Perché la destra dimentica la destra? Il caso Gianni Alemanno e il silenzio del centrodestra
Nel dibattito politico italiano, spesso caratterizzato da divisioni ideologiche nette e contrapposizioni aspre, emerge talvolta un interrogativo che trascende i fatti di cronaca e chiama in causa la coerenza interna di una parte politica. È il caso di Gianni Alemanno, figura storica della destra italiana, già sindaco di Roma, già ministro, già esponente di punta di quella corrente definita “destra sociale”, oggi alla guida del movimento nazionale Indipendenza.
Al centro della riflessione non vi è, in questa sede, il giudizio di merito sull’inchiesta giudiziaria che lo ha recentemente coinvolto. Entrare nel merito significherebbe inevitabilmente imboccare un sentiero divisivo. Si può, tuttavia, rilevare come nel suo caso – secondo molti osservatori – la magistratura non abbia mostrato la stessa indulgenza riservata ad altri profili istituzionali e politici. Ma ciò che colpisce ancor più dell’esito giudiziario è il silenzio, l’assenza, quasi l’indifferenza manifestata da gran parte dell’attuale classe dirigente della destra e del centrodestra.
Pochissimi, infatti, sono coloro che hanno speso una parola pubblica in favore dell’ex sindaco capitolino. Un’eccezione significativa è rappresentata da Francesco Storace, che oggi ha voluto ricordarne l’impegno e la lunga militanza. Per il resto, prevale un silenzio che suona come una presa di distanza, forse dettata da calcoli tattici, forse da un mutato assetto interno a una destra che ha da tempo voltato pagina rispetto alla propria storia recente.
Eppure, la domanda resta: perché la destra non difende la propria memoria? Perché, diversamente da quanto spesso accade a sinistra, dove il senso di appartenenza resiste anche di fronte a vicende giudiziarie controverse, nel campo conservatore non si registra la stessa compattezza, la stessa solidarietà di fondo?
È una questione di identità politica, ma anche culturale. In Italia, la cultura della destra ha da sempre dovuto faticare per ottenere piena legittimazione, anche nei contesti democratici. E chi ha militato in quel campo, condividendo valori, ideali, battaglie, spesso si ritrova dimenticato quando le circostanze si fanno difficili. Una forma di smemoratezza che contrasta con il principio, cardine in ogni comunità politica matura, di riconoscere il percorso di chi ha contribuito alla costruzione di un’identità collettiva, indipendentemente dalle vicende personali.
Questo interrogativo – perché la destra dimentica la destra – non è solo una riflessione interna. È una domanda che riguarda l’intero sistema politico, il rapporto tra storia e presente, tra coerenza e convenienza. E chiama ciascuno, a destra come a sinistra, a interrogarsi sul valore della memoria, della lealtà, della responsabilità.
In democrazia, il pluralismo non è solo diritto di parola, ma anche diritto alla memoria. E la destra italiana, se vuole rafforzare la propria identità, non può permettersi di dimenticare chi, nel bene o nel male, ne ha fatto parte.
