Israele verso il voto del 27 ottobre: la fine dell’era Netanyahu è davvero possibile?

Dopo anni di crisi politiche, guerre e divisioni interne, Israele torna alle urne. E per Benjamin Netanyahu potrebbe essere il giudizio più difficile della sua lunga carriera politica.

La data è ormai fissata: gli israeliani voteranno il 27 ottobre per eleggere la nuova Knesset. L’annuncio è arrivato dal presidente della commissione parlamentare della Knesset, il deputato del Likud Ofir Katz, che ha confermato che il Parlamento attuale completerà il proprio mandato quadriennale, in scadenza il 17 luglio. Secondo il consulente legale della Knesset, Sagit Afik, non sarà necessario sciogliere anticipatamente l’assemblea: per la prima volta dopo quasi quarant’anni Israele arriverà a elezioni politiche nei tempi previsti dalla legge.

Un dato storico, ma anche politicamente esplosivo: il governo guidato da Benjamin Netanyahu potrebbe diventare il primo esecutivo israeliano in oltre cinquant’anni a completare un intero mandato parlamentare.

Ma proprio questo risultato rischia di trasformarsi da punto di forza a problema politico per il premier. Perché dopo il 7 ottobre 2023, la guerra a Gaza, la crisi degli ostaggi, le tensioni con l’Iran e le profonde fratture nella società israeliana, il voto potrebbe rappresentare un vero referendum sulla leadership di Netanyahu.

Il “regno” di Bibi sotto esame

Netanyahu, soprannominato “Bibi”, è il leader più longevo nella storia politica di Israele. Ha dominato la scena per decenni costruendo la propria immagine sull’idea di essere l’unico uomo capace di garantire sicurezza al Paese.

Ma oggi quella promessa è sotto accusa.

L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha aperto una ferita profonda: molti israeliani chiedono conto delle responsabilità politiche e strategiche che hanno permesso al più grave attacco terroristico della storia del Paese. Le critiche non arrivano soltanto dall’opposizione, ma anche da settori dell’esercito, dalle famiglie degli ostaggi e da una parte dell’opinione pubblica tradizionalmente vicina al centrodestra.

Per i suoi oppositori, Netanyahu ha trascinato Israele in una guerra senza una chiara prospettiva politica, privilegiando la propria sopravvivenza politica rispetto alla ricerca di una soluzione diplomatica.

La sua alleanza con i partiti della destra religiosa e nazionalista ha inoltre aumentato le divisioni interne. Il governo più a destra della storia israeliana ha dovuto affrontare proteste di massa già prima della guerra, soprattutto contro la riforma della giustizia voluta dalla maggioranza.

Come funziona il sistema elettorale israeliano

Il sistema israeliano è molto diverso da quello di molti Paesi occidentali.

Israele utilizza un sistema di rappresentanza proporzionale pura: i cittadini non votano direttamente un premier o un candidato nel proprio collegio, ma scelgono una lista politica.

La Knesset è composta da 120 deputati. Per entrare in Parlamento una lista deve superare una soglia minima di sbarramento del 3,25% dei voti nazionali.

Dopo le elezioni, il presidente dello Stato incarica normalmente il leader politico che ha maggiori possibilità di formare una maggioranza. Ma nessun partito ha mai ottenuto facilmente la maggioranza assoluta: per questo Israele vive di governi di coalizione.

Servono infatti almeno 61 seggi su 120 per governare.

Questo sistema garantisce rappresentanza anche ai partiti più piccoli, ma produce spesso instabilità politica: negli ultimi anni Israele ha vissuto numerose elezioni anticipate proprio per difficoltà nella formazione o nella tenuta delle coalizioni.

La domanda del 27 ottobre: Israele vuole voltare pagina?

Il voto non sarà soltanto una scelta tra partiti. Sarà soprattutto un giudizio sull’era Netanyahu.

I sostenitori di Bibi rivendicheranno la sua esperienza internazionale, la gestione della sicurezza e la capacità di mantenere Israele al centro della politica mondiale.

Gli oppositori invece vedono nelle elezioni una possibilità storica per chiudere una fase caratterizzata da conflitti permanenti, polarizzazione interna e una leadership accusata di aver trasformato ogni crisi in uno strumento di sopravvivenza politica.

Il paradosso è evidente: Netanyahu potrebbe entrare nella storia come il premier capace di portare un governo israeliano alla fine naturale del mandato dopo mezzo secolo, ma potrebbe anche essere ricordato come il leader che ha lasciato il Paese più diviso e vulnerabile.

Il 27 ottobre gli israeliani non sceglieranno soltanto un nuovo Parlamento. Decideranno se il lungo ciclo di Benjamin Netanyahu è ancora il futuro di Israele o se è arrivato il momento di aprire una nuova pagina.