Se difendere gli onesti è diventato un problema, allora ho un problema

Riceviamo e pubblichiamo da Andrea Mahigan Bogiatto:

Ho riflettuto a lungo se scrivere questo post, perché esporsi significa inevitabilmente essere insultati, etichettati e attaccati. Ma arriva un momento in cui il silenzio pesa più delle conseguenze.

Viviamo in una società dove la giustizia, la sicurezza, la protezione della propria famiglia, il diritto alla difesa e la famiglia stessa sono valori sempre più calpestati, il finto perbenismo è dilagante e lo Stato ha dimostrato, nel corso degli anni, di aver fallito il suo compito.

Io ho servito il mio Paese per anni.

Ho lavorato con agenzie in diverse parti del mondo e oggi sono un italiano diventato Vice Sceriffo negli Stati Uniti, un Paese dalle mille contraddizioni. Ho osservato l’Italia negli ultimi dieci anni, da lontano, e ho visto una costante deriva, un indebolimento progressivo del tessuto sociale, dei rapporti umani e di una legalità che sembra essere diventata un circo mediatico.

Io sono cresciuto con modelli di servizio come il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, simboli di chi ha avuto il coraggio di dire: basta.

Vivendo fuori ho acquisito una posizione privilegiata perché, guardando da lontano, talvolta si osservano cose che dall’interno non si riescono più a vedere.

Io sono fiero dell’italianità e della mia cultura!

Allo stesso tempo, però, vedo un Paese sanguinare e affogare nell’ipocrisia e in un analfabetismo funzionale sempre maggiore, la cultura che ci propongono costantemente è un insulto ai valori fondamentali: famiglie che non sono più famiglie, immigrazione irregolare trattata come normalità, criminali che devono essere compresi e compatiti nel loro agire; vedo cittadini onesti che, oltre a far fatica a sbarcare il proprio lunario, non hanno più il diritto di uscire senza rischiare di essere insultati, aggrediti o rapinati.

A volte neanche la casa rappresenta più quel luogo sicuro che dovrebbe essere.

Vedo le Forze dell’Ordine schiacciate ogni giorno dalla follia di un apparato di giustizia che, oltre a non sostenerle, le prende letteralmente in giro, facendole apparire come uomini e donne di uno Stato inesistente: ho visto colleghi rientrare a casa distrutti non per un arresto, ma per mesi di procedimenti, esposti e processi mediatici dopo aver semplicemente fatto il proprio dovere, ho visto uomini che non avevano paura del criminale, ma della firma che avrebbero dovuto mettere su un verbale.

Indossando l’uniforme in un altro Paese provo sensazioni diverse: ogni fine turno, sotto la doccia calda, chiudo gli occhi e ringrazio perché è andato tutto bene, ringrazio perché sto per tornare a casa dalla mia famiglia, e, soprattutto, sono sicuro che, se ho fatto bene il mio lavoro, non ci saranno ripercussioni, ma soltanto un “grazie” da una parte della popolazione.

Ho ricevuto più “grazie” nel breve periodo che sono qui rispetto a quelli ricevuti in un decennio vestendo la divisa della Polizia di Stato. E questo è inaccettabile. Oggi la situazione è peggiorata, se nei miei anni avevamo le mani parzialmente legate, oggi è il poliziotto a essere ammanettato, non possono agire, e ogni azione, quando viene compiuta, finisce inevitabilmente sotto un giudizio politico, se contrastano quel caos e proteggono ciò che andrebbe protetto, vengono chiamati fascisti.

La professionalità delle Forze dell’Ordine italiane non ha nulla da invidiare a quella di altre nazioni, ve lo assicuro per esperienza diretta, eppure vengono trattate come pezze da piedi sia dal Governo, che da molti cittadini, sempre da quella fascia, da quell’alone di finto perbenismo che vede colori politici ovunque.

Io ho deciso di metterci la faccia pubblicamente e di dire basta.

Basta alla visione unilaterale secondo cui, se fai rispettare la legge, allora sei fascista, basta con questa politicizzazione da parte di estremisti che si definiscono di sinistra ma che, probabilmente, non sanno neppure cosa significhi esserlo.

La giustizia e la sicurezza non hanno né destra né sinistra, la Polizia difende chi ha il busto di Mussolini in salotto e chi va in giro con la falce e martello tatuata sul naso; io ho le mie idee politiche, come, probabilmente, tutti, tuttavia quello di cui parlo non è politica, è un diritto fondamentale e imprescindibile di ogni cittadino onesto.

Fare questi video mi ha messo di fronte a un fatto estremamente inquietante: una certa fascia di persone, politicamente e ciecamente orientata, non ha la capacità di entrare in un discorso senza insultare, insultare me come persona, minacciarmi, arrivare persino ad augurarmi la morte oppure affermare con assoluta sicurezza cose di cui non ha la minima conoscenza. Dall’altra parte, però, ho trovato molte persone che si documentano e che, soprattutto, sono esasperate da questa situazione e vorrebbero davvero fare qualcosa per la nostra nazione.

Ho ricevuto moltissimi messaggi: messaggi di persone che chiedono aiuto, per loro, per i propri figli, aiuto per rimettere in sesto il nostro bellissimo Paese.

In entrambi i casi ho riscontrato emozioni di profonda rabbia.

Bene!

La rabbia, se gestita nel modo giusto, può diventare una forza straordinaria. La rabbia è come l’adrenalina, se la lasci decidere lei, distrugge tutto, se invece impari a governarla, diventa la forza che ti permette di restare in piedi quando gli altri arretrano. Quella rabbia agonistica che non ti blocca, ma ti spinge ad andare avanti.

Che ti fa esporre.

Che ti fa prendere posizione.

Io ho servito ventiquattro anni sotto diverse bandiere nazionali e ho imparato che ogni nazione e ogni agenzia hanno qualcosa da insegnare, non esiste un modello unico, esistono tanti piccoli insegnamenti: dalla tattica, alle procedure, fino alla mentalità.

E soprattutto ho compreso una cosa importantissima, che esiste una sola bandiera.

Noi appartenenti alle Forze dell’Ordine serviamo uno Stato, ma prima ancora serviamo un principio, noi siamo la sottile linea blu che protegge l’ordine dal caos, abbiamo una sola bandiera: quella della giustizia, della difesa del più debole, di chi non ha voce, di chi non ha la forza di difendersi.

Non ho mai chiesto la tessera di un partito prima di intervenire, anzi ho sempre messo a repentaglio la mia vita quando era necessario, e so che la maggior parte dei poliziotti ha fatto, fa e continuerà a fare esattamente la stessa cosa.

Ora mi rivolgo a te, cittadino onesto: sappi che io ci sono!

Ho deciso di far sentire la nostra voce, con tutte le difficoltà che questo comporta, sono abituato agli insulti. Dopo tanti anni in uniforme, la mia è diventata una corazza impermeabile.

E mi rivolgo anche a te, appartenente alle Forze dell’Ordine.

So che, per regolamento, spesso non puoi parlare pubblicamente perché rischieresti richiami disciplinari: io sono qui. Posso far sentire la nostra voce, il nostro urlo disperato di chi vuole aiutare.

Di chi vuole servire.

Di chi vuole fare la differenza.

Io ci sono, con la mia faccia, che piaccia oppure no.

Con il mio modo.

Con le mie parole, scomode per molti.

Con il mio tono, talvolta acceso.

Con il mio cappello.

E con la mia stella da Vice Sceriffo.

Non so cosa potrò fare, ma una cosa la so: nessuno riuscirà a zittirmi, nessuno riuscirà a farmi desistere, nessuno ci è mai riuscito in ventiquattro anni. Ora è il momento di dire basta, è il momento di riprenderci la nostra nazione, di fermare il caos dilagante.

Nonostante tutto, nonostante i detrattori, nonostante una politica che, a mio giudizio, troppo spesso si rifugia nella retorica invece di affrontare i problemi.

Se resterò da solo continuerò comunque, se saremo in cento continuerò, se saremo in centomila continuerò.

Perché il punto non è quanti siamo oggi, il punto è che qualcuno doveva iniziare a parlare.

Io l’ho fatto, io ci sono!