Un sogno che si chiama Mediterraneo: la trilogia cinematografica di Maverick Lo Bianco per far rinascere un futuro di pace, di libertà e di bellezza
Il giovane regista-attore ha presentato la trilogia cinematografica ispirata al Mediterraneo nell’ambito della VI edizione del Festival delle Arti, organizzato dall’IIS Morelli Colao di Vibo Valentia. L’opera fa parte del progetto Never: per non smettere di sognare un futuro di pace e di libertà tra i popoli attraverso il linguaggio dell’arte e della bellezza.
Che cosa significa riscoprire il Mediterraneo? Che cosa evoca la storia delle civiltà dei popoli mediterranei? E perché è fondamentale interrogare il patrimonio culturale fiorito sulle sue sponde?
La trilogia cinematografica ispirata al Mediterraneo e realizzata dal giovane regista e attore Maverick Lo Bianco, si pone in corrispondenza con queste fondamentali domande. Riscoprire l’eredità della Calabria, i suoi profondi legami con la Magna Grecia e con l’immaginario collettivo che ha impregnato l’anima profonda di questa terra, è un’operazione esistenziale (filosofica, ontologica e spirituale) fondamentale per il futuro delle nuove generazioni.
Il sogno mediterraneo di Maverick nasce dalla passione di un giovane che riscopre le sue radici, che sente di appartenere ad un altro tempo, ad una memoria antica. E interroga il genius loci della terra delle sue origini per avere un responso sul destino dell’umanità. Sente potente il desiderio di scavare, di leggere i segni, di ascoltare le voci degli antenati, le testimonianze che ancora sanno testimoniare l’humanitas. E cerca la sua anima in un mondo che non riconosce più il suo segreto alfabeto, le sue impronte, i volti e gli sguardi che rievocano le memorie sotterrate e che devono essere risvegliate. Lui sente di
appartenere ad un’arcana storia che è fuori dalla storia, un tempo che oltrepassa il tempo, un canto che sa ancora incantare.
Basta dire Mediterraneo, affinché l’orizzonte possa emanare l’antica poesia e la sua sconfinata luce si irradi. Il Mediterraneo identifica il mito, gli archetipi che riaffiorano come la spuma che sciamano le onde, pregna di viaggi, di naufragi, di poemi, di canto lirico. Ed è un viaggio di ritorno che misura e si misura con il sogno.
Il Mediterraneo è lo specchio dove si riflette l’eco della voce dell’oracolo che rievoca il destino della nostra storia, di quella che ci portiamo dentro, che scorre nelle cellule antiche del nostro sangue (come figli del Mediterraneo), pregna di amore, di bellezza e di spiritualità. E affiora nel soffio del vento, nel respiro del tempo, nell’alito del cielo. È in questa sacralità terrena che affondano le radici dell’anima: il suo pianto e il suo canto.
Nella sua essenzialità è questo il messaggio che si evince dai cortometraggi e che l’autore ha voluto trasmettere agli studenti dell’IIS Morelli-Colao di Vibo Valentia (Liceo Classico e Liceo Artistico), durante la VI edizione del “Festival delle Arti” che si è svolto dal 12 al 16 gennaio. Attraverso immagini fortemente simboliche ha ridato forma alla bellezza dell’arte e dei siti archeologici. L’obiettivo è restituire memoria alla storia millenaria della Calabria, che è ancora viva nelle tradizioni, nei dialetti, nell’identità dei luoghi e nell’antropologia dei suoi paesi e dei suoi paesaggi. Ed è con uno spirito di ricerca che Maverick Lo Bianco ha voluto comunicare il suo “logos” per riscoprire l’identità e con essa la libertà, così come recita il tema che ha caratterizzato il festival, “Logos: Comunicazione è libertà”. Questo suo impegno si declina come un percorso che segna e disegna la sua biografia umana e artistica, con il riconoscimento di queste profonde radici, da cui trarre la linfa per sognare un futuro di luce e di pace.
Il primo incontro con gli studenti del Liceo Classico Morelli mercoledì 14, all’auditorium: il Mediterraneo come sogno e segno della kalokagathia
L’incontro è stato contrassegnato da una masterclass dal titolo “La comunicazione attraverso il cinema, Moda e Sport”, con la presentazione e l’introduzione della prof.ssa Maria Concetta Preta (referente della Commissione del Festival ma anche deus ex machina degli incontri insieme alla squadra degli studenti protagonisti sul palco e nell’auditorium). È stata una esperienza importante per misurarsi con temi che interrogano la storia con lo sguardo profondo dell’eredità classica declinata in chiave contemporanea, per poter comprendere la “destinazione”, cioè quali sono le istanze che devono guidare il cammino, diventato impervio in questi ultimi tempi, per lo sguardo delle nuove generazioni.
Il messaggio di Maverick è stato, da una parte semplice, dall’altro profondo, come tutto ciò che è mosso dalla passione. Il suo progetto denominato “Never” (mai arrendersi affinché la rinascita possa avere compimento) non è solo cinema, ma anche moda, sport, spiritualità, con un orizzonte che abbraccia l’Oriente e l’Occidente. È scaturito dal potente richiamo delle proprie origini, per dare significato alla propria storia che è personale ma anche familiare, comunitaria e collettiva, in uno scenario che sembra “senza più storia”: dove i punti di riferimento sono stati smarriti e le fonti che alimentano i sogni, disseccate.
L’altro messaggio è il ritorno alla verità della storia millenaria che una regione come la Calabria ha dentro l’anima, e soprattutto, nella sua biogeografia culturale. Alcuni passaggi della voce narrante che si ascolta nei cortometraggi, sono illuminanti:
“L’essenza vera del viaggio è la scoperta.”
“…alla fine dei giorni non porteremo nulla con noi, ciò che ci viene dato non è in nostro possesso. Noi siamo soltanto un tramite.”
“Cerchiamo la ricchezza, ma non sapendo che quella vera in fondo sta nelle persone, nell’essenza di ognuno di noi.”
“Mediterraneo vuole riscoprire i valori, disegnare su un pezzo di carta la nostra fantasia per poi vederla trasformare in realtà, come un blocco di marmo che scolpito in statua, prende vita.”
“Mediterraneo è un viaggio, una scoperta. Mediterraneo è una storia, è la storia.”
“Mediterraneo è colui che non si arrende mai”
“Mediterraneo è un popolo di viaggiatori che hanno conquistato e lo sono stati, mixando culture, e aprendo nuovi orizzonti ma senza mai rinnegare e dimenticare le proprie radici.”
“Mediterraneo è ciò che unisce, è l’Oriente e l’Occidente.”


Sono enunciati paradigmatici che raccontano l’essenza dell’esistenza, una sapienza che nasce da una ricerca interiore e spirituale.
Nell’introdurre la prof.ssa Preta ha messo in luce il legame tra i valori classici e il linguaggio cinematografico della trilogia, sottolineando come Maverick Lo Bianco dimostra di essere “un’anima antica” capace di trasmettere bellezza e amore per gli ideali e i valori che sono il sostrato profondo della cultura classica. Parole che hanno avuto un’eco tra gli studenti, per la spontanea e naturale vena comunicativa con la quale il regista-attore ha trasmesso e spiegato il perché del suo progetto. Infatti nei primi due cortometraggi, la voce narrante crea delle risonanze con una serie di immagini simboliche della Calabria, ribadendo che cosa significhi ricercare ed evocare l’identità del Mediterraneo; mentre nel terzo corto lo sguardo viaggia tra Londra e Roma, che rappresentano i poli della sua formazione culturale e professionale, in quanto il progetto “Never” abbraccia non solo i Paesi del Mediterraneo, ma allarga il più possibile l’orizzonte.
Il ritorno alle origini e al passato per declinare il futuro è una istanza non solo pedagogica ma anche psicologica, esistenziale, spirituale. La sensibilità di questo giovane – lo ha ribadito la prof.ssa Preta – ci racconta che è necessario riscoprire i valori classici, ritornare all’humanitas per poter sperare in una rinascita. E i giovani sentono che si trovano in un sistema labirintico, in cui è necessario dipanare il filo d’amore per poter uscire verso la libertà. Da qui emerge l’urgenza interiore di abbeverarsi alla fonte della bellezza, riscoprire la kalokagathia (la bellezza coniugata al bene, in una concezione etica oltre che estetica) concetto alla base della civiltà classica.
Nel corso dell’incontro ha partecipato anche il DS del Morelli-Colao, Raffalele Suppa, il quale ha voluto ringraziare Maverick Lo Bianco per il suo impegno, sottolineando l’importanza del tema al centro del Festival, la comunicazione come luogo di libertà. In particolare ha spiegato che la principale missione della scuola è quella di formare le coscienze. Soffermandosi sul valore delle parole, ha osservato che devono essere “orizzonte di senso e speranza di salvezza, di pace, di solidarietà, di inclusione,” ma soprattutto, “luogo dell’essenza dell’altro”.
Il secondo incontro al Liceo Artistico Colao venerdì 16, ore 10: l’arte come espressione di bellezza e ricerca di sé stessi, fondamento della propria storia esistenziale e origine della conoscenza
Nel secondo incontro (Aula Magna del liceo Artistico Colao) Maverick Lo Bianco ha dialogato con gli studenti raccontando il suo sogno che si è tradotto attraverso la riscoperta della identità del Mediterraneo. Ad introdurre e coordinare l’incontro la prof.ssa Daria Russo (docente di Discipline Pittoriche). Il regista-attore, anche in questa occasione, ha spiegato i motivi che lo hanno spinto a realizzare i cortometraggi, ma si è intrattenuto anche sulla sua passione per la moda, citando la figura di Gianni Versace a cui ha dedicato il primo corto. Inoltre ha messo in luce l’importanza del linguaggio artistico come espressione di creatività e di libertà, oltre che di bellezza.
Nei suoi interventi Maverick LO Bianco ha ricordato la presentazione della trilogia nella Chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo a Roma e che il suo progetto Never, nasce per unire culture e talenti attraverso l’arte: quindi la trilogia cinematografica vuole essere simbolo di pace e di rinascita. E il Mare Nostrum (la denominazione di “Mediterraneo” è nata nel VI secolo d.C. con Isidoro di Siviglia) rappresenta il luogo dove risvegliare nuovamente quella coscienza millenaria che si porta dentro l’essere umano. In particolare l’auspicio e l’anelito che anima il progetto Never è la celebrazione dell’arte come strumento di dialogo maieutico, capace di unire identità diverse sotto un linguaggio comune: la bellezza. Così ha riassunto la sua storia:
“Nel 2020 mi sono trasferito a Londra, ma sono tornato in Italia e in Calabria con un sogno: riunire artisti da tutto il mondo a Roma. Con la trilogia Mediterraneo ho portato la cultura italiana oltre i confini, dal Canada all’Arabia Saudita. La trilogia nasce da un desiderio che custodivo fin da bambino ma che ho riscoperto una volta trasferitomi a Londra cinque anni fa. Avevo voglia di trasmettere le mie origini mediterranee che mi contraddistinguono. Il primo corto è stato girato in Calabria anche perché i miei genitori sono Calabresi. È anche un omaggio a Gianni Versace che è stato una grande fonte d’ispirazione. Nel secondo corto invece volevo che si percepisse un richiamo più greco con la figura di Socrate. Nell’ultimo corto le riprese abbracciano Londra e Roma, due luoghi importanti. Londra mi ha dato la possibilità di crescere ed è lì che ho avuto modo di realizzare i miei sogni. Roma invece per me è il punto nevralgico dell’essenza che voglio raccontare, è simbolo di una cultura e di un’identità italiana. Il mio lavoro deriva da una voglia di conoscenza, da una ricerca d’identità. E’ importante avere la consapevolezza di noi stessi e di ciò che ci circonda per poter iniziare tranquillamente un nuovo viaggio verso la nostra realizzazione.”
Chi siamo e per chi siamo: riflettere sul nostro destino in un sistema “smisurato” che sta desertificando l’anima e la coscienza, per ridurci a merce, a prodotto, ad automi
Gli interrogativi impliciti che possiamo dedurre da questi incontri e sul tema del Festival delle Arti “Logos: Comunicazione è libertà”, organizzato dall’IIS Morelli-Colao di Vibo, ispirati al Mediterraneo grazie alla trilogia di Maverick Lo Bianco, come luogo in cui si genera un principio fondamentale, la misura di sé stessi (kata metron) alla base delle civiltà classiche e del Rinascimento, sono i seguenti:
“Qual è la storia che ci identifica e ci appartiene”? A questa prima domanda, come riflesso, ne seguono altre: “Siamo quello che ci raccontano gli altri o quello che riusciamo a raccontare noi con le nostre parole, con i nostri occhi, con i nostri sentimenti? Siamo certi che le nostre parole siano veramente “nostre” come frutto della riflessione e della libertà? È come si declina la libertà?
Se non prima rispondiamo a queste fondamentali domande il rischio è che recitiamo (da comparse o da protagonisti) una parte che altri hanno scritto per noi. Lo aveva intuito Erasmo da Rotterdam nel suo Elogio della follia (1509):
“Tutta la vita umana non è se non una commedia, in cui ognuno recita una maschera diversa, e continua nella parte, finché il gran direttore di scena gli fa lasciare il palcoscenico”.
Questa visione è stata poi tradotta da Shakespeare in “Totus mundus agit histrionem”, e Pirandello a sua volta, l’ha ritradotta con le sue “Maschere nude” che vediamo impazzare in modo caricaturale, grottesco, demenziale e delirante sulle nuove scene mediatiche, con in primo piano i reality show social. E quindi alla libertà, sarebbe cosa buona coniugare il coraggio: avere il coraggio dell’eresia, che significa scelta consapevole che può portare alla ribellione, alla disubbidienza, all’obiezione di coscienza, verso le leggi ritenute ingiuste e verso le tante ingiustizie che hanno contrassegnato la storia, come ci ricordano anche don Lorenzo Milani (Lettera ai giudici, 1965) e don Luigi Ciotti (L’eresia della verità, 2017).
Il tema che mette al centro la nostra identità-libertà e chi siamo, chiama in causa un celebre detto talmudico:
Se non sono per me stesso, chi sarà per me?
Se non sono per me stesso soltanto, che cosa sono?
Se non ora – quando?
E andando ancora indietro, riscopriamo la famosa massima incisa sul tempio di Delfi, dedicato ad Apollo:
“Conosci te stesso e conoscerai l’universo e gli Dei.
Gnothi sauton (in latino nosce te ipsum), è alla base della filosofia antropologica (il cui artefice è stato Socrate): rappresenta un archetipo che non conosce confini, né temporali né spaziali, per aprirci alla conoscenza interiore e per comprendere il cosmo e il divino, come emerge anche dalla riflessione di Sant’Agostino, condensata nella locuzione in interiore homine habitat veritas. E le attuali e più avanzate ricerche della Fisica Quantistica confermano che la chiave di ogni conoscenza è dentro la nostra interiorità e nella spiritualità che sperimentiamo attraverso le scelte coraggiose in una concezione olistica della vita, in cui ognuno è parte di un tutto e quindi deve assumersi la responsabilità anche dell’altro. Ma in un mondo che nega valori e principi interiori per esaltare il bruto materialismo, il nichilismo, l’egoismo e l’esasperato narcisismo, significa portare alla distruzione l’autentica bellezza e ricchezza dell’essere umano, racchiusa nel concetto della kalokagathia. Lo aveva profeticamente denunciato Robert Kennedy, tre mesi prima di esser ucciso, a marzo del 1968, nel “Discorso sul Pil”. Poche parole che fotografano l’assurdità e la mostruosità che domina l’attuale modello basato sul PIL (economico, produttivo, sociale e culturale), che ha prodotto e produce impressionanti disuguaglianze, concentrando un potere smisurato in poche mani che depredano le risorse e i diritti intangibili e inalienabili dei popoli, svuotando di fatto la dignità dell’essere umano. E questo accade con la complicità di governi che si proclamano democratici, attraverso la corruzione, il ricatto, l’inganno e la narcotizzazione dell’opinione pubblica, grazie alla propaganda dei media, ormai fuori controllo, asserviti ai poteri oligarchici e plutocratici. E i nuovi strumenti tecnologici sono un potente strumento di dominio, perché pochi soggetti ci controllano senza che abbiamo la possibilità di controllare chi ci controlla. Si tratta di un problema fortemente politico ed etico; inoltre si sta verificando una sostituzione etnica dell’essere umano in quanto “essere umano” che si è evoluto come homo nel corso dei millenni. Si sta profilando attraverso una nuova inarrestabile e inesorabile deportazione in ambienti artificiali (i nuovi labirinti), in cui si recide l’anima e si rende sterile la fonte spirituale che illumina la coscienza.
È alla luce del sole che, durante la sua evoluzione, l’umanità ha potuto sperimentare esperienze conoscitive, emotive e sentimentali solo nel rapporto di rispecchiamento con i meravigliosi linguaggi della natura, scoprendo la sua remota origine attraverso il patrimonio culturale, che non è pensabile senza quello biologico (DNA). Ma senza il mistero del creato e il sentimento dello stupore che nasce contemplando il creato, fonte di ispirazione dei linguaggi creativi e artistici (che scaturiscono dalle emozioni, dai sentimenti, dalle sensazioni, dalle impressioni, dalle intuizioni, dall’immaginazione suscitati dagli eventi naturali), che cosa rimane dell’uomo come homo sapiens?


