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Allarme voli in Europa: carburante agli sgoccioli, biglietti più cari e meno collegamenti per l’estate

Il conto alla rovescia è iniziato. E questa volta non riguarda una partenza, ma il rischio concreto che partire diventi sempre più difficile – e soprattutto più costoso. A segnare il destino della stagione estiva europea è una nave: la Rong Lin Wan, petroliera lunga 250 metri battente bandiera di Singapore, attualmente al largo dell’Africa occidentale.

Quando attraccherà a Rotterdam il 9 aprile, non porterà soltanto un carico di carburante. Sarà, con ogni probabilità, l’ultimo rifornimento di jet fuel proveniente dal Golfo Persico prima dello stop imposto dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, conseguenza diretta della guerra in Iran. Un passaggio strategico da cui transita una quota decisiva delle forniture energetiche globali, oggi improvvisamente interrotto.

E qui si apre lo scenario che preoccupa compagnie aeree e passeggeri: circa la metà del carburante utilizzato negli aeroporti europei arriva proprio da quell’area. Senza nuove forniture, il sistema rischia di entrare rapidamente in affanno.

Le prime avvisaglie sono già evidenti. Le importazioni di jet fuel in Europa sono crollate a 420 mila barili al giorno, il 40% in meno in una sola settimana, toccando i livelli più bassi dal 2022, in piena crisi energetica legata alla guerra in Ucraina. Anche le scorte nei principali hub logistici del continente – come l’area Amsterdam-Rotterdam-Anversa – risultano sotto la media stagionale.

Secondo le stime, tra fine aprile e inizio maggio l’Europa potrebbe ritrovarsi con appena la metà del carburante normalmente disponibile. Le compagnie stanno tentando di guadagnare tempo attingendo alle riserve strategiche e rinviando interventi di manutenzione alle raffinerie, ma la finestra è stretta e le soluzioni temporanee.

Il risultato? Meno voli, meno frequenze e prezzi più alti. È uno scenario che rischia di colpire proprio il cuore della stagione turistica, tra giugno e settembre, quando la domanda raggiunge il picco. Gli aeroporti più esposti saranno quelli delle destinazioni turistiche e delle isole, dove la logistica dei rifornimenti è più complessa.

Le compagnie aeree si stanno già preparando all’emergenza. La low cost spagnola Volotea ha annunciato una prima riduzione dell’1% dei voli. Ma potrebbe essere solo l’inizio. Michael O’Leary, amministratore delegato di Ryanair, ha lanciato un avvertimento chiaro: se il conflitto dovesse protrarsi, fino al 25% delle forniture di carburante potrebbe essere a rischio già tra maggio e giugno. “In estate – ha spiegato – potremmo essere costretti a cancellare alcuni voli o ridurre la capacità”.

Tradotto: meno posti disponibili e biglietti più cari. Le stime parlano di rincari superiori al 3%, ma il dato potrebbe crescere se la crisi dovesse aggravarsi.

Anche Lufthansa guarda con preoccupazione ai prossimi mesi. Il gruppo tedesco valuta di lasciare a terra fino a 40 aerei durante la stagione estiva. Il motivo è sempre lo stesso: il costo del carburante, destinato a salire, finirà inevitabilmente per riflettersi sulle tariffe.

In questo contesto, l’Italia si trova in una posizione vulnerabile. Nel 2025 ha prodotto circa 674 mila barili al giorno di carburante, a fronte di un fabbisogno di 1,3 milioni: significa che metà delle necessità dipende dall’estero. Una dipendenza che accomuna gran parte d’Europa, con punte critiche in Paesi come Polonia, Grecia, Spagna e Portogallo.

La variabile decisiva resta il conflitto. Se la situazione dovesse sbloccarsi rapidamente e lo Stretto di Hormuz riaprire entro poche settimane, l’impatto potrebbe essere contenuto. Ma se le tensioni dovessero prolungarsi, l’estate 2026 rischia di trasformarsi in una stagione di voli ridotti, prezzi elevati e vacanze sempre più difficili da organizzare.

Per milioni di europei, il vero rischio non è solo partire. È poterselo permettere.

Redazione

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