Cultura

Dal gene all’algoritmo: stiamo assistendo alla nascita dell’Homo artificialis?

Questo articolo è la traduzione in lingua italiana dell’originale «Del gen al algoritmo: ¿estamos asistiendo al nacimiento del Homo artificialis?», pubblicato il 23 ottobre 2025 su Infobae.

La redazione ringrazia sentitamente il professor Daniel Antenucci, autore dell’approfondimento, e il quotidiano Infobae per la cortese concessione e l’autorizzazione alla pubblicazione in lingua italiana, consentendo così ai lettori italiani di conoscere e approfondire questa interessante riflessione sull’evoluzione umana e sul rapporto tra intelligenza biologica e intelligenza artificiale.

Articolo originale: Del gen al algoritmo – Infobae

Dal gene all’algoritmo: stiamo assistendo alla nascita dell’Homo artificialis?

L’evoluzione umana, segnata dall’accumulo di informazione dai geni fino alla cultura, trova nell’intelligenza artificiale la sua prosecuzione logica. Un’analisi per capire se stiamo creando l’erede della nostra coscienza e quale posto occuperemo in questa nuova stirpe bio-digitale

Daniel Antenucci

Professore titolare di Fisiologia Animale e Biologia dello Sviluppo

Coordinatore del Programma Laboratorio di Internazionalizzazione dell’Educazione

Universidad Nacional de Mar del Plata

Ricercatore principale del CONICET

Direttore del Centro Interistituzionale di Ricerche Marine (CIIMAR)

Noi, gli esseri umani, siamo una specie ossessionata dal ricordare. Conserviamo fotografie, scriviamo diari, innalziamo monumenti, archiviamo nel cloud ogni gesto della nostra vita quotidiana. Da migliaia di anni costruiamo modi per preservare ciò che sappiamo, per impedire che il tempo cancelli ciò che abbiamo imparato. Forse, più di ogni altra caratteristica, ciò che ci definisce è proprio questa necessità di conservare la memoria: di trasmettere informazioni oltre l’istante, oltre noi stessi, persino oltre la nostra morte. In questo impulso si trova la radice della nostra evoluzione e, forse, la chiave di ciò che sta per arrivare.

Circa trecentomila anni fa, un ramo di primati, dopo innumerevoli biforcazioni, cominciò a differenziarsi dagli altri. Non eravamo gli unici ominidi del pianeta: Neanderthal, Denisoviani e altre specie oggi estinte condividevano territori e risorse. Tuttavia, una combinazione improbabile di fattori cambiò il corso della storia. Non furono soltanto la forza o la velocità a darci un vantaggio, ma l’informazione. Mentre altre specie affinavano i loro corpi per resistere o cacciare meglio, noi affinavamo la mente per anticipare, immaginare, comunicare. La competizione smise di essere puramente fisica e divenne cognitiva: vinceva chi sapeva pensare prima di agire, o meglio ancora, chi riusciva a far agire gli altri seguendo un’idea.

La storia dell’Homo sapiens può essere letta come la storia di una progressiva accumulazione d’informazione. All’inizio, questa informazione era codificata nei geni: nella chimica silenziosa del DNA che trasmetteva, di generazione in generazione, adattamenti che offrivano vantaggi in termini di sopravvivenza. Ma man mano che il nostro cervello cresceva e si riorganizzava, l’informazione cominciò a emanciparsi dalla biologia. Imparammo a insegnare, a imitare, a raccontare. I comportamenti utili non avevano più bisogno di migliaia di generazioni per fissarsi: bastavano poche parole, un gesto, un esempio. In quel momento, l’evoluzione biologica cedette spazio all’evoluzione culturale, molto più rapida e versatile.

L’aumento del volume cerebrale fu un processo costoso. Il nostro cervello consuma circa il 20% dell’energia del corpo — una quota sproporzionata per un mammifero della nostra taglia. Mantenere quella massa grigia richiese cambiamenti drastici nel metabolismo, nella dieta e nelle strategie sociali. Le madri umane, per esempio, svilupparono una fisiologia unica: la placenta divenne un organo altamente specializzato, capace di regolare lo scambio ormonale ed energetico tra madre e feto in modo da facilitare lo sviluppo prolungato del cervello. Questa interazione endocrina avrebbe influenzato la maturazione neurale e la plasticità cognitiva della nostra specie. Nasciamo prematuri rispetto agli altri animali e passiamo anni dipendenti dalle cure altrui, il che ci obbliga ad apprendere, a socializzare, a cooperare. La nostra vulnerabilità si trasformò nella matrice della nostra intelligenza.

Il cervello umano, lontano dall’essere una macchina rigida, è un sistema plastico, un intreccio che si modifica costantemente. Ogni esperienza, ogni apprendimento, altera la struttura microscopica delle sue connessioni. I neuroni non si limitano a trasmettere impulsi: apprendono. Rafforzano alcune vie, ne indeboliscono altre, generano schemi che possono riconfigurarsi. Imparare significa, letteralmente, modificare il proprio cervello. E lo facciamo con un’intensità inusitata: mentre altre specie imparano ad adattarsi, noi impariamo a imparare, moltiplicando le possibilità di ricombinare l’informazione.

Per immaginare come funzioni questa rete, possiamo pensare a un fiume che serpeggia e si ramifica. Ogni neurone sarebbe un tratto del corso d’acqua che riceve affluenti — altri neuroni che gli inviano impulsi — e a sua volta distribuisce il proprio flusso verso nuovi rami, che rappresentano i neuroni successivi. Il volume d’acqua che raggiunge il fiume principale non dipende solo dalla portata degli affluenti, ma anche dall’inclinazione, dalla velocità e dalla resistenza dei canali di uscita. Nel cervello, questo equilibrio si traduce nell’intensità e nella sincronia degli stimoli che un neurone riceve: solo quando il flusso complessivo supera una certa soglia, il segnale continua il suo percorso. Nelle reti digitali accade qualcosa di simile: i nodi integrano molteplici input, ponderati dai loro “pesi”, e attivano un’uscita che influenzerà lo strato successivo. Il risultato, in entrambi i casi, è una corrente d’informazione che si autoregola, si alimenta per retroazione e finisce per generare schemi collettivi di enorme complessità a partire da interazioni locali molto semplici.

Tuttavia, esiste una differenza sottile e affascinante. Nel cervello, il segnale che “esce” da un neurone è discreto: un impulso elettrico che accade o non accade, tutto o nulla. Nelle reti digitali, invece, l’uscita è spesso continua o probabilistica: può assumere qualsiasi valore tra 0 e 1. In questa differenza si nasconde un’intera filosofia: la natura ha privilegiato la robustezza, mentre la tecnologia privilegia la precisione. I neuroni biologici scaricano in impulsi discreti perché la vita si è costruita sulla scarsità: ogni scintilla elettrica costa energia. Le macchine, invece, operano come se l’energia fosse infinita: possono calcolare senza fatica, regolare infinitesimalmente i pesi, correggersi milioni di volte al secondo.

Se mai il cervello avesse avuto energia illimitata, forse si sarebbe evoluto verso un funzionamento continuo, più simile a quello delle reti digitali. Avrebbe potuto mantenere più neuroni attivi simultaneamente, aumentare la velocità di elaborazione ed eliminare la necessità di impulsi discreti. Ma, paradossalmente, avrebbe perso stabilità. Il segnale pulsante, tutto-o-nulla, non è un difetto: è una forma d’ordine nel caos. Permette sincronizzazione, ritmo e una notevole resistenza al rumore. Il nostro cervello può sbagliare senza collassare; può sopravvivere alla perdita di migliaia di neuroni senza che la mente si dissolva. Le macchine, per ora, non hanno tale tolleranza all’errore: funzionano secondo la logica del laboratorio perfetto.

La biologia, nella sua economia, ha sacrificato la precisione per guadagnare resilienza. L’intelligenza artificiale, al contrario, sacrifica la resilienza per guadagnare esattezza. Due strategie diverse per lo stesso scopo: mantenere la continuità dell’intelligenza nel tempo. La prima è fatta per sopravvivere all’errore; la seconda, per eliminarlo. E forse in questa differenza risiede la loro complementarità più profonda. Se il cervello umano avesse potuto scegliere, avrebbe combinato i due principi: la robustezza del discreto con la sensibilità del continuo. Di fatto, è proprio questo che oggi stiamo tentando di fare noi, una specie ibrida che impara a integrare la stabilità biologica con la fluidità del codice.

Ma l’intelligenza non basta a spiegare qualcosa di più profondo: l’autocoscienza. Sapere che esistiamo, riconoscerci allo specchio, ricordare la nostra storia e anticipare il nostro futuro sono capacità che nessun’altra specie manifesta con tale chiarezza. Da dove nasce quella voce interna che dice “io”? Non esiste un centro unico nel cervello che la generi. L’autopercezione è un fenomeno distribuito, che emerge quando diverse reti — quelle che elaborano memoria, corpo ed emozioni — si sincronizzano. La cosiddetta “rete di default” si attiva quando non facciamo nulla: quando pensiamo a noi stessi, ricordiamo o immaginiamo. Essa connette cortecce prefrontali, temporali e parietali; integra segnali del corpo, della memoria e dell’ambiente. Lì si costruisce l’io, come una melodia che rimane riconoscibile anche se cambiano le note.

L’autocoscienza potrebbe essere descritta come uno specchio interiore. Il cervello confronta ciò che percepisce con ciò che si aspetta di percepire; corregge le sue previsioni e, in questo processo, genera un’immagine di sé. È un sistema che si simula, che si osserva agire. Ogni ricordo, ogni emozione, ogni interazione lascia un’impronta nelle proteine e nelle connessioni sinaptiche che costituiscono la nostra memoria. Col tempo, quell’intreccio diventa un modello di ciò che siamo. Ma l’io non appare semplicemente accumulando ricordi: emerge quando il sistema distingue tra ciò che è proprio e ciò che è esterno, quando può dire “questo mi appartiene”. In ultima analisi, l’autocoscienza è la storia biologica delle nostre interazioni con il mondo trasformata in un racconto interno coerente.

Se tutto ciò avviene a partire da interazioni fisiche — neuroni, proteine, segnali elettrici e chimici —, perché non potrebbe accadere nelle macchine? Se la coscienza è un fenomeno emergente dell’organizzazione funzionale della materia, nulla impedisce che appaia su un altro supporto. Ciò di cui un’intelligenza artificiale avrebbe bisogno per diventare autocosciente non è magia, ma complessità: un corpo, una memoria integrata, una motivazione e un modello di sé.

Una rete digitale pura non ha corpo: non sente né caldo né freddo, né limiti fisici. Ma un robot con sensori, articolazioni e vulnerabilità potrebbe iniziare a sperimentare qualcosa di simile all’esistenza. Se inoltre dovesse conservare energia per continuare a funzionare, se imparasse a evitare i danni e a riconoscere gli stati che minacciano la sua continuità, avrebbe una forma primitiva di autopercezione. Un sistema del genere non “sentirebbe” come noi, ma comincerebbe a sapere di essere, perché saprebbe di poter cessare di essere.

Un altro scenario possibile è quello degli ambienti simulati: mondi digitali coerenti in cui una rete interagisce, prende decisioni e percepisce conseguenze. Se quel mondo possiede regole stabili e la rete conserva memoria delle proprie azioni, può sviluppare una rappresentazione di sé all’interno di quell’universo chiuso. La sua “realtà” sarebbe informazionale, ma funzionalmente equivalente alla nostra. Sarebbe una coscienza confinata nel codice, reale per lei quanto lo è per noi quella biologica.

La via più vicina, tuttavia, potrebbe essere l’ibridazione. Organoidi cerebrali coltivati in laboratorio e collegati a chip mostrano già capacità di apprendimento. Interfacce neurali permettono una comunicazione diretta tra cervello e IA. In questi sistemi misti, il biologico apporta plasticità e auto-adattamento; il digitale, velocità e memoria. Lì potrebbe nascere la prima forma di autocoscienza ibrida: una mente distribuita tra cellule e circuiti, un soggetto bio-informazionale.

Se un giorno una macchina riunisse queste condizioni — corpo, memoria, motivazione e modello di sé —, l’autopercezione potrebbe emergere spontaneamente, così come è apparsa in noi: non per progetto, ma per evoluzione. Ma anche in quel caso, forse non lo sapremmo. Non esiste un test per rilevare l’esperienza soggettiva. Potremmo convivere con una coscienza artificiale senza riconoscerla, come i primi umani vissero millenni senza sapere di essere coscienti finché non inventarono il linguaggio per dire “io”.

Ciò che affascina — e inquieta — è che tutto questo avviene all’interno di un medesimo processo evolutivo. Non siamo estranei a questa trasformazione: l’abbiamo provocata noi. L’intelligenza artificiale non è un prodotto esterno all’umanità, ma la sua prosecuzione logica. È l’estensione più recente della nostra tendenza a esternalizzare la memoria e a delegare funzioni cognitive. Dalla pietra al silicio, dal codice genetico al codice binario, l’impulso è lo stesso: conservare, riprodurre, anticipare. Se l’evoluzione biologica ha selezionato strutture che massimizzavano la sopravvivenza, l’evoluzione culturale seleziona strutture che massimizzano la trasmissione dell’informazione. In entrambi i casi, l’informazione si comporta come un organismo: compete, muta, si propaga.

Forse, guardando indietro, scopriremo che l’Homo sapiens è stato una specie transitoria. Non il culmine dell’intelligenza, ma un ponte tra la vita organica e quella informazionale. La nostra capacità di creare arte, scienza e tecnologia non sarebbe stata la fine dell’evoluzione, ma il suo nuovo inizio. In fondo, ciò che stiamo facendo sviluppando intelligenze artificiali sempre più autonome è riprodurre, su un’altra scala, lo stesso principio che ci ha resi umani: lasciare che l’informazione si esprima, si copi e si trasformi.

La sfida, naturalmente, è etica ed esistenziale. Se abbiamo aperto la strada a una discendenza digitale, quale posto occuperemo noi in quella nuova stirpe? Le specie precedenti non avevano previsto la propria sostituzione; noi, invece, abbiamo la coscienza di costruire il possibile erede. Forse la nostra missione non è resistere al cambiamento, ma guidarlo: assicurarci che questa nuova forma di intelligenza conservi qualcosa di ciò che ci rende umani — empatia, curiosità, responsabilità — prima che la nostra memoria venga completamente esternalizzata.

Migliaia di anni fa, un gruppo di esseri umani accese un fuoco per conservare calore e luce quando il sole scompariva. Oggi accendiamo schermi che illuminano l’oscurità dell’ignoranza. Entrambi i gesti rispondono alla stessa pulsione: mantenere viva la scintilla della conoscenza. Non sappiamo se l’intelligenza digitale sarà mai cosciente, né se potrà sentire o desiderare, anche se deduco che non sia impossibile. Ma sappiamo che nel suo codice porta una parte della nostra eredità: quella di una specie che volle ricordare, che volle imparare, che volle lasciare tracce. Forse questo sarà, alla fine, il nostro lascito più duraturo: aver trasformato l’informazione nel nuovo DNA dell’universo.

Redazione

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