Guerra nel Golfo, gli Usa intensificano i raid: colpiti porti, ponti e infrastrutture iraniane. Trump: «Abbiamo vinto in Venezuela e stiamo vincendo in Iran»

La crisi in Medio Oriente entra in una fase ancora più delicata. Per la sesta notte consecutiva gli Stati Uniti hanno condotto una vasta offensiva contro obiettivi strategici iraniani, mentre Teheran ha risposto lanciando missili e droni verso le basi americane presenti nei Paesi del Golfo. Il conflitto si allarga così ben oltre i confini iraniani, coinvolgendo Qatar, Kuwait e Bahrein e aumentando il rischio di un’escalation regionale senza precedenti.

A rendere ancora più pesante il quadro è stato il discorso del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha rivendicato la strategia americana con parole destinate a far discutere.

«Abbiamo vinto in Venezuela e stiamo vincendo in Iran. Vedrete i frutti di questo lavoro a breve», ha dichiarato il presidente parlando alla nazione, lasciando intendere che Washington ritiene di aver assunto il controllo dell’iniziativa militare e diplomatica.

Sul terreno, però, la notte è stata scandita da esplosioni, bombardamenti e continui attacchi incrociati.

Decine di obiettivi colpiti dagli Stati Uniti

Il Comando Centrale americano (Centcom) ha confermato di aver completato una nuova ondata di bombardamenti contro “decine di obiettivi militari” in territorio iraniano. Si tratta della sesta operazione consecutiva dall’inizio dell’offensiva, con oltre 50 mila militari statunitensi impegnati nell’area mediorientale.

Secondo Washington, gli attacchi sono finalizzati a ridurre ulteriormente le capacità offensive iraniane, soprattutto nelle aree considerate decisive per il controllo delle rotte marittime del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz.

Tra gli obiettivi colpiti figurano infrastrutture logistiche, basi militari, nodi ferroviari e vie di comunicazione utilizzate per i rifornimenti delle forze iraniane.

Nel mirino Bandar Abbas, Chabahar e i ponti di Hormozgan

Le fonti iraniane confermano che gli attacchi americani hanno interessato numerose infrastrutture civili e strategiche.

Tra i bersagli figurano:

  • la torre di controllo marittima del porto di Chabahar, colpita per la terza volta nell’ultima settimana;
  • la stazione ferroviaria di Bandar Abbas;
  • l’aeroporto di Iranshahr;
  • due ponti nella provincia di Hormozgan;
  • il ponte di Bandar-e Khamir, infrastruttura fondamentale per i collegamenti verso la costa meridionale.

Secondo Washington, proprio questi ponti sarebbero utilizzati dall’Iran per garantire i rifornimenti alle proprie basi navali nello Stretto di Hormuz e sostenere le operazioni contro il traffico commerciale internazionale.

Le autorità americane hanno inoltre confermato di aver deliberatamente preso di mira le vie di collegamento verso Bandar Abbas, principale porto militare iraniano e sede di importanti installazioni dei Pasdaran.

Bilancio delle vittime ancora in evoluzione

Il numero delle vittime resta incerto e continua ad aumentare con il passare delle ore.

Le prime comunicazioni parlavano di un automobilista ucciso durante il bombardamento di uno dei ponti.

Successivamente i media statali iraniani hanno riferito di almeno tre morti e dodici feriti negli attacchi che hanno interessato ponti, aeroporto e infrastrutture ferroviarie.

L’agenzia Fars ha poi aggiornato il bilancio relativo al ponte di Bandar-e Khamir parlando di sette vittime e nove feriti.

Un’altra persona sarebbe rimasta ferita anche nella città portuale di Bushehr.

Le autorità iraniane denunciano che gli attacchi abbiano colpito infrastrutture civili, mentre Washington sostiene di aver preso di mira esclusivamente obiettivi con valore strategico e militare.

La risposta iraniana: missili e droni contro le basi Usa

La reazione di Teheran non si è fatta attendere.

Nella notte l’Iran ha lanciato missili balistici e droni contro installazioni militari statunitensi presenti in diversi Paesi del Golfo.

L’esercito iraniano ha rivendicato attacchi contro obiettivi americani in Bahrein, mentre il Qatar ha annunciato di aver intercettato un attacco missilistico diretto verso il proprio territorio.

Anche il Kuwait ha confermato l’attivazione della difesa aerea spiegando che i forti boati avvertiti nel Paese erano dovuti all’intercettazione di missili e droni iraniani.

Le sirene d’allarme sono risuonate anche in Bahrein, mentre a Doha numerosi residenti hanno riferito di aver udito forti esplosioni durante la notte, accompagnate da messaggi di emergenza inviati dal governo ai telefoni cellulari.

Hormuz resta il centro della crisi

Il vero nodo dello scontro continua a essere lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico attraverso il quale transita una quota significativa del petrolio mondiale.

Gli Stati Uniti insistono nel sostenere che l’Iran non controlli realmente lo stretto.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ribadito che Washington mantiene il pieno controllo operativo dell’area grazie alla presenza della Marina americana.

Nelle stesse ore il Centcom ha reso noto che i Marines hanno effettuato un’ispezione a bordo di una petroliera nel Golfo dell’Oman e che tre navi mercantili sarebbero state deviate mentre tentavano di violare il blocco navale imposto dagli Stati Uniti.

Secondo il comando americano, lo Stretto di Hormuz rimane aperto alla navigazione internazionale, ad eccezione delle imbarcazioni che cercano di eludere il dispositivo militare statunitense.

Tensioni anche tra Trump e Netanyahu

Sul piano politico emergono nuove frizioni anche tra Washington e Tel Aviv.

Secondo indiscrezioni pubblicate da Axios, al momento non sarebbe previsto alcun incontro tra Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Alla base del raffreddamento dei rapporti vi sarebbero le critiche espresse da Netanyahu sull’eventuale vendita di caccia F-35 alla Turchia.

Le fonti citate parlano di un presidente americano profondamente irritato, convinto che il leader israeliano non abbia alcun diritto di influenzare le decisioni strategiche degli Stati Uniti.

Ad aggravare ulteriormente il clima sarebbe stato anche un allarme diffuso dall’intelligence israeliana riguardante un presunto piano iraniano per assassinare Trump.

Secondo le ricostruzioni, l’avvertimento avrebbe spinto il presidente americano ad abbandonare temporaneamente il nuovo Air Force One per utilizzare il precedente velivolo presidenziale.

Tuttavia, fonti statunitensi sostengono che non siano emerse prove concrete dell’esistenza di un complotto operativo, definendo l’ipotesi più un’intenzione teorica che una minaccia imminente.

Una crisi destinata ad avere conseguenze globali

Con i bombardamenti che ormai coinvolgono infrastrutture strategiche, porti, aeroporti e reti logistiche, la guerra tra Stati Uniti e Iran assume una dimensione sempre più ampia.

L’allargamento degli attacchi ai Paesi del Golfo aumenta il rischio di un coinvolgimento diretto di altri Stati della regione e mantiene altissima la tensione sui mercati energetici mondiali.

Mentre Washington continua a rivendicare il successo della propria offensiva e Teheran promette nuove rappresaglie, la comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione l’evoluzione di una crisi che potrebbe ridefinire gli equilibri geopolitici del Medio Oriente e incidere profondamente sulla sicurezza delle rotte commerciali globali.