti scomparsi.  Durante la celebrazione, il presidente dell’ACM, ha letto l’invocazione al Divino Seminatore e ringraziato tutti coloro che hanno partecipato, in particolare mons. Fiorillo, insieme a don Bernardino.

Un’emozione indescrivibile vedere i trattori degli anni ’50 che, da vecchi leoni, hanno fatto valere la loro potenza e la loro esperienza di fronte a quelli innovativi, tecnologici. Anche queste macchine hanno conservato un’anima. L’anima dei contadini che non si arrendono, che resistono, che hanno ancora il coraggio di contemplare il cielo per trarre auspici, per sognare, le cui mani e i cui pensieri impastati con il sudore sono fatti di terra, madre generosa, che sa rispondere quando si interroga con cura e amore: “Interroga la vecchia terra e ti risponderà con il pane e il vino (Paul Claudel, Annuncio a Maria, 1912)”.

Nelle loro mani, nelle callose mani dei secoli, è nata e cresciuta la vera autentica cultura, si è generata la poesia:

“I latini per “curare” usavano la parola colere, da cui cultum, da cui il termine “cultura” (l’agricoltura non era altro che il prendersi cura del campo). La cultura non ha nulla a che fare con il consumare oggetti culturali: ci si illude che consumando più libri, più musica, più quadri, si acquisterà cultura. Conosco persone che consumano tantissimi oggetti culturali, però questo non le rende più umane, anzi spesso finiscono con il sentirsi superiori agli altri. Cultura vuol dire stare nel campo, farlo fiorire, a costo di sudore. Significa conoscere la consistenza dei semi, i solchi della terra, i tempi e le stagioni dell’umano e occuparsene perché dia frutto e tempo opportuno. Nella cultura ci sono il realismo del passato e del futuro e la lentezza del presente, cosa che il consumo non conosce: esso vuole la rapidità e immediatezza, non contempla la passione e la pazienza.”

In queste terre fertili, feconde, attraversate dall’antica Popilia, ancora persiste il genius loci dei contadini. E finché la loro storia sarà capace di rinnovare la memoria e arare la terra, il mondo potrà sperare che la greca kalokagathia (la bellezza coniugata con la bontà e il bene) e l’humanitas latina, potranno avere un terreno fecondo dove far crescere il vero oro, quello che evocano i campi degli “Scrisi” (dal greco krisòs). E i contadini saranno gli eroi silenti in un mondo dove la spazzatura viene osannata, dove alla civiltà si è sostituita la viltà che si annida dentro e dietro un monitor, negli artifici che stanno cercando di recidere le radici dell’anima, della memoria, della bellezza, della convivialità, e ridurre l’essere umano ad un umanoide, ad un consumatore di merce esposta sugli scaffali dei centri commerciali, “nonluoghi” anonimi, senza storia, senza identità, senza dignità, senz’anima.

Ed ecco che le parole ispirate, appassionate, fatte di terra e di humus, di pioggia e di sole, di stagioni che passano e che ritornano, pronunciate durante l’omelia da mons. Giuseppe Fiorillo (per tutti don Peppino), hanno risuonato emotivamente, si sono stagliate come le spighe allo spirare del vento e si sono sgranate nei solchi dei sentimenti della moltitudine dei contadini che hanno lavorato in quei campi nei secoli ad evocare il mitico tempo dove era ancora l’uomo ad essere protagonista della propria storia. Oggi, con il progredire inarrestabile della tecnologia cibernetica, nessun ingranaggio si mostra e si lascia scoprire, ma tutto viene occultato e informatizzato in un algoritmo, espropriando l’esperienza dalla possibilità di conoscere gli strumenti usati dagli stessi utenti. Perché siamo considerato utenti e consumatori, non più esseri umani. E i contadini e gli artigiani, che una volta sapevano costruire e aggiustare i loro attrezzi, oggi sono sempre più spettatori di loro stessi, finché non ci saranno i robot e gli umanoidi che sostituiranno interamente l’umanità.

Quello proclamato da mons. Giuseppe Fiorillo tra i campi degli Scrisi, durante la messa, è stato un messaggio potente che ha colpito al cuore la gente, che ha fatto vibrare le corde della loro anima. Un appello accorato ad essere “servi inutili”, non aspettarsi encomi, applausi, compiacimenti da un mondo che vive di vanità, ma fare la propria parte fino in fondo, per non smarrire i sentimenti umani, per vivere la gioia di stare insieme e creare momenti di convivialità, di agape. Una lode del creato e di coloro che lo curano, i contadini, come ha fatto San Francesco d’Assisi. Sono trascorsi 800 anni dalla composizione del magnifico “Cantico delle creature” (1224), e nell’imminenza della ricorrenza della morte di San Francesco d’Assisi (3 ottobre 1226), questo santo riesce a suscitare emozioni indescrivibili con la sua vita e la sua testimonianza, con le sue radicali scelte, con il suo amore per le Creature in virtù del suo Creatore. Le Laudes creaturarum (il testo più antico della letteratura italiana), diventa un messaggio politico, poetico e spirituale potente, di grande attualità. La sua bellezza ispira il ritorno all’amore verso la misteriosa semplicità e incommensurabile bellezza del creato e delle sue creature, nella loro accezione ecologica, etica, estetica e spirituale. E i contadini hanno incarnato questi valori, inconsapevolmente, spontaneamente: anche loro sono stati i seguaci di San Francesco, i suoi cantori e i suoi fattori.

L’omelia di don Peppino, come qualcuno ha affermato (Antonio Griffo, che ama definirsi “custode della terra”), è da far conoscere urbe et orbi:

“Ancora una volta, il popolo contadino, ha dimostrato la sua dignità e umiltà, sensibile verso la vicenda umana. La saggezza che distingue chi ara la terra e vive in essa, ha più volte contribuito in modo tangibile, a favore dei popoli e bambini che vivono in guerra nel mondo, contribuendo attraverso i canali ufficiali, ad alleviare le loro grandi sofferenze. Perché la solidarietà cristiana, opera fattivamente, nella discrezione e massimo rispetto per tutti. L’umiltà che si è rilevata, nell’omelia accorata di monsignor Giuseppe Fiorillo poi, dovrebbe essere indirizzata urbi et orbi. Ogni parola, come uno scalpello, andava a scalfire qualsiasi cuore duro. Risaltava la strenua fatica dell’uomo, che non si aspetta mai un applauso, ma continua zelante, perché lo sente come suo dovere. Ecco, se qualcuno possa pensare che, quelle parole, siano di circostanza, sbaglia e di grosso. Quelle parole venivano dette dal cuore di un uomo, dedito alla promulgazione del messaggio evangelico…”

E sono state parole che hanno scolpito in profondità l’anima e la storia millenaria della civiltà contadina. E tra le dolci colline degli Scrisi in un territorio che unisce il Comune di Maierato con quello di Pizzo, si semina ancora una storia antica fatta di povertà e ricchezza. L’espressione “la ricchezza della povertà”, che identifica la civiltà contadina calabrese, è stata coniata dallo scrittore Giuseppe Berto, nell’omonimo articolo profetico scritto nel 1972. Una cultura millenaria che a Maierato e d’intorni ancora resiste. E l’oro dei campi continua a risplendere con la bellezza poetica, capace di ispirare e di irradiare negli occhi di chi sa contemplare la vera ricchezza, che non è soltanto il frutto della materia (che è mater, madre), ma anche spirituale: è nel sentimento di amore che unisce le comunità, nelle emozioni suscitate dalla convivialità, nel riconoscimento del bene, del buono e della bellezza che si coglie nella natura e nelle creature umane, che ci eleva, appunto spiritualmente. È la sacralità che in modo misterioso intuiamo, che illumina la nostra anima! Ma l’industria, la mercificazione e il dio denaro distruggono, isolano egoisticamente le persone, sedotte dal consumismo che svuota le coscienze. Lo aveva profeticamente compreso Berto: la sua lezione, inascoltata, ha colto in profondità quello che è accaduto a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 con l’abbandono dei fondamentali valori insiti alla storia della civiltà contadina. Un passaggio di quell’articolo lo testimonia in modo magistrale:

“L’antica civiltà contadina, che si era tenuta in piedi sugli stenti, è crollata di colpo: al suo posto non è nata alcun’altra civiltà, è rimasto un vuoto di valori le cui manifestazioni visibili sono, a dir poco, incivili. In effetti, dal sopraggiungere di una repentina e insufficiente ricchezza, traggono vantaggio più gli uomini di cattiva che non quelli di buona volontà. La conoscenza dell’alfabeto, se non diventa cultura, dà forza all’ignoranza, e la disponibilità di mezzi rende più potente il disonesto., il furbo. Protagonista di questo disastro è stata una pseudo borghesia avida, profittatrice, attivissima e naturalmente incolta anche perché priva di radici borghesi.

Ora, la civiltà contadina era sì miseria, denutrizione, malattie, analfabetismo, esuberanza sia di nascite che di morti (premature), ma era anche grandissima onestà e nobiltà dell’animo popolare, quasi una sacralità che la gente povera esprimeva nel parlare, nel gestire, nel coltivare un campo, nel costruire un muro o una casa. I risultati di quella civiltà, sia nel fare che nel preservare, erano arrivati fino a noi: un patrimonio proprio come capitale, la povertà degli antenati che finalmente diventava ricchezza per i posteri, preziosa materia prima, in quantità incredibile, in una terra che di materie prime scarseggia. I calabresi si sono messi con grande energia e determinazione a distruggerla. In questo sono infaticabili e, a loro modo, geniali”.

A gridare con indefessa passione (vox clamantis in deserto) contro gli effetti distruttivi del consumismo e dell’industrializzazione, sempre in quel frangente storico, anche un altro grande scrittore, poeta, regista, Pier Paolo Pasolini (il 2 novembre ricorrono 50 anni dalla sua tragica scomparsa) che, ancor prima di Berto, aveva compreso “il genocidio culturale” dell’Italia. Negli “Scritti corsari” – ma non solo – ha denunciato la mutazione antropologica e l’omologazione dei comportamenti e la distruzione del grande patrimonio culturale che secoli e secoli di esperienze di civiltà contadina avevano consegnato alle generazioni future. Emblematica la folgorazione conclusiva dell’Articolo delle lucciole (1 febbraio 1975): “Darei l’intera Montedison per una lucciola”. Ancora più radicali le parole espresse nel film “La rabbia”, che risale al 1963:

“Quando il mondo classico sarà esaurito, quando non ci saranno più le lucciole, le api, le farfalle, quando l’industria avrà reso inarrestabile il ciclo della produzione, allora la nostra storia sarà finita”.

Ma la storia continua e i contadini di Maierato lo hanno dimostrato e continueranno a dimostrarlo. Non si lasceranno sedurre e ingannare dai falsi miti del successo, dagli applausi cronometrati, dalla retorica imbevuta di demenzialità, dalle fiction di un mondo mediatico che sta portando le nuove generazioni alla cancellazione dei sogni, deportati nei paradisi artificiali dei social. Lo dimostra la follia e la mostruosità di cui sono capaci i cosiddetti “potenti della terra”, dietro i quali ci sono le oligarchie plutocratiche e totalitarie che hanno in mano le sorti dell’umanità e i media sono al loro esclusivo servizio per plasmare il DNA dell’opinione pubblica, per manipolare geneticamente il pensiero e la visione del mondo. Questi plutocrati (adoratori di Plutos), di potente hanno il loro delirio di onnipotenza alimentato da un sistema politico complice e vile (ormai svuotato nella sua funzione istituzionale, dopo aver tradito i principi costituzionali e i valori etici e civili, oltre che umani), in quanto asseconda le follie belliche pur di avere una parte da recitare sulla messa in scena della tragicommedia nazionale e internazionale. Attori protagonisti o comparse, personaggi o caricature si agitano sul palcoscenico mediatico alla ricerca di applausi, encomi e like da un pubblico sempre più assuefatto e narcotizzato, che ama pavoneggiarsi, avendo ormai perso il ben dell’intelletto. Lo aveva prefigurato William Shakespeare: totus mundus agit histrionem, tutto il mondo è una recita, abitato da maschere, istrioni e macchiette da avanspettacolo:

Ammantato d’autorità precaria, di ciò ignaro di cui si crede certo, della sua essenza, ch’è di vetro – quale una scimmia arrabbiata, gioca tali insulse buffonate sotto il cielo, da far piangere gli angeli (Misura per Misura)

“La vita non è che un’ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla” (Amleto)

 

L’omelia di mons. Giuseppe Fiorillo

Ci soffermiamo sull’evangelo di Luca (17,5 – 10) oggi proclamato nell’arco di 24 ore in tutte le chiese cattoliche del mondo. “Quando avete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. La parola “inutili” la dobbiamo interpretare nell’accezione delle origini aramaiche e poi greche, come la lingua del vangelo di Luca. Nella sua derivazione greca la parola significa “Non aspettatevi nulla”, né applausi né lodi. Fate il vostro compito, fate il vostro dovere e fermatevi. Ed è quello che celebriamo noi oggi, la festa dell’agricoltura, del creato, la lode agli agricoltori che ancora, nonostante le difficoltà, resistono, vanno avanti e non si attendono applausi. Nei supermercati, i gloriosi supermercati che hanno distrutto tutti i piccoli mercati, non si attendono applausi, perché ognuno gira, compra, ammira la bella merce che si presenta ben confezionata e poi dentro non sappiamo cosa si nasconda. In tutti i modi è frutto di un grande sacrificio e non sono ripagati coloro che producono. Lucrano coloro che si trovano in terra di mezzo, coloro che commerciano, coloro che comprano a basso prezzo e rivendono aumentandolo notevolmente.

Questo messaggio si applica ai lavoratori e soprattutto ai lavoratori dell’agricoltura che con sudore e con fatica dall’alba al tramonto, col sole e col freddo, devono lavorare, perché i lavori devono essere fatti, non possono aspettare.

I contadini non hanno applausi, non hanno elogi. Nessuno si ricorda di loro quando si compra, quando poi il cibo si condivide sulla mensa. Diciamoli queste cose ai ragazzi! Che quando mangiano alle volte disprezzano il cibo. Alle volte non sanno cosa ci sia dietro una mela, un pezzo di pane.

E allora oggi è una giornata che deve far riflettere noi adulti soprattutto, e far riflettere quando consumiamo e compriamo qualcosa. Ricordarci di questi “servi inutili” che sono gli agricoltori, inutili attraverso questo bell’elogio che fa Gesù. Inutili perché lavorano e non hanno ricompensa: ricompensa economica soprattutto. Non hanno elogi, non hanno applausi. E riguarda tutti quanti noi nel campo della famiglia, della scuola, della Chiesa, delle parrocchie, degli ospedali. Tutti quanti noi ricordiamoci che dobbiamo fare il nostro compito senza attenderci gli applausi. Nel mondo televisivo si bada bene ad avere applausi attraverso gli ascolti. Guai se un programma non ha degli ascolti! La settimana dopo viene sospeso. Tutto questo sistema si basa sull’applauso, sul mi piace. È un mondo digitale, on line.

Ma il mondo vero è questo, di questi campi. Allora noi oggi vogliamo entrare in comunione con tutti coloro che hanno lavorato su queste belle terre, e arriviamo alla Magna Grecia. Perché questi campi si chiamano “Scrisi”? Perché il toponimo ha origini greche, che significa “oro”. Qui hanno lavorato i greci, i nostri antenati e hanno chiamato questi campi “Scrisi” perché quando le spighe maturavano biondeggiavano e il biondeggiar delle messi evocava l’oro. Il pane è oro, l’olio è oro e tutto questo oro proviene dai campi. Ecco questa grande comunione con gli antichi.

Nell’antichità, 600-500 anni prima di Cristo, lavoravano su questi campi, sudavano su questi campi, venivano bruciati dal sole, sferzati dalla pioggia. Qui su questi campi per fortuna ancora si lavora. Questi campi sono gloriosi: possiamo dire che ricordano il vero grano, che si produce qui, il vero grano delle nostre terre, ecco perché bisogna fare festa. E questa è la prima celebrazione che si fa qui. Bisogna continuare, bisogna lodare Dio, per queste fatiche, lodare Dio per questo bel territorio che si affaccia sul mare, lodare Dio per i buoni frutti che ci dona questo terreno! Se i greci lo hanno chiamato oro, noi dobbiamo continuare a conservare questo oro che Dio, attraverso la creazione ci ha dato. E allora onore e gloria a chi lavora la terra. A chi continua a lavorare. Onore e gloria per i giovani che nonostante il miraggio della città, la tentazione di fuggire da questi territori, ancora restano a fare questi umili lavori che molti considerano mortificanti; ma il lavoro più alto è questo che dà da mangiare a tanta gente, anche se molti non sanno da dove viene il cibo. Qui c’è veramente la lode da fare, e anche se il vangelo ci richiama a non fare lodi, noi la facciamo in questo caso, perché coloro che lavorano i campi – e sono pochi ormai – devono essere onorati, non soltanto attraverso le leggi, ma per la giusta remunerazione. Soprattutto lodare Dio perché ancora c’è questa resistenza qui, su questi nostri territori. E allora ben venga questa grande memoria. E in questa grande memoria noi vogliamo mettere coloro che hanno dato la vita per questo lavoro. E quanti sui campi, attraverso questi mezzi, hanno incontrato la morte. Quanti sono morti, quanti ne muoiono. C’è una media statistica di circa 3 persone al giorno che muoiono sul lavoro in Italia e buona parte muoiono nei campi. E qui oggi, in particolare, vogliamo ricordare Paolo che veniva gioioso in questi luoghi. E questo è il primo anno di assenza, ma dalla visione di Dio è qui con noi. Purtroppo ha lasciato la vita pochi mesi fa. E poi ricordiamo anche Franco. Ma attraverso queste splendide persone noi vogliamo vedere, attraverso la loro memoria, tante persone che abbiamo conosciuto, che sono morte per racimolare e portare a casa un pezzo di pane.

Questa è la grande festa di oggi, una festa di memoria grande nella gioia e anche nel dolore, perché gioia e dolori fanno parte di questa nostra vita, e in questo grande patrimonio di gioia e dolori vogliamo ricordare questa grande figura, questo genio dell’umanità, che è San Francesco. Lui non perdeva occasione per disprezzarsi, per dire che lui è niente. Adesso l’umanità lo esalta ed è bello. Lui si è sempre disprezzato. Tanto è vero che sul letto di morte alla Porziuncola, quanto si sentiva venire meno, si è disteso per terra, ha chiesto perdono al suo corpo e disse: “Ho trattato il mio corpo come un somaro”. Aveva messo troppi pesi sul suo corpo: le fatiche, il correre da una parte all’altra, continuamente. È arrivato anche in Egitto, in Palestina, disarmato dinnanzi al sultano di Gerusalemme, mentre tutti andavano armati. E il sultano che lo ascoltava gli chiese: “Cosa vuoi? Ti dò quello che vuoi.” “Non voglio niente, soltanto che tu custodisca i luoghi dove il mio signore è morto e risorto” rispose San Francesco. “Consegno a te questi luoghi” allora disse il sultano. E oggi sapete che, con tante difficoltà, i luoghi sacri sono custoditi dai seguaci di Francesco. In tutti i luoghi dove Gesù è passato lì c’è un santuario, c’è una chiesa e ci sono i francescani. E che il signore li faccia crescere in un tempo in cui stanno venendo meno: i cristiani vengono sempre meno, perché vengono uccisi ogni giorno insieme a musulmani e altri. Ecco, il sultano ha dato la custodia a Francesco, umile frate, ha avuto la custodia dei luoghi sacri. Non ha chiesto di costruire una basilica, ma voglio che con la tua autorità tu custodisca questi sacri luoghi. E questo genio della semplicità, dell’accoglienza, del sacrificio, della benevolenza, ancora sul letto di morte, sapete che cosa dice ai frati che piangevano? “Non piangete, non piangete perché io, in questo mondo, ho fatto la mia parte. Andate e anche voi fate la vostra parte!”

Questo invito di ottocento anni fa viene rivolto anche a noi, e nonostante le difficoltà, nonostante mille peripezie, dobbiamo andare e fare la nostra parte in questo mondo: c’è bisogno di fare la nostra parte in questo mondo per gridare che abbiamo bisogno di pace. Gridare che c’è bisogno di giustizia sociale e umana, perché ci sono pochi paperoni dei paperoni in questo mondo che si arricchiscono giorno dopo giorno, e una moltitudine diviene sempre più povera. E allora c’è bisogno di gridare, come gridava Francesco, gridare contro l’ingiustizia. Vedete quale sia la nostra parte, di fare una vita semplice, ordinaria, ogni giorno, senza attenderci applausi, ritenerci servi inutili e nello stesso tempo gridare perché avvenga qualche cosa di bello, perché troppo ci stiamo intristendo, troppo ci stiamo isolando, anche le nuove forme di lavoro ci isolano. Come era bello quando su queste pianure si lavorava assieme, si seminava assieme, si raccoglieva assieme, si trebbiava assieme sulle aie e si cantava e si mangiava assieme. Oggi si vuole riprendere questo bel gesto antico per lavorare assieme. Tutti questi trattori venuti da lontano qui per essere solidali, per dire “lavoriamo assieme”, come si lavorava anticamente assieme, quando si lavorava con la falce, con le mani. Oggi si lavora con questi strumenti che la tecnica ci dà, ma assieme. È bello questo gesto con questi trattori a cominciare dal trattore di Paolo, vederli qui su queste pianura, assieme. Questo ritorno all’assieme che si sta perdendo. Perché oggi si lavora in remoto, nella tua stanza, solo a guardare i muri. Sta finendo il lavoro dell’assieme nei luoghi, negli uffici. Vogliono questa fine, per cui ognuno deve essere un numero, un numero che deve consumare, ma non gioire, non condividere, non partecipare. Ecco il grido che Francesco ci ha lasciato! Lui che ha creato queste belle comunità, lui oggi ci dice “vivete assieme, condividete i dolori, le gioie, condividete i cibi”. Un grande progetto ci rinnova questo grande santo, Francesco D’Assisi. Accogliamo questo suo ultimo anelito, questo ultimo desiderio mentre stava per spirare: “Io ho fatto la mia parte: andate e fate la vostra parte. Non piangete, andate a fare la vostra parte.”

Oggi vorrei che ciascuno di noi raccolga questo sogno, questo monito, questo invito di Francesco. Facciamo la nostra parte. C’è tanto da fare. Soprattutto per creare un mondo più onesto per i giovani, per i ragazzi, un mondo più conviviale, un mondo più vivibile. Questa è la grande parte che dobbiamo fare noi. Stiamo trascurando troppo i giovani e i bambini, a cominciare dall’infanzia perché li lasciamo dinnanzi a un tablet o uno smartphone, così stanno buoni. Allontaniamo questa idea. Perdiamo tempo ed essere “servi inutili” con i bambini, con i propri figli. Inutili nel senso che dobbiamo dare, e quanto le mamme sanno dare! Ma dare senza attenderci gratitudine. Se ci sarà ben venga la gratitudine, altrimenti diamo, diamo e seminiamo a piene mani. Fra qualche giorno si semina a piene mani in questi campi. L’invito a ciascuno di noi è a seminare in bontà, in accoglienza, in benevolenza e in benessere spirituale e materiale. E che il Signore aiuti questi nostri fratelli che lavorano! Li renda felici e dia felicità alle famiglie e a tutti noi.