Il Calabria Jones oggi davanti al sarcofago di Enrico VII

 Oggi l’itinerario di approfondimento culturale Calabria Jones guidato dal giornalista Roberto Giacobbo farà tappa nella cattedrale di Cosenza dove si troverà davanti al famoso sarcofago di Enrico VII. All’interno della cattedrale di Cosenza sono tantissime le pregevoli opere d’arte ed io ricordo: l’altare barocco in marmi policromi che accoglie la tavola bizantina del Pilerio; un Crocifisso ligneo del ‘400; la tela del 1770 della Madonna delle Grazie; il monumento funerario della regina Isabella d’Aragona, consorte di Filippo III morta a Cosenza il 28 gennaio 1271. Tale sepolcro, opera di maestranze francesi dei secc. XIII- XIV, è stato rinvenuto nel 1891 durante i lavori di restauro del duomo e ricostruito poi nell’attuale forma e sistemazione.

E poi il sepolcro di Enrico, figlio di Federico II e morto nel 1242, venuto alla luce solo nel 1574 quando l’arcivescovo Andrea Acquaviva volle i restauri della cattedrale. Il sepolcro, nel rispetto delle disposizioni conciliari, fu demolito e i resti mortali del principe furono traslate in sagrestia in attesa di sistemazione. Qualche anno fa i ricercatori delle Università della Calabria e di Pisa hanno aperto il sarcofago, posto vicino all’ingresso laterale della cattedrale, per studiare i resti giacenti al suo interno. Nello stesso periodo, per una strana coincidenza, nella cattedrale di Palermo veniva esplorata la tomba dell’illustre genitore Federico II. Dalla ricognizione dell’interno del sarcofago è emerso che i resti umani appartengono ad un solo individuo, di sesso maschile, di età compresa tra i 30 e i 40 anni, alto un metro e sessanta.

Enrico VII di Hohenstaufen, figlio di Federico II e di Costanza di Svevia, a soli 9 anni fu eletto re di Germania sotto la tutela dell’arcivescovo di Colonia Engelberto e poi incoronato nel 1222.

Beh, non furono anni facili quelli di Enrico re. Nel 1231 riconobbe ai feudatari molti privilegi e ciò in antitesi alla politica federiciana. Anzi da subito il giovane re sostenuto dagli stessi feudatari venne in contrasto col padre ribellandosi apertamente nel 1334, anno in cui Federico era impegnato nella lotta contro la seconda Lega Lombarda e quindi impedito di tornare in Germania per aggiustare le cose. Ma l’imperatore quella ribellione del figlio se la legò al dito e appena l’anno dopo lo fece prigioniero.

Così lo sfortunato principe passò il resto della vita da un carcere all’altro della penisola fino a morire, nel 1242, durante il trasferimento, in Calabria, dalla fortezza di Nicastro a quella della vicina Martirano. Enrico, detto “lo sciancato” per una malformazione agli arti inferiori come emerso dagli studi dei citati ricercatori, venne seppellito nella cattedrale di Cosenza con tutti gli onori regali voluti dallo stesso genitore. Il suo corpo venne conservato nel sarcofago marmoreo che oggi tutti possono ben vedere dopo essere stato riscoperto durante i lavori di restauro del 1934.

Il monumento funerario di fattura ellenica in bassorilievo raffigura il mito di Meleagro, quell’eroe greco rimasto vittima della maledizione materna. Scrive P. Pellegrino che “durante la cerimonia funerea lo stesso imperatore diede libero sfogo al proprio dolore di padre, per lungo tempo soppresso dal ruolo di monarca e di giudice. I dispiaceri e le afflizioni di Federico II trovano conferma proprio nell’aver voluto porre la sepoltura dell’erede nella cattedrale cosentina”. Quella cattedrale che l’imperatore tanto aveva apprezzato da essere presente nel giorno della consacrazione e dall’averle donato la famosa Stauroteca. Certo fu vera sfortuna quella del giovane Enrico forse solo colpevole di essere figlio del potente Federico e vittima delle profezie gioachimite che si abbatterono sulla famiglia imperiale e sulla stirpe futura.

Attorno alla morte del rampollo degli Svevi, oltre alla commozione si levarono anche ampi aloni di sospetti e dubbi. Come morì Enrico? Cadde da cavallo, morì ammazzato per mano paterna o c’è dell’altro? Forse altre esplorazioni all’interno del sarcofago o altri studi ci direbbero la verità che varrebbe, comunque, niente per cambiare la storia.