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Peste suina africana, nuovi segnali tra Lazio e Toscana: resta l’incognita dell’Appennino

La circolazione del virus torna sotto osservazione dopo le positività registrate nel Lazio e l’espansione della PSA in Toscana. Gli esperti monitorano anche le possibili direttrici lungo la dorsale appenninica

La Peste Suina Africana (PSA) continua a rappresentare una delle principali emergenze sanitarie per la suinicoltura italiana. I nuovi segnali di circolazione registrati in alcune aree del Paese riportano l’attenzione sull’evoluzione della malattia e, soprattutto, sulle possibili direttrici di spostamento del virus.

Nel Lazio, a Riano, nel territorio metropolitano di Roma, sono attualmente quattro le carcasse di cinghiale risultate positive alla PSA. Il primo ritrovamento, confermato il 27 agosto, è stato seguito dall’individuazione di altri tre casi nei giorni successivi, anche grazie al rafforzamento della ricerca attiva delle carcasse.

Sono in corso gli accertamenti epidemiologici e genetici per stabilire l’origine dell’infezione e capire se le positività rappresentino una nuova introduzione del virus oppure la ripresa di una circolazione già presente nell’area.

Secondo Francesco Feliziani, responsabile del Centro di referenza per le pesti suine presso l’Izsum di Perugia, i nuovi casi si trovano non lontano da un precedente cluster nel quale non erano state registrate carcasse positive per circa due anni. Le analisi genetiche dovranno quindi chiarire la relazione tra i nuovi episodi e la precedente circolazione virale.

In risposta ai nuovi casi, nel Lazio sono state rafforzate le attività di sorveglianza e contenimento, con l’istituzione di una zona infetta che comprende 22 Comuni e due Municipi di Roma. Particolare attenzione è rivolta agli allevamenti suinicoli maggiormente esposti al possibile contatto con la fauna selvatica.

La situazione in Toscana

Un altro fronte di attenzione riguarda la Toscana, dove il virus circola nella popolazione di cinghiali dal 2024 e nel corso del 2026 è stato rilevato anche negli allevamenti.

I dati aggiornati al 6 settembre indicano 831 casi cumulativi nel selvatico: 434 nella provincia di Lucca, 368 in quella di Massa-Carrara e 29 nel Pistoiese.

Per quanto riguarda i suini domestici, sono stati registrati due focolai, uno in provincia di Lucca e uno nel Pistoiese. Quest’ultimo ha interessato un allevamento di Cinta Senese.

La presenza contemporanea del virus nella fauna selvatica e negli allevamenti rende particolarmente complessa la gestione del rischio, soprattutto nei sistemi all’aperto, dove il contatto con l’ambiente esterno aumenta le difficoltà legate alla biosicurezza.

L’interrogativo sull’Appennino

Proprio la possibile evoluzione della circolazione lungo la dorsale appenninica è uno degli aspetti sui quali si concentra l’attività di monitoraggio.

«Capire dove il virus della PSA si sposta lungo la dorsale appenninica» è, secondo Feliziani, un obiettivo importante per individuare le possibili traiettorie della malattia e orientare con maggiore precisione gli interventi e le risorse disponibili.

La PSA non rappresenta un rischio per la salute umana, ma può avere conseguenze rilevanti sul comparto suinicolo e richiede un sistema costante di sorveglianza, prevenzione e contenimento.

L’evoluzione dei casi nel Lazio e in Toscana conferma quindi la necessità di seguire attentamente gli spostamenti del virus. La questione non riguarda soltanto i territori nei quali la PSA è già presente, ma anche la capacità di individuare tempestivamente le possibili nuove direttrici di diffusione.

Redazione

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