Trump non difende Netanyahu: Londra colpisce gli insediamenti, la Casa Bianca resta in silenzio

Il premier britannico Andy Burnham aveva informato Trump prima dell’annuncio delle sanzioni contro i prodotti degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Ma dalla Casa Bianca non è arrivato alcun veto: un segnale che potrebbe indicare un raffreddamento del sostegno americano alla linea del governo Netanyahu.

Donald Trump non ha fermato Londra. E, soprattutto, non avrebbe chiesto al premier britannico Andy Burnham di rinviare o modificare le sanzioni contro il commercio legato agli insediamenti israeliani in Cisgiordania. È questo il dettaglio politicamente più significativo emerso nelle ultime ore e che apre un nuovo interrogativo sui rapporti tra la Casa Bianca e il governo di Benjamin Netanyahu.

Burnham aveva informato personalmente Trump della decisione britannica prima dell’annuncio. Secondo una fonte occidentale a conoscenza della conversazione, il presidente americano era stato messo al corrente del piano di Londra, ma “non c’è stata alcuna richiesta di rimandare”. La ricostruzione è stata riportata da Axios e confermata dal Times of Israel.

Non significa che gli Stati Uniti abbiano aderito alla linea britannica. Washington, infatti, non ha annunciato sanzioni analoghe e continua a mantenere una posizione distinta. Ma il fatto che Trump non abbia cercato di bloccare un’iniziativa diretta contro gli insediamenti israeliani rappresenta comunque un cambio di tono rispetto a un’interpretazione tradizionale dell’alleanza Usa-Israele.

Il punto è particolarmente delicato perché la decisione britannica arriva in un momento di crescente tensione sulla politica israeliana in Cisgiordania. Il governo Burnham ha annunciato il divieto di commercio con gli insediamenti israeliani considerati illegali dal Regno Unito e ha previsto sanzioni contro persone e società coinvolte nell’espansione degli insediamenti. Londra ha inoltre modificato formalmente la propria posizione, definendo illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi, e ha collegato le nuove misure alla necessità di preservare la prospettiva della soluzione a due Stati.

Ed è proprio qui che emerge la possibile frattura con Netanyahu.

Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha chiarito che gli Stati Uniti non seguiranno il Regno Unito nelle sanzioni, ma non ha attaccato Londra. Al contrario, ha spiegato che Washington era stata informata della decisione britannica, aveva ascoltato le motivazioni e condivideva l’obiettivo di evitare una nuova escalation di violenza e tensioni in Cisgiordania.

Una posizione molto diversa da quella espressa dall’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, che aveva minacciato possibili conseguenze contro Londra. Successivamente, però, una fonte della Casa Bianca ha fatto sapere ad Axios che le dichiarazioni di Huckabee non erano state coordinate né con la Casa Bianca né con il Dipartimento di Stato.

Il contrasto è evidente: da una parte un ambasciatore apertamente critico verso la scelta britannica, dall’altra l’amministrazione Trump che evita di trasformare la vicenda in uno scontro con Londra.

È proprio questo il dato che pesa politicamente.

Trump non ha sposato le sanzioni britanniche, ma neppure ha fatto ciò che ci si sarebbe potuti aspettare da Washington in una crisi diplomatica di questo tipo: intervenire per fermare l’iniziativa di un alleato. La Casa Bianca sembra invece voler mantenere una certa distanza dalla politica degli insediamenti del governo Netanyahu.

Il segnale potrebbe essere ancora più importante considerando che la questione degli insediamenti è diventata uno dei principali punti di attrito tra Israele e una parte crescente della comunità internazionale. Regno Unito, Francia e Canada hanno coordinato le nuove misure, mentre altri Paesi occidentali hanno espresso sostegno alla soluzione dei due Stati.

Israele ha reagito duramente. Gerusalemme ha annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est e ha adottato ulteriori misure contro funzionari britannici, facendo precipitare ulteriormente i rapporti diplomatici con Londra.

Il rischio, dunque, è quello di un crescente isolamento diplomatico di Netanyahu sulla questione della Cisgiordania. E la novità è che questa volta Washington non sembra intenzionata a mettere immediatamente tutto il proprio peso politico per impedire che accada.

Naturalmente sarebbe prematuro parlare di una rottura tra Trump e Netanyahu. Gli Stati Uniti restano contrari alle sanzioni britanniche e non intendono adottare la stessa politica. Ma il comportamento della Casa Bianca suggerisce che il sostegno americano non debba più essere interpretato come un assegno in bianco a ogni scelta del governo israeliano.

La telefonata tra Burnham e Trump assume così un significato particolare. Il premier britannico ha annunciato una svolta nella politica di Londra verso Israele dopo aver parlato con il presidente americano. Trump era stato avvertito e avrebbe potuto chiedere di fermarsi. Non lo ha fatto.

Ed è forse questo, più ancora delle sanzioni britanniche, il messaggio politico destinato a far discutere: Trump non ha scelto di difendere Netanyahu dagli alleati occidentali che stanno aumentando la pressione sulla politica degli insediamenti.

Per Israele si tratta di un segnale da non sottovalutare. Per Netanyahu, alle prese con una crescente pressione internazionale, la domanda diventa inevitabile: fino a che punto Washington sarà disposta a coprire politicamente le scelte del suo governo?

Per ora Trump non ha abbandonato Israele. Ma sulla Cisgiordania ha scelto di non intervenire per fermare chi lo sta criticando.