Rombiolo e il Liceo artistico “Via di Ripetta” di Roma commemorano Pasquale Restuccia, artista, filosofo e docente

Ad un anno dalla sua scomparsa la comunità di Rombiolo ha reso omaggio a Pasquale Restuccia. La cerimonia commemorativa si è svolta il 16 maggio. Nell’occasione è stata posta una targa sulla facciata della casa natale di Via dei Mille. Nell’incontro che si è svolto nella sala Consiliare del Comune di Rombiolo messo in luce il legame con il suo luogo di origine e gli aspetti più significativi dell’espereinza umana ed artistica del pittore. L’iniziativa è stata sostenuta dall’Amministrazione comunale.

Anche il Liceo Artistico “Via di Ripetta” a Roma, istituto dove Restuccia ha insegnato per tanti anni, venerdì 23 maggio, ha commemorato l’artista che ha lasciato “un’impronta indelebile nella formazione di generazioni di studenti”.

 

Ancora una volta, così come è stato con Nino Forestieri la cui commemorazione è stata fatta nello stesso giorno dello scorso anno, Rombiolo ha testimoniato la riconoscenza verso i suoi artisti. La significativa partecipazione ci racconta che i sentimenti trovano risonanza in questi momenti in cui il ricordo diventa patrimonio che va a far parte della memoria collettiva della storia di Rombiolo come testimonia il quadro che campeggia con la sua monumentalità, nella sala consiliare, realizzato dal pittore tra il 2007 e il 2008.

L’eredità artistica e il legame con le origini di Pasquale Restuccia sono stati i temi che hanno ispirato l’incontro. Ospite David Frapiccini (Storico dell’arte) che i è occupato in diverse occasioni dell’arte di Restuccia approfondendo lo stile e l’evoluzione artistica della sua pittura. Lo stesso ha curato l’opuscolo che racconta la concezione e la realizzazione di “Gesti della memoria” opera in cui è rievocata la storia di Rombiolo. Il quadro, insieme alle opere di Nino Forestieri, è parte integrante della collezione artistica presente nella sala consiliare.

A fare una interpretazione artistica sia di “Gesti della memoria” che in particolare di un autoritratto stilizzato con un linguaggio pittorico fortemente simbolico, Annunciato Larosa, amico del pittore e appassionato d’arte, promotore nel 2007 dell’idea quando nell’Amministrazione comunale (con sindaco Mario Ferraro), ricopriva la Delegato alla Cultura. Ad introdurre l’incontro Orietta Barbuto (animatrice culturale) che ha tracciato un profilo artistico ricordando le tante mostre di cui è stato protagonista Pasquale Restuccia. A porgere i saluti istituzionali sottolineando il significato dell’iniziativa, il sindaco Caterina Contartese. Opportunamente ha richiamato il ruolo culturale e artistico che a Rombiolo hanno avuto personaggi come Nino Forestieri e Pasquale Restuccia (come anche il compianto Nunzio Scibetta). Sono occasioni in cui la comunità ha dimostrato sensibilità verso coloro che attraverso l’arte hanno rievocato la storia e la memoria di Rombiolo. Anche l’assessore alla Cultura Laura Papaianni ha voluto ricordare il valore umano e culturale di Pasquale Restuccia, delineando anche alcuni tratti della sua personalità.

Infine il fratello, Giuseppe, a nome di tutta la famiglia, ha ringraziato l’Amministrazione comunale per aver accolto la proposta della commemorazione e ha donato al Comune di Rombiolo il quadro in precedenza interpretato da Larosa, i relatori e i presenti. Tra i tanti presenti anche gli ex sindaci Mario Ferraro e Domenico Petrolo e una rappresentanza dell’istituto comprensivo della scuola secondaria di primo grado (ex scuola media) di Rombiolo, formata dal Consiglio comunale studentesco con la Giunta.

La giornata commemorativa al Liceo artistico “Via di Ripetta” a Roma

Nella sede del Liceo Artistico Statale “Via di Ripetta”, istituto dove Restuccia ha insegnato per tanti anni, si è svolta, venerdì 23 maggio, una commovente ricorrenza del primo anniversario della sua scomparsa. Colleghi e studenti hanno dedicato all’artista di Rombiolo una giornata dal titolo emblematico “Gesti della Memoria: Pasquale Restuccia artista e maestro”.  Oltre alla dirigente scolastica prof.ssa Annunziata Iacolare, sono intervenuti i docenti di Storia dell’arte Lorenzo Canova, David Frapiccini, Emma Caniglia e Stefania Cormio. Tra gli interventi il fratello dell’artista Giuseppe e Annunciato Larosa (Pro Loco di Rombiolo). Presenti i familiari e amici come Pasquale Sottilotta (Vice-direttore Centro medicina dello Sport di Vibo Valentia).

Nel corso della commemorazione c’è stata una cerimonia di donazione da parte della famiglia di un’opera d’arte al Liceo artistico dal titolo “Luce incerta nello studio” realizzato da Pasquale Restuccia nel 1994 con una esposizione di otto dipinti dell’artista di Rombiolo.

Inoltre è stata presentata la pubblicazione commemorativa dedicata alla figura di Pasquale Restuccia, alla sua visione artistica e al suo contributo alla formazione di generazioni di studenti con la seguente dedica:

La peculiare capacità di Restuccia di coniugare la tecnica tradizionale con una visione contemporanea ha formato generazioni di studenti lasciando un’impronta significativa nella storia del Liceo Artistico “Via di Ripetta”.

Commoventi sono state le testimonianze degli studenti e dei colleghi. In particolare Virgilio Mollicone con un messaggio sui social creando una corrispondenza con Pasquale, ha espresso i suoi sentimenti mettendo in luce come anche se il “Il tempo scorre, la tua presenza continua a vivere in tutti noi che abbiamo avuto il privilegio di conoscerti. Sei stato un amico grande, leale come pochi. Un maestro a cui ispirarsi, non solo per la tua straordinaria padronanza tecnica, ma per quella dedizione assoluta all’arte e all’insegnamento che ti ha sempre contraddistinto. Sono onorato di essere stato tuo collega per tanti anni, di aver condiviso con te discussioni appassionate sulla pittura, sui giovani, sulla scuola.”

E poi commentando la giornata che si è svolta al Liceo di Via di Ripetta, ha raccontato l’avvenimento:

“Ieri, al Liceo Ripetta, ti abbiamo dedicato una giornata di ricordo che è stata un momento di profonda commozione. Ringrazio la dirigente scolastica per aver sostenuto con convinzione questa iniziativa, riconoscendo il valore del tuo contributo alla nostra istituzione.

La tua famiglia, giunta numerosa, ha donato al liceo il tuo bellissimo quadro “Luce incerta nello studio” del 1994. Quest’opera in tempera e olio su cartone rappresenta perfettamente la tua ricerca artistica: quella luce malinconica che sapevi catturare, quella capacità di trasformare lo spazio dello studio in un luogo di riflessione profonda. Sono certo che saresti orgoglioso di sapere che una tua opera resterà come testimonianza permanente del tuo lavoro di artista proprio nella scuola a cui hai dedicato tanta passione e impegno.

È stato commovente vedere i tanti colleghi del liceo che hanno voluto lasciare la loro testimonianza e che hanno partecipato con affetto sincero. Ma soprattutto, caro Pasquale, avresti dovuto vedere i tuoi ex studenti: erano tantissimi, e tutti ti hanno ricordato con gli occhi lucidi, raccontando quanto hai fatto per loro e per la scuola. Le loro parole erano piene di gratitudine per il rigore che li ha formati, per la passione che hai saputo trasmettere, per l’esempio di integrità artistica e umana che hai rappresentato.

Tu che eri così restio alle celebrazioni, che preferivi il silenzio operoso dello studio alle luci della ribalta, ieri eri al centro di un abbraccio collettivo di stima e affetto. La tua melanconia dell’ombra, come l’ha definita Lorenzo Canova, si è trasformata in una luce condivisa che continua a illuminare il cammino di chi ti ha conosciuto.

Grazie Pasquale, per tutto quello che ci hai insegnato, per la tua amicizia preziosa, per aver incarnato quell’ideale di artista-docente che unisce la maestria tecnica alla profondità umana.

Un caro saluto ovunque tu sia, e spero che ieri ti sia commosso anche un po’ tu, vedendo quanto amore e riconoscenza hai seminato in tutti noi.”

 

Si riporta infine l’approfondito e importante intervento di David Frapiccini dal titolo

Pasquale Restuccia: la pittura come rigoroso progetto di un demiurgo. Le sue parole ripercorrono e tracciano significativamente il percorso umano, artistico ed estetico del filosofo e pittore dio Rombiolo, un itinerario che si è intrecciato ad un rapporto di amicizia ma anche di amore per l’arte.  

 

“Queste poche annotazioni vogliono ripercorrere i momenti salienti di una frequentazione, che nel tempo si espresse nei termini di una consolidata amicizia, consentendo, a uno come me avviato alla storia dell’arte e desideroso di conoscere quel che si profilava nel mondo del contemporaneo, di assumere alcuni necessari parametri di riferimento per operare scelte, distinguere, valutare e verificare le mie aspettative e il mio punto di vista sui fatti dell’arte. Non mi soffermerò su quanto sia stato importante sul piano umano il continuo relazionarmi con Pasquale Restuccia, perché questo risulterà ovvio da quanto andrò illustrando. Vorrei invece soffermarmi sul pittore, sull’intellettuale e sull’artista, incarnati nella persona di Pasquale, che pur era molto critico rispetto alla definizione di artista, sicuramente a causa della fumosa declinazione che il mondo di oggi attribuisce all’arte, laddove non si viene più a definire un’esperienza creativa fondata sul mestiere o sulla tecnica, ma un qualcosa di indefinito, spesso assolutamente arbitrario e applicabile a qualsiasi manifestazione umana. Per questo Pasquale aspirava a essere riconosciuto come un pittore, che, facendo leva sulla indiscutibile padronanza tecnica, era poi in grado di restituire un rinnovato universo figurativo, capace di richiamare la più nobile tradizione per declinare una prospettiva culturale di estrema densità. Nonostante abitassimo entrambi nel quartiere Pigneto di Roma, ho conosciuto Pasquale in occasione di una mostra alla Galleria d’Arte Lazzari, vicino a piazza di Spagna, dove esponeva assieme a Beatrice Cignitti con la presentazione in catalogo di Lorenzo Canova. Ero stato invitato dal curatore in una particolare fase della mia esperienza: nell’arte contemporanea cercavo i tratti della modernità ed ero più attratto da quanto rifuggiva la pittura o la scultura, come se queste fossero ormai esperienze tecniche esaurite da secoli di storia dell’arte e svuotate di senso. Lungo le pareti di quella esposizione vidi invece dei tradizionali quadri, contraddistinti da una struttura grafica e formale che difficilmente avrei incontrato nelle Quadriennali di quel tempo e che, soprattutto, affondavano le proprie matrici culturali nei meandri di quei miti, all’origine delle civiltà mediterranee e necessitati dall’ancestrale volontà dell’uomo di darsi delle risposte sull’universo che lo circonda. In occasione di quella mostra mi impegnai a visitare il suo studio del Pigneto a via Perugia. Non andai subito, ma, quando mi decisi, avviai la mia personale confidenza con il mondo pittorico di Pasquale. Dipinti di formato quadrangolare e circolare, come anche centauri e altri esseri mitologici si dispiegavano lungo le pareti di quello studio, che per tanti anni sarebbe stato il luogo di incontri e discussioni con il pittore demiurgo. Lo spazio era semplice con alte pareti bianche, un soppalco per sistemare quadri e tele, due cavalletti, una piccola libreria contenente cataloghi ma anche testi di soggetto filosofico, un banco per i materiali, contenitori e barattoli vari, la radio sempre sintonizzata esclusivamente su Radio 3, una sedia e una poltrona tutto sommato comoda, su cui spesso ho trovato posto per avviare qualche densa discussione con Pasquale. Le nostre conversazioni affrontavano, nella maggior parte dei casi, temi riguardanti la pittura e i pittori, la scuola e l’insegnamento delle discipline artistiche. Parlare con Pasquale era sempre intellettualmente stimolante e apportava un quid in più nella personale intelaiatura logica. Su tanti aspetti si poteva non concordare con le sue affermazioni e, a volte, le discussioni diventavano piuttosto animate, ma non ho mai ascoltato da lui qualcosa di banale o di illogico. La sua formazione filosofica, non limitata ai soli studi universitari, lo aveva dotato di una rigorosa capacità dialettica e di una costante consuetudine argomentativa, che certamente metteva a dura prova le eventuali repliche degli interlocutori. Spesso avvertiva l’esigenza di dimostrare le proprie tesi con lunghi e densi preamboli e non tutti erano in grado di stargli dietro, ma il livello della riflessione si rivelava sempre assai elevato. Talvolta confidava di voler trattare alcuni argomenti artistici sul piano teorico, registrando la propria voce, perché, a fronte di una elevata padronanza dialettica, dovendo scrivere percepiva il classico disagio della pagina vuota da colmare. Ed è un vero peccato che poi non abbia dato seguito a tali propositi, perché tante erano le considerazioni sulla pittura espresse nelle nostre quasi quotidiane conversazioni: sulla natura della pittura, sui suoi obiettivi, sul ruolo della padronanza tecnica, sulle ragioni del mito e della storia, sul mercato dell’arte e sulle sue distorsioni, sulla sfiducia nelle dinamiche della promozione artistica. Per un breve periodo decise di offrire alcune sue opere nell’ambito di determinati progetti espositivi, pur nutrendo sempre una certa naturale diffidenza nei confronti della critica, dei curatori, delle gallerie e degli spazi espositivi concessi dagli affitta pareti. Altro era il suo interesse e a breve ne parlerò. Comunque, tra il 2005 e il 2007 partecipò a diverse esposizioni e insieme organizzammo le due personali Luoghi della pittura alla libreria Il Corsaro e alla Galleria-Libreria Ferro di Cavallo e Paesaggi: luce e morfologia presso la sala consiliare del comune di Rombiolo, il suo paese natio. In quel periodo la sua attenzione si concentrò sul concetto della soglia, ovvero la possibilità di immaginare un limite visualmente valicabile, oltre il quale si manifesta lo spazio pittorico con sue peculiari caratteristiche e attraverso particolari tagli d’immagine. I soggetti si concentravano in prevalenza su scorci del quartiere Pigneto, laddove semplici strutture architettoniche sono inquadrate da sinuose aperture ellittiche, capaci di valorizzare al massimo le virtù tecniche del pastello. In altri esempi l’andamento curvilineo delle soglie si sposa con l’essenza strutturale della calotta di una cupola, forgiando immagini che sarebbero piaciute alla cultura simbolista, tanto apprezzata da Restuccia.

La successiva tappa si manifesta come una delle più sublimi: la realizzazione di un grande dipinto per la sala consiliare del comune di Rombiolo, secondo un progetto che io vidi attuarsi giorno per giorno e che prese forma, accompagnato dalla redazione del volumetto Gesti della Memoria. Fu l’occasione che fornì a Pasquale la possibilità di esprimere in maniera compiuta quello che dovrebbe essere il modus operandi di un pittore, convinto di poter lasciare un segno significativo e significante entro lo spazio e il tempo di propria pertinenza. L’impresa era segnata da un rigoroso iter progettuale, che, dai tanti studi grafici per l’assieme e per i singoli dettagli, conduceva all’elaborazione finale del grande dipinto. In sostanza, si voleva ribadire come fosse assolutamente necessario nella pittura un serrato percorso di riflessione e di studio, laddove la sapienza tecnica appare fatalmente destinata a incontrarsi con i retaggi culturali, la creatività e la lucida interiore visione del mondo. Così per lungo tempo vidi nel suo studio di via Perugia l’accumularsi di disegni, pastelli, schizzi, schemi sommari o di più nitida definizione, tutti attaccati sul telaio, poi utilizzato per accogliere la redazione definitiva. Per la trasposizione furono utilizzati dei cartoni, così cari alle auliche modalità pittoriche della tradizione. Ne scaturì un’opera dal respiro epico, che esprimeva l’afflato laborioso e ancestrale di un’intera comunità e che, nella sua sobria veste formale, scansava qualsiasi tentazione meramente celebrativa o propagandistica. Di uno spazio e di un territorio era colta l’essenza più spirituale piuttosto che la sola suggestione esteriore: in definitiva nasceva un’intima e commossa testimonianza destinata a parlare a tutti e per sempre!

Poi ho avuto la sorte di assistere alla vicenda di un lavoro, avviato in maniera sentita da Pasquale, più volte rielaborato, ma poi non portato a compimento. Lui mi raccontò ogni cosa su ciò che lo aveva spinto a iniziare e a proseguire nel tempo. Il tutto prese avvio una mattinata d’estate in occasione di un sopralluogo al sito archeologico di Ostia Antica, dove fissò le immagini di tre fanciulle intente a pettinarsi in un momento di sosta. Da quel momento gli balenò l’idea di un dipinto dal grande formato, incentrato sulla sinuosa grazia delle tre donne, sull’imperturbabile classicità dello spazio e sull’eleganza formale della sua tipica soglia ellittica. Come al solito produsse una certa quantità di studi e schemi, talvolta con almeno una delle figure femminili, in altri casi con la semplice impostazione geometrica dello spazio e della soglia. Per Pasquale questo dipinto avrebbe dovuto costituire una sorta di traguardo o di conclusione rispetto a una fase pittorica avviata con i paesaggi e le visioni dei Luoghi della Pittura, ma restò un’utopica aspirazione.

In realtà dopo il 2008 Restuccia rallentò sensibilmente la propria attività pittorica. Da una parte giocava sempre di più la sua sfiducia nel mondo dell’arte, soprattutto in merito agli aspetti della promozione e del mercato, mentre dall’altra si insinuava quella che in realtà fu la sua più autentica vocazione: la didattica. La sua dedizione per l’insegnamento e per la scuola si rivelò assoluta e quante volte mi parlò delle sue lezioni e delle sue classi con una partecipazione tale da svelare quella che era una reale passione. Nella sua mente l’insegnamento e l’educazione dei giovani alunni alle ragioni della pittura rappresentavano il vero obiettivo di vita e in questo identificava un’utilità sociale, che nelle esposizioni e nel lavoro tra le quattro mura dello studio non trovava più. Certamente Pasquale è stato un docente rigoroso e severo, ma sempre comunicativo e desideroso di parlare ai suoi allievi. Di sicuro mal sopportava il carico burocratico che nel tempo ha congestionato il mondo della scuola, ma era sempre pronto a fare la sua parte per vedere crescere le competenze e le conoscenze dei suoi ragazzi.

Solo negli ultimi anni rivolse la sua attenzione a un progetto capace di ricondurlo al mondo delle esposizioni. Si trattava di trasporre graficamente quanto contenuto nelle pagine di un libro di Ramón Gómez de la Serna, incentrato sull’immagine del seno femminile, che nell’interpretazione del nostro pittore si offriva come metafora di quella eleganza e quella sensualità della forma e della linea, sempre cercate da Restuccia attraverso le sue opere.

 

L’interista del 2007 nell’opuscolo “Pasquale Restuccia: memoria delle origini, scoperta della pittura”

A margine, una nota del sottoscritto. Oltre al mio intervento nella giornata commemorativa a Rombiolo, ho realizzato un opuscolo donato ai presenti e altre copie sono state donate per la commemorazione di Roma. Nel testo ho riportato un’intervista che risale a novembre del 2007. Alla luce dell’evoluzione artistica e della concezione estetica di Pasquale Restuccia, rappresenta un testamento spirituale. Il titolo dell’intervista, Arte e filosofia nell’esperienza biografica ed estetica di un uomo del nostro tempo con una parte introduttiva, esprime il rapporto con le origini e la visione del mondo che hanno contrassegnato il leitmotiv della storia artistica ed esistenziale di Pasquale Restuccia, anche nei momenti drammatici, gli ultimi tre anni della sua vita, dimostrando grande dignità e virtù stoica nell’affrontare la sua sfida contro la malattia.  Aspetti e temi come quello chiave nel suo percorso estetico, il rapporto con la memoria, che ho cercato di sintetizzare emblematicamente nel titolo dell’opuscolo, Pasquale Restuccia. Memoria delle origini, scoperta della pittura.

Riporto alcuni passaggi significativi.

Cos’è che ti manca delle tue origini?

Fondamentalmente il paesaggio che si è trasformato. Un paesaggio caratteristico che seguiva le stagioni perfettamente. Adesso non lo ritrovo forse… forse perché non ci vivo. Mi accompagna:

quando torno vado alla ricerca di questi luoghi e mi rendo conto che si sono trasformati; e poi mi accompagna la vita che si svolgeva quando ero piccolo. Tutto sommato Rombiolo

sembrava un mondo. Si andava in tutte le direzioni per giocare, scoprire. Alcune scene di vita si sono modificate. Le sere d’estate con le donne sedute per strada. La strada era dei bambini, si giocava. Ho un ricordo: disegnavo per terra in mezzo alla strada. L’inverno era splendido perché era freddo

ed era molto bello. Ma anche gli odori delle case e i giochi che si facevano per strada, e le nostre scorribande in altre stagioni nei campi a rubare frutti anche acerbi. E poi la percezione del tempo. Era un tempo remoto: profondo, di sempre. Una percezione di questo genere appartiene all’infanzia certo! Io insieme

ad alcuni altri miei compagni ho subito il fascino dei luoghi forse perché sentivamo che c’erano state delle presenze antiche. La curiosità che è nata per l’archeologia è rimasta un puro sentimento. La sensazione di vivere in un luogo che era stato abitato anticamente. Era un desiderio di scoperta molto forte.

 

Come nasce la tua vocazione?

In qualche modo la mia voglia d’arte, questa mia vocazione, nasce a Rombiolo; non saprei dire perché …è anche vero che a Rombiolo non c’era nessuno che faceva pittura o scultura; questa cosa in qualche modo è venuta fuori, mi chiamava. Ho dei ricordi vivi già alla scuola materna; il fascino delle figure geometriche

e dei colori, disegnavo per terra in cortile le figure che facevo richiamavano l’attenzione dei miei compagni e delle maestre. E poi ero incantato dai lavori che faceva mia madre. Lei ricamava – ricamo per corredi, ricamo cosiddetto ad intaglio – quando preparava la stoffa per poi ricamare, tirava fuori

da certe scatole dei fogli di carta con su dei disegni, ornamenti. Ricalcava questi ornati per poi lavorarli, erano ricchi di volute, fiori e figure, mi affascinavano, disegni complessi finalizzati al ricamo, a volte di difficile interpretazione ma … io ricordo l’emozione che provavo nel cogliere il disegno. Linee, volute

che si svolgevano ovviamente sul piano; ero piccolo e non avevo alcuna educazione ancora al disegno, eppure io con molta emozione riuscivo a comprendere il tracciato, o meglio quelle linee non mi apparivano confuse e quindi di difficile lettura. Poi, a volte mia madre mi faceva ricalcare il disegno ed era per

me fonte di grande emozione.

Ritieni che il legame con Rombiolo possa definirsi come un rapporto semplicemente biografico oppure di natura anche spirituale?

Sentimento poetico: ha una funzione immaginifica e creativa. La profondità intuita del paesaggio mi provocava forti emozioni come se mettesse in moto delle immagini. È fondamentalmente si mostra sul piano della forma, una morfologia del paesaggio: la luce, il colore, direi pure gli odori. Intervengono quando dipingo. Anche se poi questi elementi non sono direttamente messi in gioco,comunque agiscono.

 

Ci sono stati incontri importanti per la tua crescita artistica?

La prima persona che ho conosciuto e che dipingeva è stato Nino Forestieri. Ci siamo frequentati, lui viveva a Vibo e veniva spesso a Rombiolo. Ha avuto una certa importanza questo incontro. Certo non è stato un vero e proprio apprendistato da pittore con lui, ma, come dire, era l’unica persona in carne ed ossa che disegnava e dipingeva; è come aver trovato un tuo simile. Con Nino abbiamo dipinto insieme. Ricordo che ho partecipato ad un concorso insieme a lui e ad altri a Castrovillari. Avevo si e no 14 anni. Io non mi ero iscritto al concorso ma dipinsi il quadro al posto di un amico, che pittore non era. Risultato fu che Nino vinse il primo premio e il quadro dipinto da me, a nome di un altro, vinse il secondo premio. A Vibo ho conosciuto un pittore e scultore abbastanza importante, il maestro Ciccio Rossetti – di Lui si possono vedere alcune opere di scultura in legno nel Duomo di S. Leoluca a Vibo – un vero maestro, scultore in legno e fine acquerellista. Mi ha trasmesso il rispetto per il mestiere e mi ha dato dei suggerimenti fondamentali sulla tecnica dell’acquerello. Ne ho un caro ricordo. Quasi quotidianamente, mi recavo alla sua bottega.

Era bello vederlo lavorare, come da gesti sapienti e semplici in apparenza, le cose prendevano forma. Io rubavo con gli occhi, lui era contento, capivo che si compiaceva della mia attenzione, e fra le chiacchiere ogni tanto, da fine maestro, mi dava ragguagli e risposte a domande che io non osavo fare. Si stabilì

un rapporto di intesa da vero maestro a discepolo. Quando mi parlò dell’acquerello esordì dicendo: “sono suggerimenti che a te dico, ad altri non vale neanche la pena!” A Catanzaro ho fatto il primo anno dell’Accademia (intorno al ’74); poi un anno a Brera, per la voglia di andar via; poi sono ritornato a Catanzaro per diplomarmi. Infine mi sono trasferito a Roma, dove in primis mi sono iscritto alla facoltà di Filosofia. Nell’ambito di questi studi credevo di trovare risposte all’esigenza, necessità di conoscere l’uomo, la natura. Mi pareva che l’arte in quel tempo, negli anni ’70, il suo studio specifico cioè non fosse bastante. Tanto è vero che la mia tesi all’Accademia è stato un lavoro sulla cultura contadina in Calabria, specificatamente sulle rivolte contadine e il brigantaggio, con uno sguardo alle forme dell’espressione, ai culti e ai rituali. In quel periodo ‘76/77 frequentavo a Vibo il circolo Salvemini ebbi modo di conoscere i professori Lombardi Satriani, Mariano Meligrana e Vito Teti.

 

Come si connota la tua esperienza estetica in rapporto con il mondo dell’arte?

In Accademia ho incontrato Emilio Contini, il mio primo maestro, nell’ambito degli studi accademici, veniva da Bologna, allievo di Virgilio Guidi. Lui era in qualche modo di ascendenza metafisica e surreale, quindi c’era molta consonanza con lui. Successivamente i miei studi filosofici, di carattere prettamente antropologico, mi hanno portato in primo tempo su una posizione di tipo surrealistico, e ancora oltre il mio interesse si è rivolto verso la cultura letteraria tedesca; quindi il mio sguardo va verso la pittura di carattere simbolista. L’approdo al simbolismo è avvenuto perché in me c’era la sensazione che la simbolica surreale fosse abbastanza soggettiva o arbitraria, quindi la necessità da parte mia di legarla, fondarla, per trovare nessi nel substrato culturale di una civiltà, o meglio dire di una tradizione; quindi successivamente questo

momento iniziale si è trasformato in un interesse più prossimo all’arte rinascimentale e in qualche modo ancora si è verificata una sorta di svolta, di attenzione al Classicismo, con l’abbandono di certi stilemi di origine surreale, quindi una sorta di potatura o sfoltimento del mio linguaggio. Non penso di aver definitivamente acquisito un linguaggio, cerco ancora, in esso non v’è un intento di riproposizione di gusto post-moderno, non ciò non è; ma la convinzione che la tradizione rivisitata, riguardata, ci può dare ancora qualcosa, come una visione. Nell’ambito dell’arte contemporanea vi è stata la tendenza post-modernista, il citazionismo che non condivido, questo mi appare un gioco combinatorio! Invece l’andare nella tradizione è vivificante per la pittura.