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Cinque incendi nell’industria della difesa europea: davvero c’è la mano russa?

Incendi, esplosioni e tentativi di incendio hanno interessato nelle ultime settimane aziende e depositi collegati all’industria della difesa in Bulgaria, Italia, Estonia, Slovacchia e Polonia. Una sequenza ravvicinata che inevitabilmente alimenta sospetti e che in alcuni casi ha portato le autorità a verificare anche la possibilità di sabotaggi legati alla Russia.

Ma c’è una domanda che non può essere elusa: davvero dietro questi episodi c’è la mano russa?

Al momento non esiste una risposta univoca. E soprattutto non esiste una prova che consenta di attribuire all’unica regia di Mosca tutti gli episodi.

Le possibilità sono diverse. Potrebbe trattarsi, in alcuni casi, di sabotaggi riconducibili alla Russia. Potrebbero esserci iniziative di altri soggetti interessati a colpire l’industria della difesa europea, compresi eventuali gruppi o soggetti riconducibili all’Ucraina, qualora le indagini dovessero portare in quella direzione. Oppure, molto più semplicemente, alcuni degli episodi potrebbero essere incidenti industriali, problemi di sicurezza, errori o concatenazioni casuali che il contesto della guerra in Ucraina porta oggi a leggere attraverso una lente geopolitica.

Il caso di Colleferro è emblematico.

Il 13 agosto un incendio seguito da una violenta esplosione ha colpito lo stabilimento KNDS Ammo Italy, ex Simmel Difesa. Le prime ricostruzioni avevano indicato un possibile problema all’interno del reparto di lavorazione e gli investigatori avevano escluso la pista eversiva.

Successivamente è emersa anche l’ipotesi di un possibile collegamento con gli episodi avvenuti in Bulgaria. Ma il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato che non risultava alcun elemento che facesse pensare a un’origine diversa da un problema interno.

Questo non significa che l’indagine sia necessariamente chiusa, ma dimostra quanto sia prematuro trasformare il sospetto di una matrice russa in una certezza.

In Bulgaria, intanto, un nuovo incendio ha colpito un deposito di munizioni della società EMCO, a poche settimane da un altro episodio che aveva interessato una struttura della stessa azienda. Le autorità stanno valutando l’ipotesi di sabotaggio, ma anche possibili carenze nelle condizioni di sicurezza. La stessa EMCO sostiene invece che vi siano responsabilità esterne.

Anche qui, dunque, due scenari possono convivere nell’indagine: sabotaggio oppure incidente/problema di sicurezza.

In Estonia la situazione è diversa. Un incendio ha interessato un edificio utilizzato da Milrem Robotics, società impegnata nella robotica militare. La Procura estone ha parlato di un possibile incendio doloso, riferendo che erano già stati individuati dei sospettati e che tra i motivi da verificare vi era anche l’eventualità di un tentativo di sabotaggio.

Il primo ministro estone ha poi indicato proprio il possibile coinvolgimento russo come una delle piste investigative. Ma anche in questo caso si tratta di una linea d’indagine, non di una responsabilità già dimostrata.

In Slovacchia, invece, le autorità hanno riferito di aver sventato un tentativo di incendio contro lo stabilimento della Skyeton, azienda ucraina produttrice di droni. È un episodio che rafforza l’attenzione europea sul rischio di azioni clandestine contro il settore della difesa, ma non dimostra automaticamente che dietro gli altri incendi ci sia la stessa mano.

La Polonia rappresenta un altro caso ancora, con l’incendio che ha interessato un impianto di WB Electronics e un’indagine che prende in considerazione anche il possibile coinvolgimento di un servizio di intelligence straniero.

Il quadro è quindi tutt’altro che semplice.

Cinque episodi non significano necessariamente cinque sabotaggi. Cinque sabotaggi non significano necessariamente Russia. E una serie di incidenti concentrati nel tempo non dimostra, da sola, l’esistenza di una regia unica.

È certamente plausibile che Mosca possa avere interesse a colpire o intimidire l’industria della difesa dei Paesi che sostengono Kiev. L’Europa considera ormai il sabotaggio una delle possibili forme della guerra ibrida e gli apparati di sicurezza stanno aumentando l’attenzione su questo fronte.

Ma proprio per questo occorre evitare un cortocircuito: se esiste una minaccia russa, bisogna dimostrarla con le indagini, non attribuirla automaticamente a ogni incendio che coinvolga un’azienda della difesa.

E allora le domande sono almeno tre.

È davvero la Russia?

Potrebbe esserci la responsabilità di altri soggetti, anche filo-ucraini o interessati a creare tensione?

Oppure alcuni di questi episodi sono semplicemente incidenti industriali o problemi di sicurezza che nulla hanno a che vedere con una guerra clandestina?

Per ora, nessuna di queste ipotesi può essere trasformata in una verità generale.

La sequenza degli episodi merita certamente attenzione. Ma proprio la delicatezza del contesto impone di aspettare gli elementi investigativi prima di parlare di una campagna coordinata.

La mano russa è una possibilità. Non è ancora una certezza.

Redazione

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