Immenso
di Vincenzo Calafiore
14 Luglio 2025 Città di Udine
“… perché tu sappia quanto felice
sia stato io. Eravamo poveri e si mangiava
quello che si raccoglieva sia nei campi che
nel mare. Ma era il mare a dare di più
e per questo sia d’estate che d’inverno
si andava a mare a cercare qualcosa da mangiare;
il più delle volte erano i pescatori a regalarci
un po’ di pescato, per noi valeva tanto, non
si buttava via niente…” Vincenzo Calafiore
Quel mare davanti a Messina, che guardavo dalla spiaggia era per noi bambini, immenso, e ci faceva pure paura. Accadeva in alcune sere d’estate, una volta che il sole era tramontato che i pescatori, capelli lunghi e barba incolta, cappello da marinaio in testa e sempre con un sigaro tra le labbra, accendevano un falò e noi bambini ci sedevamo assieme a loro intorno al fuoco. C’era chi fumava il sigaro e chi la pipa. Eravamo tutti uguali, vestiti alla meno peggio ed erano belle quelle toppe ai pantaloni o ai maglioni, alle canottiere.
Eravamo lì ad ascoltare le storie di mare e di grossi pesci impigliati nelle reti, le lotte con le murene, che i più vecchi raccontavano come fossero delle fiabe.
C’era un vecchio pontile in ferro corroso dal mare, dove attraccavano le barche a motore della Marina Militare e l’Ospedale, ai miei tempi dopo la guerra, divenuto un sanatorio.
Qui, su quello scoglio, quello con la gobba più alta ci venivo da bambino.
Lo raggiungevo a nuoto …. non era molto distante dalla riva; ma a me sembrava fosse molto lontano, ci arrivavo con gli occhi rossi, arrossati dalla salsedine.
Da li dominavo il mare, vedevo le barche dei pescatori passare, avevano la rete raccolta tutta a poppa; uno remava e l’altro all’impiedi la lasciava scivolare giù, la barca faceva un largo giro e poi tornava a riva.
Al tramontare del sole i pescatori tornavano e dalla spiaggia con lunghe bracciate pian piano la ritiravano, guardando che non vi fossero impigliati dei pesci; dalle prime bracciate di rete arrivavano solo che alghe. Ma poi a mano a mano che la rete veniva ritirata, i secchi di pittura con acqua di mare si riempivano sempre di più.
Dallo scoglio si potevano vedere i ricci e i granchi, grossi e scuri… ho pensato a come prenderli, osservandoli a lungo.
I granchi vigili e sospettosi, alla minima variazione di luce sparivano nelle buche, era difficile prenderli e quando accadeva era una grande vittoria.
Lungo la strada in discesa che facevamo io e mio fratello per raggiungere il mare, passavamo davanti a un forno, sulla porta d’ingresso c’era Pasquale, Don Pasquale il fornaio, che ci aspettava a noi ragazzini per darci mezzo filone di pane caldo e croccante condito con l’olio, che noi si divorava prima di arrivare in spiaggia.
Una mattina il mare aveva lasciato un manico di scopa, che raccolsi e nascosto nel canneto poco più in su…. a sera rubai a mia madre una forchetta, era di alluminio e ben appuntita.
Forchetta che legai a un’estremità del legno, avevo così costruito la mia fricina ( fiocina) e con quella mi calavo in apnea lungo lo scoglio a infiocinare i granchi e raccogliere i ricci, c’erano pure delle patelle grosse e panciute!
Mi sentivo un grande.
Trascorrevo molto tempo sullo scoglio, mi piaceva guardare il mare, a come a lo sormontava, o gli girava intorno, sembravano carezze.
Rimanere lì era qualcosa di più, era un andare oltre! Oltre l’orizzonte, ma anche rimanere in silenzio ad ascoltare il mare, era come parlare con Dio.
A fine estate avevamo la pelle color cioccolato, le spalle con i segni delle piaghe risanate e piedi quasi bianchi, stanchi ma felici di un’estate trascorsa interamente al mare.
Ora che sono in quella età delle “ nostalgie “ sono come quel personaggio di un film che era seduto in una comoda poltrona, in una sala della “ Casa della felicità “ a guardare in un grande schermo film della vita che c’era sulla terra prima dell’ultimo conflitto termonucleare sul pianeta terra, con sottofondo i valzer di Strauss.
Io mi chiedo quale sia il significato della mia presenza qui, in questo
fottuto tempo, quando potrei essere chissà felice in un’altra dimensione; mi domando che ci sto a fare qui, quando non ho nulla da condividere con questi indigeni che si muovono e vivono come mandrie di bufali e di cinghiali, che non conoscono quale sia il vero significato del vivere e dell’esserci, non conoscono i colori e i sapori della felicità, se mai saranno felici, io lo sono stato e continuo ad esserlo in quei momenti spensierati a bordo della mia “ PEGASUS” perduto nell’ IMMENSO!
