Stanno oscurando l’anima del Poro: ettari di macchie nere al posto di feraci campi e ubertosi pascoli
Viaggiando sulla strada che percorre l’altipiano del Poro da un po’ di tempo invece di campi coltivati si vedono macchie nere che coprono ettari di terreno. Sono impianti fotovoltaici che deturpano uno dei paesaggi più suggestivi e feraci della Calabria. Si impone un impegno per la tutela della vocazione e dell’identità storica e culturale del territorio.
Stanno assassinando l’anima del territorio del Poro. La sua storia millenaria, fatta di identità, di tradizioni, di attività agropastorali, di preziosa cultura contadina da un punto di vista enogastronomico, rischia di sparire. Invece di pascoli, di campi coltivati, di bionde spighe di grano che ondeggiano donando poesia e bellezza, adesso spiccano macchie nere (i nuovi buchi neri) di pannelli fotovoltaici.
Il ricordo va alla profetica canzone di Celentano, Il ragazzo di via Gluck, le parole “La dove c’era l’erba ora c’è una città” si possono declinare con “Là dove c’erano i pascoli e i campi di grano ora ci sono i pannelli.” Cento anni fa scriveva il grande archeologo Paolo Orsi dopo aver scoperto l’importante sito protostorico di Torre Galli:
“Ricchezza di acque squisite, aria saluberrima, condizioni climatiche simili a quelle delle Prealpi, una feracità di suolo ideale… pascoli producenti squisiti latticini…” (Le necropoli preelleniche calabresi di Torre Galli e di Canale , Inchina, Patariti, 1926).
E allora ci chiediamo: perché con tanti posti dove piazzare questi pannelli devono essere impiantati in una zona a grande vocazione agropastorale dove si produce vita, buon cibo ed energia veramente pulita, la linfa vitale per l’umanità?
Ci sarebbero tantissimi tetti di eternit nei paesi eliminando un materiale pericoloso o altri luoghi che sono abbandonati e che non hanno un così pregio come il Poro. Invece si preferisce, per questioni speculative, far sparire la sua anima, in particolare in una delle zone geografiche più suggestive, su un territorio che confina tra il comune di Zungri e Zaccanopoli, dove si possono contemplare meravigliosi casolari e che difficilmente si trovano in altre aree geografiche con all’orizzonte una visione unica al mondo, le isole Eolie. E le istituzioni che cosa fanno? Stanno a guardare lo scempio? Eppure c’è l’articolo 9 della Costituzione che tutela il paesaggio, e nello specifico sancisce che la Repubblica “tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”. O la Calabria ancora non fa parte della Repubblica?
È necessario intervenire al più presto, porre un freno, un vincolo, altrimenti addio identità del territorio, addio prodotti tipici, addio cibi buoni e sani, addio al rapporto armonico che per secoli gli abitanti hanno intrattenuto con la natura e il paesaggio, addio biodiversità. E in Calabria, come ormai da secoli, si continua a sfruttare, a colonizzare, a corrompere, a inquinare: e si perpetra la sua sudditanza e gli appetiti della criminalità (la nuova versione della famigerata “Questione meridionale”). E a trarne beneficio i nuovi padroni, i nuovi feudatari, i nuovi coloni che rapinano le risorse più preziose: per generare la brama dei facili guadagni, togliere la dignità agli esseri umani e produrre rassegnazione, emigrazione e indifferenza. E i giovani fuggono perché viene pregiudicata anche la bellezza dei luoghi che è il frutto del miracolo della biodiversità della natura. Questo significa creare una rinnovata classe di privilegiati e di riflesso di servi, cioè sudditi, che vengono foraggiati in modo parassitario dai poteri oligarchici e tecnocratici. Il gioco è facile: fare guerra, generare l’emergenza, creare la propaganda dell’energia rinnovabile, per speculare togliendo il bene più prezioso per la sopravvivenza e la dignità delle comunità: i campi fertili, la bellezza del paesaggio e spingere gli abitanti a non credere più nell’impegno collettivo attraverso le istituzioni locali e abbandonare i luoghi di origine.
Se una delle aree più ubertose della Calabria, in una zona che offre uno spettacolo magnifico, perché si affaccia “nel mare dove nascono i miti” come è stato definito da Giuseppe Berto (1956), continua ad essere infestata da questi impianti, non darà più né raccolti né frutti. E l’economia locale sarà sempre rapinata con la solita tecnica: i costi si socializzano e i profitti di privatizzano. Senza considerare che una concentrazione di ettari di questi pannelli modifica il microclima, e per decenni, non si può utilizzare il terreno per coltivare il buon cibo. Certo, c’è il cibo spazzatura (che non è cibo) prodotto industrialmente per far ammalare. La mercificazione ormai domina incontrastata, perché gli esseri umani, considerati “consumatori e utenti”, non devono nutrirsi con prodotti genuini del territorio, ma ingrassare le multinazionali che stanno distruggendo l’identità, l’anima e la storia dei popoli, creando i “non luoghi” come i centri commerciali e i siti on line di commercio. Così possono organizzare guerre, stermini ed emergenze per espropriare dei diritti inviolabili e intangibili sanciti nella Costituzione.


Una volta che si toglie agli agricoltori e alle comunità la terra, il paesaggio, che cosa resta? Che cosa può offrire un territorio? Come può richiamare i turisti? Una volta che si toglie l’anima, si toglie anche la vita. È stata la lotta che ha condotto Pier Paolo Pasolini per denunciare la distruzione della civiltà contadina e la mutazione antropologica causate dall’industrializzazione e dall’ideologia dei consumi; ma anche Giuseppe Berto, da quando ha scelto Capo Vaticano come patria spirituale, lo ha fatto, fin dagli anni Sessanta, per cercare di tutelare tutta l’area del Poro. Il suo sogno era quello di creare un Parco naturale, perché aveva capito lo straordinario valore di questo paesaggio e dell’eredità della civiltà contadina (si veda in particolare “La ricchezza della povertà”, 1972).
È urgente che si trovino degli strumenti per fermare lo scempio che si sta compiendo. Dietro questi impianti ci sono sempre le solite multinazionali del Nord o estere i cui capitali, molto spesso, vanno a finanziare l’industria della morte, e tra i lavoratori, reclutati, ci sono anche i figli degli emigrati meridionali. Un circuito perverso che alimenta la depredazione, di cui responsabili diretti o indiretti siamo anche noi che dovremmo lottare politicamente ed eticamente contro questa ingiustizia e dominio culturale ed economico, ma gli ascari (mercenari eritrei e somali al soldo delle truppe coloniali italiane, che hanno combattuto contro il proprio popolo) è una categoria sociale molto diffusa in questa regione. Senza considerare che la Calabria produce un surplus di energia proveniente da fonti rinnovabili (si stima circa il 180 per cento).
