Salvini in caduta: il tradimento della militanza dietro il declino del “Capitano”
di Paolo Fedele *
Matteo Salvini, per anni “il Capitano” della destra italiana, sta attraversando la fase più difficile della sua leadership.
La Lega, che nel 2019 aveva raggiunto il 34% alle elezioni europee, è oggi accreditata di circa il 6% nei sondaggi, superata per la prima volta da Futuro Nazionale, il partito lanciato a febbraio 2026 dall’ex vicesegretario leghista Roberto Vannacci.
Perché sta succedendo?
Dopo oltre un decennio alla guida del partito e anni ininterrotti al governo dal 2018, l’appeal anti-establishment della Lega si sarebbe esaurito.
Come ministro dei Trasporti dal 2022, Salvini è associato ai ritardi ferroviari cronici e allo stallo del progetto del ponte sullo Stretto di Messina.
L’agenda pubblica è cambiata: gli italiani sono oggi più preoccupati da inflazione ed energia (anche per il conflitto in Iran) che da immigrazione, tema identitario della Lega.
La scissione di Vannacci ha eroso ulteriormente lo spazio a destra del partito.
Giorgia Meloni resta la leader più popolare del Paese, oscurando il ruolo di governo della Lega.
Il calo leghista sta trascinando verso il basso l’intera coalizione di governo, che secondo YouTrend risulterebbe oggi in svantaggio rispetto al centrosinistra.
All’interno del partito crescono le tensioni tra i fedelissimi di Salvini e chi vorrebbe tornare a un profilo più autonomista e territoriale.
Il tradimento della militanza
Il vero errore del declino del Capitano non sarebbe solo di merito o di comunicazione, ma di fiducia mal riposta.
Negli anni del successo, la Lega avrebbe progressivamente allontanato il proprio storico tessuto di militanti, quelli che avevano costruito il partito dal basso, sul territorio, per aprire le porte a chi si è avvicinato solo quando il partito era già vincente, in cerca di visibilità e candidature.
Questa “gente arrivata in corsa” avrebbe finito per occupare spazi di potere e di rappresentanza sottraendoli a chi aveva fatto la gavetta, contribuendo a svuotare il partito dall’interno e a renderlo più fragile proprio nel momento della difficoltà. Salvini, in questa lettura, si sarebbe fatto in qualche modo circondare dai classici “professionisti della politica”, pronti a saltare da un carro all’altro a seconda delle convenienze, invece che dai quadri di lunga militanza che restano fedeli anche nei momenti di crisi.
La via d’uscita?
La candidatura a sindaco di Milano ed il passo indietro come segretario del carroccio?
* Riceviamo e pubblichiamo
