Umbria

Hiroshima e Nagasaki, il mondo universitario per la pace: Perugia rappresenta l’Italia e invita Nagayasu in Umbria

Hiroshima e Nagasaki, due città diventate simbolo universale della tragedia atomica, sono tornate al centro di un grande confronto internazionale sulla pace. Nell’agosto 2026, a 81 anni dai bombardamenti atomici, università, istituzioni e rappresentanti del mondo accademico provenienti da Paesi e continenti diversi si sono ritrovati in Giappone per trasformare la memoria in dialogo e responsabilità.

In questo scenario internazionale c’è anche l’Italia, rappresentata da Perugia con entrambe le università della città: l’Università degli Studi di Perugia e l’Università per Stranieri di Perugia.

A Hiroshima erano presenti i due rettori, Massimiliano Marianelli e Valerio De Cesaris, all’interno della sesta University Presidents for Peace Conference, organizzata dalla Hiroshima University il 6 agosto 2026.

Un appuntamento che ha riunito 53 partecipanti, tra presidenti, rettori, vicepresidenti e rappresentanti di 17 università provenienti da 11 Paesi e regioni, oltre a esponenti delle istituzioni e del mondo produttivo. Tra gli ospiti istituzionali figuravano il sindaco di Hiroshima, Kazumi Matsui, e il ministro dell’Istruzione e dell’Istruzione tecnica della Repubblica Araba d’Egitto, Mohamed Abdel Latif.

La conferenza ha posto al centro una domanda di grande attualità: quale ruolo possono assumere le università nella promozione della pace e della sostenibilità in un mondo segnato da conflitti, divisioni e nuove crisi globali?

La vigilia: il mondo accademico nei luoghi della memoria

Il percorso delle delegazioni internazionali è iniziato il 5 agosto, alla vigilia dell’anniversario della bomba atomica.

I partecipanti alla conferenza hanno visitato il Peace Memorial Park e il Peace Memorial Museum di Hiroshima, entrando direttamente nei luoghi che custodiscono la memoria della tragedia del 6 agosto 1945.

Nel pomeriggio la delegazione internazionale ha raggiunto il Kasumi Campus della Hiroshima University.

Sempre il 5 agosto, l’ateneo giapponese ha organizzato anche la prima Expert Meeting della University Presidents for Peace Conference, riunendo esperti dal Giappone e dall’estero per discutere il tema “Beyond the SDGs”, oltre gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

La scelta di aprire il confronto proprio nei luoghi della memoria non è casuale.

Prima ancora di discutere di diplomazia accademica, ricerca e sostenibilità, i rappresentanti delle università hanno avuto la possibilità di confrontarsi con la realtà storica di Hiroshima.

È il passaggio dalla memoria alla responsabilità: conoscere ciò che è accaduto per interrogarsi su ciò che le istituzioni, e in particolare le università, possono fare perché tragedie simili non si ripetano.

Il 6 agosto: Hiroshima si ferma e il mondo accademico si ritrova

La mattina del 6 agosto, nel giorno dell’81º anniversario del bombardamento atomico, i rappresentanti delle università hanno partecipato alla Peace Memorial Ceremony nel Peace Memorial Park.

La cerimonia commemorativa ha riunito autorità giapponesi, rappresentanti internazionali e cittadini nel ricordo delle vittime.

Al termine della cerimonia, i partecipanti alla University Presidents for Peace Conference si sono trasferiti nel campus Higashi-Senda della Hiroshima University, dove hanno preso parte al Memorial Service for the Victims of the Atomic Bomb.

È stato quindi proiettato il film “8:15 Hiroshima: From Father to Daughter”, seguito da un messaggio video di Akiko Mikamo, autrice originale e produttrice esecutiva del film e laureata della School of Education della Hiroshima University.

Solo dopo questo percorso nella memoria della città ha preso avvio la conferenza internazionale.

Il presidente della Hiroshima University, Mitsuo Ochi, ha sottolineato nel suo intervento di apertura proprio il significato della scelta di tenere l’incontro il 6 agosto.

Secondo Ochi, le università hanno una responsabilità fondamentale nella formazione di persone capaci di contribuire alla pace attraverso l’educazione, la ricerca e gli scambi internazionali.

L’obiettivo indicato dal rettore giapponese è rafforzare le partnership tra università e lavorare insieme per la costruzione di un mondo pacifico e sostenibile.

Da Hiroshima un messaggio alle università del mondo

Il sindaco di Hiroshima, Kazumi Matsui, ha richiamato invece l’importanza di intensificare gli scambi tra università e le opportunità di studio all’estero, favorendo l’educazione e la ricerca oltre i confini nazionali.

Il suo intervento ha sottolineato la necessità di trasmettere alle nuove generazioni il pensiero e le aspirazioni dei sopravvissuti alla bomba atomica, gli hibakusha, mantenendo vivo lo spirito di Hiroshima.

È intervenuto anche Mohamed Abdel Latif, ministro dell’Istruzione e dell’Istruzione tecnica della Repubblica Araba d’Egitto.

Il ministro egiziano ha posto l’accento sulla cooperazione internazionale nel campo dell’educazione e sulla necessità di formare persone capaci di scegliere la cooperazione invece dello scontro.

È stata quindi la volta dei rappresentanti delle università partecipanti, chiamati a presentare le caratteristiche dei propri atenei e le iniziative sviluppate nei campi della pace e della sostenibilità.

Le università presenti: 17 atenei, 11 Paesi e regioni

L’elenco ufficiale pubblicato dalla Hiroshima University restituisce con chiarezza la dimensione internazionale dell’incontro.

A rappresentare l’Iraq era Olin Wethington, Chairman of the Board della The American University of Iraq – Baghdad.

Per il Canada era presente Marcus Shantz, President del Conrad Grebel University College.

Il Giappone era rappresentato, oltre che dalla Hiroshima University, dalla Hiroshima City University, con la presidente Kaori Maeda, dalla Nagoya University, con il vicepresidente Yoshiyuki Suto, dalla University of Tokyo, con l’Executive Vice President Kaori Hayashi, e dall’Institute of Science Tokyo, con il vicepresidente per l’International Engagement and Education, Nobuhiro Hayashi.

Da Taiwan era presente Shu-San Hsiau, presidente della National Central University.

E proprio in questo quadro internazionale si colloca la presenza italiana.

Per l’Italia erano presenti due università, entrambe di Perugia.

L’Università degli Studi di Perugia era rappresentata dal rettore Massimiliano Marianelli.

L’Università per Stranieri di Perugia era rappresentata dal rettore Valerio De Cesaris.

Una doppia presenza che ha dato a Perugia una posizione particolarmente significativa nel confronto internazionale.

Dall’Indonesia era presente Suharman Hamzah, Vice Rector for Partnership, Internationalization, and Alumni Affairs della Hasanuddin University.

Le Filippine erano rappresentate da Prose Ivy G. Yepes, presidente della Visayas State University.

Per l’India era presente Sudarshan Kumar, Dean for International Relations dell’Indian Institute of Technology Bombay.

La Corea del Sud era rappresentata da Yong-Chan Kim, Vice President for International Affairs della Yonsei University.

Gli Stati Uniti erano presenti con due importanti realtà accademiche: Arizona State University, rappresentata da Eusebio Scornavacca, Director della School for the Future of Innovation in Society, e Columbia University, rappresentata da Joshua Fisher, Director dell’Advanced Consortium on Cooperation, Conflict, and Complexity.

Infine, il Regno Unito era rappresentato da Hugo Dobson, Faculty Director of One University Strategy Delivery per Arts & Humanities della University of Sheffield.

Un mosaico accademico che attraversa Asia, Europa, Nord America e Medio Oriente e che mostra la dimensione realmente globale della conferenza.

Perugia, una doppia presenza italiana

La presenza di Perugia assume quindi un rilievo particolare.

Nel quadro delle 17 università partecipanti, l’Italia compare attraverso due atenei della stessa città: l’Università degli Studi di Perugia e l’Università per Stranieri di Perugia.

Non si tratta soltanto di una presenza simbolica.

Entrambi i rettori hanno partecipato al confronto internazionale nel quale le università sono state chiamate a discutere della propria responsabilità nella costruzione della pace e della sostenibilità.

La missione dell’Università per Stranieri di Perugia, inoltre, si è sviluppata attraverso una delegazione composta dal rettore Valerio De Cesaris, dalla delegata del rettore alle Politiche per la Pace, la professoressa Angela Sagnella, e da Rie Inouchi, docente di Lingua giapponese.

L’ateneo ha spiegato che la missione in Giappone aveva l’obiettivo di rafforzare la cooperazione scientifica, culturale e accademica con le università partner.

Nel suo intervento a Hiroshima, De Cesaris ha posto l’accento sul valore della cultura, dell’educazione e della diplomazia culturale come strumenti per superare la logica della guerra e imparare a considerare l’altro non come una minaccia, ma come un interlocutore.

Richiamando Maria Montessori, De Cesaris ha ricordato il principio secondo cui la pace si costruisce attraverso l’educazione.

La dichiarazione dei rettori per la pace

Uno dei momenti centrali della giornata è stata la lettura della University Presidents for Peace Declaration.

Il documento, letto dal presidente della Hiroshima University Mitsuo Ochi, definisce le responsabilità delle università nella costruzione di una società pacifica e sostenibile.

La dichiarazione richiama in particolare la necessità di sviluppare ricerca collaborativa, scambi tra studenti e percorsi di formazione per le giovani generazioni.

La dichiarazione è stata approvata all’unanimità.

Un applauso ha accompagnato l’approvazione del documento, a conclusione di una giornata nella quale il mondo universitario ha cercato di trasformare il ricordo della tragedia di Hiroshima in un impegno concreto per il futuro.

La Hiroshima University ha quindi ribadito la volontà di continuare a lavorare con università di tutto il mondo, utilizzando la University Presidents for Peace Conference come spazio permanente di dialogo e collaborazione internazionale.

Da Hiroshima a Nagasaki

Il percorso non si è però concluso a Hiroshima.

La missione internazionale è proseguita verso Nagasaki, altra città simbolo della tragedia atomica e della memoria mondiale della guerra.

Qui il 9 agosto si sono svolte le commemorazioni dell’81º anniversario del bombardamento atomico.

È a Nagasaki che il rettore dell’Università degli Studi di Perugia, Massimiliano Marianelli, ha portato il confronto sul terreno della conoscenza, della coscienza e della responsabilità.

Il suo intervento ha preso le mosse proprio dal significato del luogo.

Nagasaki, ha sottolineato Marianelli, porta nella propria storia una delle ferite più profonde dell’umanità, ma ha saputo trasformare quella memoria in un impegno universale per la pace.

La domanda posta dal rettore è stata il filo conduttore del suo intervento: può mai la conoscenza essere separata dalla coscienza e dalla responsabilità per le conseguenze delle nostre azioni?

Una domanda particolarmente forte pronunciata proprio a Nagasaki.

La risposta indicata da Marianelli riguarda direttamente la missione dell’università.

Le università, ha sostenuto il rettore, sono chiamate più di ogni altra istituzione a confrontarsi con il rapporto tra sapere e responsabilità.

La ricerca, la conoscenza e l’educazione non possono essere considerate separate dalle conseguenze che possono produrre sulla società e sull’umanità.

Francesco d’Assisi, Capitini e Rasetti: il ponte con Perugia

Nel suo intervento a Nagasaki, Marianelli ha quindi collegato la memoria della città giapponese alla storia culturale e civile di Perugia e dell’Umbria.

Il riferimento è stato innanzitutto a Francesco d’Assisi e al suo messaggio universale di fraternità, pace, accoglienza, cura del creato e rispetto per ogni essere umano.

Ma nel percorso tracciato dal rettore hanno trovato spazio anche Aldo Capitini, filosofo ed educatore della nonviolenza e fondatore della Marcia della Pace Perugia-Assisi, e Franco Rasetti.

La vicenda di Rasetti assume un significato particolare nel contesto di Nagasaki.

Grande fisico e protagonista della ricerca scientifica del Novecento, Rasetti rifiutò di prendere parte al Progetto Manhattan.

La sua storia riporta ancora una volta al rapporto tra conoscenza e responsabilità.

Ed è da questa riflessione che Marianelli lega la storia di Nagasaki alla missione contemporanea dell’università.

La pace non può essere soltanto una dichiarazione.

Deve diventare una responsabilità concreta.

La Carta di Assisi e il ponte verso l’Italia

È in questo contesto che si inserisce la Carta di Assisi – Università, Ponti di Pace, lanciata il 25 febbraio 2026.

Il documento nasce dall’idea che l’università, nel significato originario di Universitas, sia innanzitutto una comunità costruita sulle relazioni.

Una comunità chiamata a costruire ponti anziché muri, trasformando le differenze in dialogo e la conoscenza in responsabilità.

La Carta di Assisi ha coinvolto numerose università italiane e internazionali. È quindi naturale il collegamento tra Hiroshima, Nagasaki, Assisi e Perugia.

Quattro luoghi differenti, lontani migliaia di chilometri, ma uniti da una stessa riflessione sulla memoria, sulla pace e sulla responsabilità.

Da Nagasaki un nuovo passo verso Perugia

Ed è proprio all’interno di questo percorso internazionale che si colloca l’apertura verso il Giappone e verso l’Italia.

Da Nagasaki, Marianelli ha rivolto un invito a Takeshi Nagayasu, alla guida dell’Università di Nagasaki, a proseguire il dialogo a Perugia.

«Sarebbe un grande onore per noi accogliere a Perugia l’Università di Nagasaki e il suo Rettore», ha affermato Marianelli.

L’invito non rappresenta il punto centrale della missione, ma una possibile conseguenza concreta del confronto avviato in Giappone.

L’idea è portare il dialogo internazionale anche in Italia.

Il 25 e 26 novembre 2026, in occasione dell’inaugurazione del nuovo Anno Accademico dell’Università degli Studi di Perugia, l’obiettivo è riunire nuovamente università italiane e internazionali attorno alla Carta di Assisi – Università, Ponti di Pace, sviluppando nuove iniziative condivise.

In questo possibile appuntamento potrebbe quindi proseguire anche il confronto con l’Università di Nagasaki.

Un percorso che dal Giappone guarda al mondo

La cronologia delle giornate giapponesi racconta dunque un percorso che va ben oltre la semplice commemorazione dell’81º anniversario delle bombe atomiche.

Il 5 agosto le delegazioni internazionali hanno attraversato i luoghi della memoria di Hiroshima.

Il 6 agosto hanno partecipato alla cerimonia per le vittime e alla University Presidents for Peace Conference.

Diciassette università di undici Paesi e regioni hanno messo in comune esperienze, progetti e responsabilità.

I rappresentanti delle istituzioni hanno sottolineato la necessità di costruire cooperazione attraverso l’educazione.

I rettori hanno approvato all’unanimità una dichiarazione comune sulla pace e sulla sostenibilità.

E nel passaggio da Hiroshima a Nagasaki il tema della memoria si è trasformato ulteriormente in una riflessione sulla responsabilità della conoscenza.

Dentro questo grande quadro internazionale, Perugia ha avuto una presenza particolare. Da Perugia è arrivato quindi un contributo al dibattito globale sul ruolo dell’università nella costruzione della pace.

E da Nagasaki è partito un nuovo possibile ponte verso l’Italia.

Non un ponte costruito soltanto attraverso le istituzioni, ma attraverso studenti, ricercatori, docenti, scambi accademici e collaborazione scientifica.

È questa, in fondo, la sfida posta dalle giornate di Hiroshima e Nagasaki: trasformare la memoria in conoscenza, la conoscenza in responsabilità e la responsabilità in collaborazione tra i popoli.

Da Hiroshima, dove il mondo si è ritrovato per ricordare, a Nagasaki, dove la memoria è diventata ancora una volta una domanda sul futuro.

E ora verso Perugia e Assisi, dove quel dialogo internazionale può continuare.

Perché la pace, nel messaggio emerso dal Giappone, non appartiene a una sola nazione, a una sola cultura o a una sola istituzione.

È un bene comune.

E proprio le università, mettendo in relazione persone e Paesi diversi, possono contribuire a costruire quei ponti che permettono alla memoria di diventare futuro.

Redazione

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