La Grande Guerra di Armando Diaz nel libro “Caporetto Management” di Antonio Iannamorelli
Richiamando già dalle prime pagine le osservazioni e i testi di Marc Bloch sulla comunicazione, Antonio Iannamorelli in “Caporetto Management” (Lupieditore, Sulmona 2018) presenta uno studio analitico-sintetico delle vicende italiane durante la prima guerra mondiale. Una specie di comunicazione storicizzata. D’altronde è proprio la comunicazione il tema portante del libro. Una comunicazione che si avvale d’un tempo storico passato per analizzare e comprendere il tempo presente. In linea con i suggerimenti di Marc Bloch nella sua opera più importante, “Apologia della storia”, il libro di Iannamorelli cerca di comprendere il passato senza giudicare, analizzandone e interpretandone i vari aspetti. Una lezione nel significato più vasto, perfino come lezione ai manager moderni con la terminologia specifica d’un mondo specializzato come questo. Jacques Le Goff, nella prefazione al libro di Marc Bloch, ne rileva l’importanza insieme a Lucien Febvre e Fernand Braudel, definendolo “un affamato, un affamato di storia, un affamato di uomini nella storia. Lo storico deve avere un buon appetito. Egli è un mangiatore di uomini”. Forse per questo il libro di Iannamorelli appare come una diagnosi dei due personaggi italiani della Grande Guerra, una specie di vivisezione caratteriale. Non solo come individui, ma per ciascuno la propria area di influenza, la cosiddetta “attenzione al collettivo”, sempre secondo Bloch. Da questi due uomini e due comportamenti derivano la sconfitta di Caporetto e la vittoria del 4 novembre.
Nei confronti di Cadorna “il personale è atterrito e demotivato, sia negli obiettivi strategici che nel perseguimento di quelli di breve periodo… Sono più gli encomi elargiti agli alti ufficiali per l’applicazione delle disumane misure punitive, che non quelli attribuiti per l’eroismo dei reparti”. Cadorna era solo e voleva esserlo, senza rapporti con l’istituzione monarchica, politica e tanto meno con i suoi dipendenti militari. «L’imperativo era “Vincere o Morire”. Il resto era affidato al Cognac, somministrato in quantità alla vigilia delle offensive e ai moschetti dei Carabinieri disposti alle spalle dei reparti, pronti a sparare a chi avesse indugiato nell’assalto senza speranza». Con la sconfitta di Caporetto, il quadro militare e politico viene rivoluzionato. Il 24 ottobre 1917 diventa la data fatidica per le sorti dell’Italia. La sconfitta di Caporetto, militarmente, è uno scacco inimmaginabile, imprevisto e significativo come manovra di attacco, capace di sfondare la difesa italiana. Ma la motivazione che nel famoso bollettino di guerra manifestata da Cadorna viene descritta come colpa degli italiani della Seconda Armata, “vilmente ritiratisi senza combattere”. Un ammonimento reso pubblico, senza le necessarie prove. Un bollettino che non resta localizzato in Italia, ma diventa atto di accusa per gli Alleati. Con questo documento ufficiale, che subito dopo si cerca di attutire, l’operazione Cadorna fallisce miseramente. Dopo più di due anni, 30 mesi, con l’evidenza di errori madornali sia di carattere militare, sia di comunicazione, Governo e Monarchia corrono ai ripari, anche su sollecitazione degli Alleati, rimuovendo Cadorna e nominando Armando Diaz. Iannamorelli scrive: “Il 9 novembre, nella conferenza interalleata che si svolge a Peschiera, viene comunicata la rimozione di Luigi Cadorna e la sua sostituzione con Armando Diaz”.

