Alberto Giovinazzo: l’alchimia dell’anima nella creazione di ‘Humus’

Nel suo ultimo lavoro ‘HUMUS’, Alberto Giovinazzo esplora con audacia i cicli profondi dell’esistenza umana. Attraverso una fusione magistrale di suoni e testi, l’album cattura l’essenza di un’epoca contraddittoria e caotica, offrendo al pubblico un viaggio sonoro coinvolgente. Il titolo stesso suggerisce il tema centrale: l’humus, simbolo di morte e rinascita, si traduce in un’opera che oscilla tra il buio della perdita e la luce della trasformazione. Le tracce si dipanano come capitoli di una saga moderna, in cui i protagonisti navigano tra l’annullamento provocato dalle sfide sociali e la determinazione di riaffermarsi. ‘HUMUS’ non solo intrattiene, ma spinge l’ascoltatore a riflettere sulla propria resilienza e sulla capacità di trasformare il dolore in crescita. Un’esperienza musicale che va oltre il mero ascolto, invitando a esplorare le profondità dell’anima umana.

 

Dal 4 marzo è disponibile sulle piattaforme digitali di streaming “Humus” il tuo nuovo album. Qual è il filo conduttore che lega i brani e cosa vuoi raccontare con questo progetto?

Il filo rosso che lega i brani del disco è il concetto che si cela dietro la sostanza Humus, l’unico elemento in natura in grado di sintetizzare vita e morte contemporaneamente. È proprio dall’alternarsi di queste due fasi vitali che nasce il concept dell’album dove i personaggi e le loro storie seguono con le proprie emozioni lo stesso dualismo del substrato terrestre.

 

Quali sono state le principali ispirazioni artistiche e personali che hanno influenzato la creazione di questo album?

Sia per l’album sia in generale nel mio percorso artistico sono stato largamente influenzato dal cantautorato italiano e dalla scuola del cantautorato francese, ma negli anni non sono mancate le attenzioni verso fonti stilistiche a noi contemporanee come, ad esempio, l’elettronica del nord Europa o altre sonorità ricorrenti nel nostro alfabeto musicale.

 

Hai lavorato con qualcuno di speciale per la scrittura, l’arrangiamento o la produzione? Com’è stata la collaborazione?

Mi sono avvalso di alcuni collaboratori, conscio del fatto che la musica è bene condividerla. Non nascondo tuttavia innumerevoli difficoltà durante i lavori che purtroppo mi hanno creato non pochi disagi… ma è tutto parte di un percorso più ampio quindi non intendo farmi soggiogare da influenze negative, piuttosto preferisco avvicinarmi alla musica con maggior forza.

 

C’è un brano dell’album a cui sei particolarmente legato? Perché?

Il brano al quale sono maggiormente legato è sicuramente “Pastori di greggio” perché incarna le mie origini, le mie radici, non solo territoriali ma anche concettuali. Le influenze presenti in Humus non solo altro che un’evoluzione dei canoni artistici espressi in Pastori di greggio.

 

Come ti senti ora che il disco è uscito? Qual è il messaggio principale che vuoi che arrivi a chi lo ascolta?

Spero che questo disco arrivi al cuore di qualcuno, che faccia felici gli amici ai quali magari ho sottratto del tempo per dedicarlo alla mia creatura. Spero che venga apprezzato dalle persone a me care, perché e dalle loro storie che ho tratto ispirazione per quest’opera. Con Humus vorrei si arrivasse a comprendere l’importanza di una ricaduta, di una sconfitta, perché anche dal peggiore dei momenti, anche quando tutto ci sembra non avere più alcun senso, avremo sempre la possibilità di “generare nuova linfa” per noi stessi e per chi ci circonda.