Tanto da vergognarsi

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Tanto da vergognarsi

Di Vincenzo Calafiore
Platone era fermamente convinto della necessità e della possibilità di migliorare la politica in senso etico, trasformandola da luogo di scontro di interessi contrapposti in una sorta di
– arte – volta a rendere migliori e quindi contenti i cittadini.
Il suo tema dominante quindi è la giustizia.
Credeva da un lato nella formazione di un nuovo ordine politico attraverso l’educazione, da un altro credeva fosse possibile convertire il politico ad una concezione filosofica della vita, intraprendendo così le riforme dall’alto.
Quindi la formazione dell’uomo nuovo è riservata a chi sa di geometria (cioè a chi inclina al ragionamento razionale) e non a chi è figlio di nobili e di ricchi. Nell’Accademia non entrano solo ateniesi, ma greci e uomini di tutte le razze, purché predisposti allo studio.
Il fine della politica sarebbe o dovrebbe essere la giustizia ( e quì cominciano i nostri guai), l’uomo dovrà imparare innanzi tutto ad autogovernarsi e solo a quel punto potrà governare le città
( come accade oggi, uguale uguale, l’uomo impara prima a rubare e poi solo quando avrà imparato bene potrà governare le città.)
L’uomo è una realtà composta di anima e corpo, sia secondo Socrate che secondo i pitagorici.
Nell’Alcibiade I, Platone afferma che l’uomo è la sua anima!
In questa fase, egli contrappose il corpo all’anima, affermando che il primo è una parte deteriore, perfino una tomba per l’anima. Nel Fedone, fa dire a Socrate che il corpo è un carcere e che la morte non è una tragedia, ma una sorta di liberazione dalla prigionia.
Questo dualismo estremistico trova, già nello stesso Fedone, un’attenuazione: Platone dice anche che l’anima è una guida per il corpo. Ma in tutta la cospicua produzione di scritti si trovano considerazioni che sembrano attribuire comunque una grande importanza alla vita.
L’anima è immortale, composta di sostanza semplice, non scomponibile e non disgregabile; essendo principio di vita, non può accogliere in sé il suo contrario che è la morte. Secondo Platone, il cammino verso la giustizia e la virtù conosce delle tappe intermedie. La più significativa è l’amore.
Il tema è affrontato da Platone in due dialoghi molto importanti quali il Convito ed il Fedro.
Esso non è visto solo sotto l’aspetto del sentimento e del rapporto tra uomo e donna. Anzi, possiamo dire che proprio su questo punto Platone o tace, oppure presenterà teorie piuttosto discutibili, come nella Repubblica, dove vedrà la famiglia tradizionale come un ostacolo alla formazione di cittadini retti, e persino una limitazione del diritto delle donne ad essere uguali all’uomo.
Tuttavia, il percorso verso la bellezza si snoda attraverso diversi gradi di consapevolezza. Al primo grado l’uomo giovane ed inesperto è attratto solo dalle forme corporee. Solo in un secondo tempo vedrà l’identico, cioè la bellezza comune in tutti i corpi. Ma, ancora più in alto, gli esseri umani riescono infine a vedere la bellezza dell’anima, qualcosa che non sempre coincide con la bellezza del corpo. Nel Fedro, il problema diventa quello di come l’uomo può percorrere tutta intera questa strada. Al centro del Fedro sta la narrazione di un mito: l’anima è simile ad una coppia di cavalli alati, guidati da un cocchiere. Uno di essi è buono, l’altro è pessimo. In questo dualismo Platone concepisce l’uomo in perenne conflitto-attrazione con il vizio e il male.
Dunque è l’eros, in questa forma sublimata, la vera e più autentica passione dell’uomo. In un certo senso bisogna seguirla per liberarsi di tutte le altre passioni.

Per Platone il problema della giustizia precede tutti gli altri. E’ il fondamento della vita sociale di qualsiasi comunità. Persino una banda di briganti deve essere governata con giustizia: un paradosso che tuttavia evidenzia il meccanismo del funzionamento: la spartizione del bottino deve essere equa. Ognuno deve ricevere il necessario ed anche il giusto. Solo questa prassi evita disordini derivanti da invidie e rancori, oppure da bisogni insoddisfatti.
Se questo vale per i ladri, a maggior ragione deve anche valere per le città.
Ecco, se si volesse proprio cercare il modello proposto da Platone, e realizzato nel mondo contemporaneo si potrebbe guardare alla Cina attuale. Il partito unico dei filosofi, cioè degli ideologi del marxismo-leninismo, cresciuti nelle scuole, dopo anni ed anni di apprendistato, guida una società nella quale la casta dei militari e dei burocrati garantisce ordine e sicurezza, anche attraverso la polizia segreta, lo spionaggio, la repressione del dissenso.
Al di sotto di essi, un po’ disprezzati per la loro pochezza, stanno tutti gli altri: affaristi, managers, artigiani, mercanti, operai, intellettuali non ideologizzati, contadini e così via. Essi si possono anche arricchire, il comunismo non è più un dogma, possono emigrare, possono imprendere. Solo non devono pretendere di occuparsi di politica.
Quindi la banda bassotti della Cloaca Maxima romana non ha sbagliato, semmai siamo noi a essere in errore!
Le condizioni indispensabili alla giustizia sono in primo luogo l’eliminazione della ricchezza e della povertà, in quanto esse sono il primo ostacolo al dovere.
Si tratta, tuttavia, di una teoria comunista limitata alle prime due caste. I cittadini di classe C potranno avere proprietà, arricchirsi un pochetto. E’a quelli di classe A e B che viene richiesto il massimo dei sacrifici ( ma….. guarda…. )che devono dare il buon esempio, essere d’esempio,a non godere del privilegio della “ proprietà.
Il difetto fondamentale di questa teoria, ai tempi di Platone, è che manca di un preciso riferimento ai non cittadini, cioè alla classe D, agli schiavi. Nella teoria indù delle caste c’è posto anche per essi. Considerati un quarto di uomo e di consapevolezza, essi vivono per il piacere e nient’altro. Sono come tanti extra comunitari dei nostri giorni: vengono qui perchè attratti dal paese dei balocchi. Non hanno arte, cioè non possono nemmeno esercitare un mestiere indipendente, non hanno il dharma, cioè il senso della legge.
Sia la società perfetta che l’uomo giusto, secondo Platone possono corrompersi. L’esame che conduce Platone è tutt’altro che utopistico. In questo campo si mostra ultrarealistico.
Una possibile degenerazione della società perfetta viene individuata nella timocrazia.
Essa si presenta quando i governanti antepongono l’ambizione e la ricerca di onori all’amore per la virtù e la sapienza, in pratica quando il guerriero prevale sul filosofo, il che potrebbe accadere anche allo stesso uomo.
Una ulteriore forma di corruzione potrebbe essere rappresentata dalla trasformazione in peggio dell’aristocrazia in oligarchia, in quello che oggi chiameremmo un comitato d’affari volto ad accaparrarsi denaro e ricchezze.
Il terzo livello di degrado è quello democratico.
Se il popolo si ribella, o viene comunque a conquistare poteri più ampi, si rompe la concordia, si sviluppa l’anarchia, prevalgono spiriti piccioli e faziosi e le istituzioni vanno in declino.
La peggiore di tutte le degenerazioni è la tirannide che si realizza quando un demagogo raggiunge da solo il potere e lo esercita solo per realizzare il proprio interesse circondandosi di merda! Per Platone, il tiranno è il peggiore degli uomini, l’opposto esatto del filosofo. E sotto un certo aspetto, trattandosi di uomo privo del bene e della giustizia, è anche il più infelice. Si fanno le leggi solo per i cittadini e non valgono per il “governo”, in ogni caso, le leggi si possono o meglio dire si potranno cambiare solo quando è il momento…….. se si trovasse uno superiore alle leggi stesse per poterle cambiare.
si possono cambiare, quando viene il momento.
E’ interessante notare che questa posizione, se riportata retroattivamente al processo, alla condanna ed alla morte di Socrate, mostra un certo livello di revisione critica. Laddove si affermava la grandezza di Socrate per il sacro rispetto mostrato per le leggi della città, Platone ora viene a proclamare qualcosa che stride con la vecchia impostazione. Il Forestiero Eleate dice: sarebbe assurdo se, col pretesto che un pilota od un medico hanno tanti mezzi per nuocerci, che noi li giudicassimo non perchè hanno navigato o curato bene, ma perchè hanno navigato o curato secondo le leggi. In questi vincoli ogni scienza politica cadrebbe nel ridicolo.
Possiamo credere che Platone abbia maturato questa riflessione di fronte alla proliferazione maligna di un eccesso legislativo, un male attuale sia in Italia che in Europa.
Tuttavia, nel periodo successivo, Platone maturerà ancora una svolta nel suo pensiero, lasciando un testamento politico di grandi proporzioni.
E oggi? C’è di tutto e di più che riconduca al pensiero di sperare in un monsone, o tornado capace di spazzare via l’arroganza dei nostri benestanti politici i quali se ne guardano bene dal fare qualcosa che li svantaggi un poco, indistintamente rossi e bianchi, neri e gialli. Anzi si fanno le leggi velocemente quando si tratta a loro favore, c’impiegano anni quando si tratta del popolo, i tanti esempi sono sotto i nostri occhi e questo è ormai insopportabile, insostenibile. Ovunque dilaga il male peggiore: la corruzione! Una maniera di trarre beneficio economico personale a danno dei cittadini, consentita dalla classe degli “intoccabili”. Ad esempio in Sicilia l’attuale condizione degli immigrati è a dir poco disumana: sembra di essere tornati indietro di svariati secoli, fino al medioevo e alla servitù della gleba; migliaia di persone provenienti dall’Est europeo vengono utilizzate nelle campagne della Sicilia in condizioni quasi di schiavitù, con forme estreme di sfruttamento.
L’assurdità di tutto ciò è sottolineata dalla complicità delle amministrazioni locali borghesi, da certi ambienti della chiesa che “chiudono un occhio” e, talvolta, favoriscono lo sfruttamento della manodopera clandestina.
Le bestie sono quegli imprenditori senza scrupoli che nelle piazze delle principali città siciliane rastrellano manodopera di extracomunitari ai quali sottraggono persino i passaporti, in cambio di pochi euro di paga ed estorcendo alle donne anche prestazioni sessuali.
Il lavoro nero, bassi salari, aziende fasulle, nuovo caporalato sono manifestazioni di degrado economico e sociale che imperversano in tutta la regione e non solo, Puglia,Calabria, Campania……..
L’utilizzo nei campi degli immigrati non è una novità, piuttosto una tradizione consolidata di sfruttamento non occasionale, organizzato e gestito dalla mafia che ottiene il beneplacito omertoso di politicanti borghesi succubi, magari per favori già ricevuti.
Posti sotto il ricatto di un tempestivo rimpatrio, gli immigrati clandestini cedono, accettando le condizioni disumane di vita, spesso in casolari diroccati e privi dei servizi essenziali quali luce,gas,acqua, servizi igienici. Trattati peggio delle bestie, con orari di lavoro disumani fino a 20 ore al giorno per poche centinaia di euro al mese, lavorando nei campi o negli ovili.
Il vero punto nodale risiede nella soffocante presenza della mafia che allunga i propri tentacoli per limitare le libertà individuali e collettive e per soggiogare interi territori. Dal controllo dell’immigrazione clandestina agli aiuti comunitari, dal controllo dei mercati generali e ittici alla macellazione illegale, dal condizionamento burocratico al mercato del lavoro, dalla gestione delle reti di trasporto alla compra-vendita dei terreni, le organizzazioni mafiose, forti di un retroterra culturale diffuso, riescono a fare sentire la loro presenza in maniera opprimente. Altro tema di cui vergognarsi è la prostituzione. Uno Stato che in più di un ventennio non è riuscito a regolamentare il mestiere della prostituta, per cause politiche o per l’imbarazzante confinante ecclesiastico. Sono migliaia le ragazze nigeriane sulle strade d’Italia. Le chiamano prostitute, ma sarebbe meglio dire prostituite: costrette a vendere il proprio corpo per pagare un debito assurdo, per salvare se stesse e le proprie famiglie. Sono vittime di un traffico vergognoso che dalla Nigeria all’Italia si snoda lungo le rotte di una delle peggiori schiavitù contemporanee.
Quello della tratta di ragazze nigeriane per lo sfruttamento sessuale è diventato, dagli anni Ottanta in poi, un business da miliardi di dollari, fatto sulla pelle di ragazze giovanissime, cresciute in un contesto di miseria e degrado e desiderose di una vita migliore. Vengono ingannate da promesse fittizie, dal miraggio di un altrove fatto di benessere e felicità: finiscono col ritrovarsi su una strada, costrette a sopportare i peggiori abusi, in una situazione di vulnerabilità e povertà ancora peggiore di quella da cui provengono, sradicate in un Paese straniero, spesso clandestine senza identità né dignità.
Mettendo assieme queste cose, mi chiedo come possa io ancora oggi essere orgoglioso del mio stato d’uomo, quando i miei simili, i facenti parte della mia grande tribù umana, sono peggio delle bestie che queste cose non le fanno.

9 su 10 da parte di 34 recensori Tanto da vergognarsi Tanto da vergognarsi ultima modifica: 2015-06-13T14:42:52+00:00 da Vincenzo Calafiore
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