Edoardo Ciardiello Crescimanno, Roma e quei colpi sparati “per divertimento”
Edoardo Ciardiello Crescimanno, 50 anni, romano, è l’uomo individuato dagli investigatori nell’indagine sugli spari con una carabina ad aria compressa che hanno ferito alcune persone nel quartiere Prati, a Roma. La sua spiegazione, riportata dalle cronache, è destinata a lasciare più di una domanda: avrebbe sparato “per divertimento” e senza avere come obiettivo specifico le donne.
Ed è proprio quel “divertimento” a rendere la vicenda ancora più difficile da liquidare come una semplice bravata.
Perché qui non c’è una lite finita male, non c’è una discussione degenerata, non c’è un rapporto personale tra chi spara e chi viene colpito. C’è una persona affacciata alla finestra e ci sono persone che camminano in strada. Persone che, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbero diventate bersagli casuali.
Tra loro Cristina Stillitano, giornalista e scrittrice, raggiunta al braccio da un pallino che ha dovuto essere rimosso chirurgicamente. Prima di lei, secondo gli investigatori, altri episodi avevano già fatto scattare l’allarme nel quartiere.
E qui arriva il particolare che merita più attenzione di tanti titoli sensazionalistici: nell’abitazione dell’uomo è stato sequestrato anche un puntatore ottico, oltre alla carabina e ad altre armi ad aria compressa.
Un dettaglio che non permette, da solo, di ricostruire intenzioni o responsabilità ulteriori. Ma che rende inevitabile una domanda: quanto può essere definito “casuale” un comportamento che prevede una carabina, un punto di osservazione e una sequenza di colpi indirizzati verso una strada?
La risposta giudiziaria dovrà arrivare dagli inquirenti e dalla magistratura. Non spetta ai giornali trasformare un’indagine in una sentenza. Ma nemmeno è necessario fingere che tutti gli elementi abbiano lo stesso peso.
Ciardiello Crescimanno si è presentato spontaneamente in caserma accompagnato dal suo legale e, secondo quanto riferito, davanti alla pm Alessandra D’Amore ha ammesso di essere l’autore degli spari. Successivamente è tornato nella propria abitazione con i Carabinieri per consegnare l’arma.
Gli investigatori stanno inoltre verificando il suo eventuale coinvolgimento in altri episodi. Le ricostruzioni investigative parlano complessivamente di sette casi finiti sotto esame, compreso quello della commercialista Angela Perrone, colpita al polpaccio.
Sette episodi non sono però sette sentenze. Ed è bene ricordarlo.
Sono fatti sui quali gli investigatori stanno lavorando per stabilire collegamenti, responsabilità e dinamiche. È una distinzione fondamentale, soprattutto quando al centro della vicenda c’è una persona identificata e denunciata a piede libero.
Ma c’è una cosa che nessuna formula procedurale può cancellare: una donna è stata ferita mentre camminava per strada.
Cristina Stillitano non sapeva chi fosse dall’altra parte della finestra. Non sapeva perché qualcuno stesse sparando. Non aveva discusso con nessuno. Non aveva provocato nessuno. Camminava.
Il pallino è arrivato comunque.
Ed è qui che la frase “sparavo per divertimento” assume un significato particolarmente pesante.
Perché il divertimento di una persona finisce nel momento esatto in cui coinvolge fisicamente un’altra persona che non ha scelto di partecipare a quel gioco.
Il confine non è sottile.
Da una parte c’è chi decide di premere il grilletto. Dall’altra c’è chi scopre soltanto dopo di essere stato trasformato in un bersaglio.
E forse è proprio questa la parte più inquietante della storia di Roma: non sapere perché qualcuno abbia deciso di sparare non rende meno grave il fatto che abbia deciso di farlo.
Anzi.
Se davvero non c’era un obiettivo personale, se davvero le vittime sarebbero state scelte casualmente, allora la vulnerabilità era potenzialmente assoluta. Poteva essere Stillitano. Poteva essere Perrone. Poteva essere un turista. Un residente. Un passante. Una persona anziana. Un ragazzo.
Chiunque fosse passato nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Ecco perché sarebbe riduttivo fermarsi alla definizione ormai diventata popolare di “cecchino di Prati”. Il soprannome fa rumore, ma spiega poco.
Molto più significativo è ciò che emerge dagli accertamenti: una carabina, un puntatore ottico, una finestra e una strada affollata.
Poi ci sono le vittime.
E c’è una frase: “per divertimento”.
Una frase che non costituisce, naturalmente, una spiegazione giudiziaria definitiva. È la versione attribuita all’indagato e dovrà essere valutata insieme agli altri elementi raccolti dagli investigatori.
Ma sul piano umano resta una domanda alla quale nessun quartiere dovrebbe essere costretto ad abituarsi: che cosa succede quando qualcuno considera un divertimento sparare verso una strada dove passano altre persone?
Roma non ha bisogno di soprannomi.
Ha bisogno di risposte.
E soprattutto ha bisogno che venga chiarito fino in fondo che cosa sia accaduto in quelle strade di Prati, quanti siano realmente gli episodi collegati e quali responsabilità possano essere attribuite, caso per caso, all’uomo individuato dagli investigatori.
Perché dietro ogni pallino non c’è una statistica.
C’è una persona.
E dietro quella finestra, secondo l’accusa, c’era qualcuno che aveva deciso di premere il grilletto.
