Marta Picchio: “Il gatto non riempie la casa, riempie la mente e il cuore: è una presenza che cambia la qualità dell’invecchiamento”
Il rapporto tra gatti e anziani non è soltanto una forma di compagnia domestica, ma un vero e proprio fenomeno sociale e sanitario che si intreccia con l’invecchiamento della popolazione e con l’aumento delle persone che vivono sole. A sottolinearlo è Marta Picchio, ospite dell’approfondimento di Fast News Platform dedicato al tema “Gatti e anziani”, che ha offerto una lettura ampia, scientifica e insieme profondamente umana di un legame sempre più centrale nelle società moderne.
“Il gatto non è solo un animale da compagnia – afferma con forza Marta Picchio – ma un elemento che modifica la qualità della vita quotidiana, soprattutto nelle persone anziane. Non è compagnia nel senso banale del termine, è una presenza che agisce su solitudine, umore e persino salute fisica”.
Un’affermazione che si inserisce in un contesto demografico preciso: in Italia, come ricordato durante la conversazione, gli over 65 sono circa 15 milioni, pari a circa un quarto della popolazione, mentre gli over 80 sono circa 4,6 milioni. Ancora più rilevante il dato delle persone over 75 che vivono sole, circa 2,7 milioni, una condizione che aumenta il rischio di isolamento, depressione e declino cognitivo.
“Viviamo in una società in cui la solitudine non è più un’eccezione, ma una condizione diffusa – osserva Picchio – e su questo il rapporto con un animale può avere un impatto reale. Un gatto non elimina tutti i problemi, ma spezza la solitudine e introduce una routine di cura che diventa fondamentale”.
Secondo l’esperta, la presenza di un gatto agisce su più livelli: psicologico, fisico e cognitivo. “Chi ha un animale non è mai completamente solo. C’è uno sguardo, un contatto, una relazione. Questo attiva responsabilità quotidiane: dare da mangiare, cambiare l’acqua, pulire la lettiera. Sono azioni semplici, ma fondamentali perché impediscono all’anziano di lasciarsi andare all’apatia”.
Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la dimensione neurobiologica della relazione uomo-gatto. “Accarezzare un gatto – spiega Picchio – stimola la produzione di ossitocina, che è l’ormone della felicità e dell’empatia, e riduce il cortisolo, cioè l’ormone dello stress. Questo ha effetti diretti anche sulla pressione arteriosa e sul rischio cardiovascolare”.
Non solo: anche le famose fusa del gatto hanno un ruolo specifico. “Le fusa si collocano tra i 15 e i 140 hertz, frequenze che in bioacustica sono associate a effetti benefici sulla rigenerazione dei tessuti e sul rilassamento. Non è un caso che il gatto le produca sia quando sta bene sia quando è in difficoltà: è un meccanismo di auto-regolazione emotiva e fisica”.
Il tema centrale, però, resta quello della solitudine negli anziani e del ruolo che gli animali possono avere nella sua riduzione. “Il gatto introduce una struttura nella giornata. Non è solo affetto: è organizzazione del tempo, è movimento, è stimolo mentale. Anche ricordarsi di comprare il cibo o di portarlo dal veterinario diventa esercizio cognitivo”.
La Picchio insiste anche su un aspetto spesso trascurato: il rischio dell’isolamento sociale. “Un anziano che vive solo è più esposto a depressione, disturbi del sonno e declino cognitivo. Il gatto non sostituisce le relazioni umane, ma può essere un ponte, un elemento che mantiene attiva la relazione con il mondo”.
Durante la conversazione viene affrontato anche il tema dell’idoneità del gatto rispetto all’età dell’anziano. “Non tutti i gatti sono adatti a tutte le situazioni – precisa – e non tutti gli anziani sono adatti a tutti i gatti. È importante un abbinamento consapevole”.
In particolare, viene sottolineata l’importanza di evitare l’adozione di cuccioli da parte di persone molto anziane. “Il cucciolo richiede energia, gestione e presenza costante. Per un anziano è spesso più indicato un gatto adulto, con carattere già formato e prevedibile”.
La riflessione si sposta poi sulle razze, con un chiarimento importante: “Nel gatto le differenze di razza incidono meno rispetto ai cani. Conta molto anche il carattere individuale. Tuttavia alcune razze, come il Ragdoll, tendono a essere più calme e predisposte alla relazione con l’uomo”.
Non manca un riferimento alla pet therapy e alle strutture per anziani. “In alcune RSA italiane i gatti vivono stabilmente all’interno delle strutture e i benefici sono evidenti: riduzione dell’isolamento, aumento della socialità e miglioramento dell’umore. Anche una semplice carezza può avere un impatto significativo”.
Il tema della relazione emotiva tra gatto e umano viene approfondito con particolare attenzione. “Il gatto percepisce il nostro stato emotivo, reagisce ai cambiamenti di odore, tono di voce e comportamento. C’è una vera forma di contagio emotivo: se l’umano è stressato, anche l’animale lo assorbe”.
Uno degli aspetti più delicati riguarda proprio la gestione della routine. “Il gatto ha bisogno di stabilità. Cambiamenti improvvisi, come quelli avvenuti durante il periodo del Covid, possono creare stress anche negli animali domestici”.
Infine, viene affrontato il tema dell’invecchiamento del gatto stesso. “Un gatto è considerato anziano sopra i dieci anni e geriatrico sopra i quattordici o quindici. Anche lui ha bisogno di cure specifiche, controlli veterinari più frequenti e attenzioni particolari, come lettiere più accessibili e maggiore assistenza”.
La conclusione di Marta Picchio riassume il senso complessivo del discorso: “Il gatto non è una soluzione alla solitudine, ma può essere una risposta concreta alla fragilità dell’età avanzata. È una presenza che richiede cura, ma che restituisce benessere, equilibrio e una forma di amore quotidiano che incide profondamente sulla qualità della vita”.
Un legame silenzioso, discreto, ma sempre più centrale nella società contemporanea, dove la relazione tra uomo e animale si conferma non solo affettiva, ma anche terapeutica e sociale.
