Keiko Fujimori e Bukele, l’asse della destra dura in America Latina: sicurezza, potere e diritti a rischio

C’è un’immagine che racconta più di tante dichiarazioni diplomatiche: Keiko Fujimori entra nel CECOT, il gigantesco carcere di massima sicurezza costruito dal governo di Nayib Bukele in El Salvador. La presidente del Perù osserva, ascolta, prende appunti. Poche ore dopo incontra il presidente salvadoregno. Non è soltanto una visita istituzionale. È anche il segnale di una convergenza politica che merita di essere osservata con attenzione.

Il 29 ottobre 2026 i due leader si sono incontrati a San Salvador per discutere di cooperazione bilaterale, sicurezza, giustizia, salute, istruzione e commercio. Al centro della visita, però, c’è soprattutto il modello Bukele: la strategia che ha trasformato la lotta alle bande criminali nel principale elemento di identità politica del presidente salvadoregno.

Fujimori non ha nascosto il proprio interesse. La presidente peruviana ha definito le esperienze di El Salvador un patrimonio da conoscere e valutare, sostenendo la necessità di adattare le soluzioni ritenute efficaci alla realtà del proprio Paese. Il riferimento alla possibilità di realizzare strutture carcerarie sul modello salvadoregno è tutt’altro che secondario.

Il modello Bukele e il fascino della mano dura

Nayib Bukele ha costruito una parte fondamentale del proprio consenso sulla promessa di riportare la sicurezza nelle strade. Il suo governo ha dichiarato una drastica riduzione degli omicidi e ha fatto della lotta alle organizzazioni criminali il simbolo della propria azione politica.

Il risultato ha avuto una forte risonanza internazionale. Per molti cittadini, soprattutto in Paesi segnati da estorsioni, violenze e criminalità organizzata, l’esperienza salvadoregna rappresenta una risposta concreta a un problema che per anni è sembrato impossibile da affrontare.

Ma dietro il consenso e i risultati dichiarati esiste un’altra questione, che non può essere ignorata: il prezzo pagato sul terreno delle libertà individuali e delle garanzie costituzionali.

Dal marzo 2022 El Salvador vive in uno stato di emergenza che ha sospeso alcune garanzie processuali. Secondo Human Rights Watch, oltre 90.000 persone sono state arrestate nell’ambito di questa strategia. Organizzazioni per i diritti umani hanno documentato detenzioni arbitrarie, torture, sparizioni forzate e altre gravi violazioni.

Il problema, dunque, non è soltanto stabilire se il modello funzioni nella lotta alla criminalità. La domanda è anche quali strumenti vengano utilizzati, quali controlli restino operativi e quali garanzie siano assicurate a chi finisce nelle mani dello Stato.

Il fujimorismo incontra il bukelismo

L’avvicinamento tra Keiko Fujimori e Nayib Bukele non nasce nel vuoto. La tradizione politica del fujimorismo porta con sé una storia complessa, legata all’esperienza presidenziale di Alberto Fujimori, padre di Keiko, e alle profonde trasformazioni istituzionali vissute dal Perù negli anni Novanta.

Oggi Keiko Fujimori guida Fuerza Popular e rappresenta una destra conservatrice che ha fatto della sicurezza uno dei suoi principali temi politici.

Bukele, invece, ha costruito un modello personale di leadership, caratterizzato da una comunicazione diretta, dalla centralità della figura presidenziale e da un rapporto conflittuale con diversi contrappesi istituzionali.

Le due esperienze non sono identiche. Hanno storie, sistemi politici e caratteristiche differenti. Tuttavia, l’interesse di Fujimori per il sistema penitenziario salvadoregno dimostra che il modello di Bukele non è più soltanto un’esperienza nazionale: sta diventando un riferimento per altri governi e movimenti politici latinoamericani.

È qui che la questione assume una dimensione continentale.

Una rete della destra latinoamericana?

In America Latina si confrontano visioni molto diverse del potere, dell’economia, della sicurezza e del ruolo dello Stato. In questo scenario, alcuni leader conservatori e di destra hanno individuato nella lotta alla criminalità, nella critica alla sinistra e nella difesa di un’autorità statale più forte alcuni dei principali terreni di convergenza.

Il rapporto tra Fujimori e Bukele si inserisce in questa dinamica. Non esiste, sulla base degli accordi annunciati, la prova di una nuova organizzazione internazionale dell’estrema destra o di un’alleanza formale tra i due Paesi con obiettivi ideologici comuni. Esiste però una cooperazione concreta e una convergenza politica attorno a un modello di sicurezza che ha acquisito una notevole capacità di attrazione.

La questione riguarda anche il rapporto con le esperienze conservatrici internazionali, compreso il mondo politico vicino a Donald Trump. La circolazione di modelli, slogan e strategie comunicative contribuisce a creare un terreno comune tra leadership che, pur con differenze significative, condividono una visione più rigida dell’ordine pubblico e dell’autorità.

La sicurezza non può diventare un assegno in bianco

La criminalità organizzata rappresenta una minaccia reale. Le vittime delle bande, delle estorsioni e della violenza non possono essere abbandonate in nome di un dibattito astratto. I governi hanno il dovere di proteggere i cittadini e garantire il funzionamento della giustizia.

Ma proprio perché la sicurezza è un diritto fondamentale, non può essere utilizzata per cancellare tutti gli altri.

Uno Stato democratico deve essere in grado di arrestare i criminali, celebrare processi, applicare pene e proteggere la collettività senza trasformare l’eccezione in una regola permanente. Il controllo giudiziario, il diritto alla difesa e la presunzione di innocenza non sono ostacoli alla sicurezza: sono elementi essenziali dello Stato di diritto.

La visita di Keiko Fujimori al CECOT pone quindi una questione che riguarda tutto il continente: quali aspetti dell’esperienza salvadoregna intende importare il Perù? Soltanto l’organizzazione delle strutture carcerarie e le strategie di contrasto alle bande oppure anche gli strumenti eccezionali che hanno accompagnato la politica di Bukele?

È una distinzione decisiva.

Un’alleanza da osservare, senza sottovalutare i segnali

L’incontro di San Salvador non basta per parlare di un blocco politico organizzato dell’estrema destra sudamericana. Sarebbe un’affermazione che richiederebbe prove ulteriori. Ma sarebbe altrettanto superficiale considerarlo un semplice appuntamento protocollare.

Quando una presidente visita il carcere simbolo di un altro governo, ne elogia l’esperienza e valuta la possibilità di riprodurne alcune caratteristiche nel proprio Paese, si sta verificando un passaggio politico significativo.

Il modello Bukele è diventato un riferimento internazionale. Il fujimorismo guarda a quell’esperienza con interesse e i due governi hanno avviato una cooperazione che va oltre le fotografie ufficiali.

La vera partita si gioca adesso. Non soltanto nelle relazioni tra Lima e San Salvador, ma nel futuro della democrazia latinoamericana.

Perché la domanda non è se i cittadini abbiano diritto a vivere senza paura della criminalità. Ne hanno certamente diritto. La domanda è se, per garantire quella sicurezza, sia necessario accettare un progressivo indebolimento delle garanzie democratiche.

E soprattutto: chi controlla il potere quando, in nome della sicurezza, il potere diventa sempre più forte?