Giornata della Memoria, medaglia d’onore al cutrese Antonio Salerno

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Durante la sua prigionia ad Auschwitz, Primo Levi chiese ad una S.S. : “ Perché tutto questo?”, la risposta fu: “Qui non c’è un perché!”. Quel giorno Primo Levi ebbe a dare ragione a quel militare tedesco e nei suoi scritti ne spiegò il perché. “ Non chiedetevi perché. Chiedersi il perché di Auschwitz significa tentare di comprendere. Comprendere può portare a cercare una giustificazione e una giustificazione può sminuire il crimine commesso.” È una verità forte e dura ancora oggi: una richiesta da rispettare, condividere. E non dimenticare serve a questo. È una delle tante, tantissime testimonianze che ci sono pervenute da laggiù, dall’inferno dei campi della lunga sofferenza degli internati ebrei, italiani, polacchi e altri nei campi di prigionia tedeschi dal 1943 al 1945.

La lunga sofferenza e poi…anche l’atroce morte. Non dimentichiamola, anche noi che non l’abbiamo vissuta, per fortuna, ma solo letta. Perché richiamarsi alla memoria storica riconduce al cammino del proprio Io, al fine di verificare, quotidianamente, quello che vale la pena di vivere e utilizzare e quello che è da rigettare.

Come può essere vera, infatti, la famosa citazione latina “historia magistra vitae est”? Cosa ci può insegnare la storia se non viene costantemente alimentata dalla ricerca, dal ricordo o se, addirittura ci viene nascosta? Allora, se si vuol suscitare davvero il sentimento di rabbia che ci porta a dire basta, ben vengano le giornate di memoria e di ricordo con tutto il loro carico di documentari, fictions, interviste e filmati inediti anche quelli che senza mezze misure mostrano il ritrovamento di brandelli d’uomo e non solo di corpi. I corpi cancellati dai forni crematori nazisti così come i corpi legati dal filo spinato e buttati nelle foibe: entrambi devono  avere il nostro rispetto e hanno il diritto di essere ricordati e ammirati per la forza avuta nel portare avanti i lori ideali politici, religiosi, umani.

Questo esige, giustamente, la cosiddetta “Giornata della memoria introdotta in Italia con legge n° 211 del 20 luglio 2000 che, vista in questi termini, assume una connotazione più rispondente alle esigenze etiche della persona. Così il ricordo dei sei milioni di ebrei sterminati dai nazisti nei campi di Auschwitz, Treblinka, Sobibor, Hannover e di altre località, prende la forma di una solennità corale che finalizza il nostro quotidiano a respingere definitivamente la violenza, per immergerci nel tempo del perdono e della pace. È memoria storica, certo, ma non un tabù, un qualcosa di fermo per sempre su cui stendere il nostro pietoso velo.

No, è dinamica, è il punto da cui discende la necessità di cambiare registro nei nostri comportamenti, modificare in meglio il nostro stile di vita, se si vuole essere protagonisti del tempo della pace.

Nella circostanza del 27 gennaio di ogni anno, i cittadini italiani, militari e civili ed i familiari dei deceduti non più tornati ai loro affetti deportati o internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra nell’ultimo conflitto mondiale, i combattenti reduci, vengono insigniti delle onorificenze d’onore presso il Quirinale e nelle Prefetture d’Italia.

Quest’anno, il Comitato per le Onorificenze della Presidenza del Consiglio ha conferito la medaglia d’onore alla memoria ad Antonio Anselmo Salerno, classe 1917, di Cutro, che verrà consegnata al figlio Salvatore dal Prefetto di Crotone Vincenzo Panìco.

Antonio Anselmo Salerno, macellaio, deceduto il 24 luglio del 1998, chiamato alle armi nel ’38, dopo pochi mesi ricoverato presso l’Ospedale Militare di Caserta e aggregato al 40° Reggimento Fanteria dopo pochi giorni di convalescenza e quindi trattenuto alle armi. Partito per l’Albania nel novembre del ’40 e dopo un anno in Jugoslavia conla Divisione“Taro”e da qui fatto partire versola Franciae quindi prigioniero dei Tedeschi e deportato nel campo di Hannover. Infine, dopo immani sofferenze è liberato il 28 marzo 1945.

Nei giorni scorsi, assieme al figlio Salvatore,  siamo andati a trovare il reduce di guerra, insignito già della medaglia d’onore nel 2010, che, anche se per soli due mesi vissuti intensamente e con reciproco aiuto per sopravvivere, è stato vicinissimo al combattente Salerno nel campo di Hannover.

Pietro Lagioia, di San Nicola dell’Alto comune albanofono dell’Alto Crotonese,  che all’alba del proclama di Badoglio dell’8 settembre 1943  (armistizio con le truppe anglo – americane ), vide trasformarsi  la propria licenza  premio in un incubo che lo condusse (dopo aver combattuto in Francia, Albania, Jugoslavia e Grecia) in Austria e poi nel campo di concentramento  di Hannover, per poi essere liberato nell’ottobre del 1945 dagli Americani.

Tornato in patria ha iniziato la nuova vita con il noleggio abusivo di auto per poi mettere su un servizio di taxi e successivamente l’attività di barista e in tal maniera è riuscito a sistemare ben sette figli, tutti, seppur presi dalla diaspora e sparsi in ogni dove d’Italia e dell’Europa, professionalmente affermati e tra questi anche uno, Felice, autore di tre belle raccolte di poesie pubblicate in Germania. Il suo passatempo preferito è stato il suonare, nella banda locale, la tromba, che esibisce orgogliosamente in un angolo del suo museo..

Ci ha accolti, il vivace novantatreenne, con gli occhi tra il sorriso e il pianto, nella sua casetta di San Nicola dell’Alto, in un caloroso studiolo ricco di carte, documenti, lettere, medaglie e tantissimi foto e quadri: insomma un archivio – museo che cura, metodicamente e gelosamente, anche con una corrispondenza epistolare continua indirizzata a vecchi commilitoni reduci o forse ancora in vita e a varie istituzioni ed autorità.

Il primo impatto, nell’accoglierci, e non poteva essere diversamente, un segno di gratitudine al figlio Salvatore ricordando quelle volte che il padre Antonio si caricava sulle spalle il commilitone Lagioia perché piccolino e mingherlino per evitare o limitare le frustate dei nazisti ogni qualvolta c’era una sommossa nel campo.

Davvero molto toccante e commovente questo incontro e il ricordare quel gesto di forte altruismo in quel contesto di sofferenza e nel contempo gratificante per il figlio Salvatore.

Comincia a raccontarci, a ricordarci.

 “Il campo di concentramento è senza dubbio l’esperienza più devastante che ho vissuto durante la guerra. In quel campo ho visto amici uccisi  a fucilate per niente, per essersi fermati un momento a riposare, persone che vedevo al mattino, quando uscivano dagli alloggi ma che la sera non tornavano più a dormire nel loro letto, se letto si può chiamare. Mi ricordo il freddo che faceva in quel campo, noi eravamo vestiti con abiti leggeri, dovevamo lavorare dodici ore al giorno senza sosta. Oltre a patire il freddo, eravamo privati di poter coltivare amicizie, venivamo divisi per categorie:meccanici, operai e mandati a lavorare. Io fui destinato ad una fabbrica ad Hannover che produceva armi militari e poco più avanti a lavorare nelle terre l’amico Salerno e poi per una settimana a Berlino, dove lavorai ai trasformatori”. Insomma, ricorda ancora il reduce Lagioia, “mangiavamo bucce di patate, un po’ di burro. Ci davano poi, delle scarpe di tela con la suola in legno, erano fredde e i piedi erano sempre gonfi”.

Con la sofferenza nel volto, Pietro Lagioia va concludendo il nostro incontro non dimenticando che “il giorno della liberazione è stato uno dei giorni più belli della mia vita, perché ho assaporato il valore della libertà, finalmente ho capito cosa significasse essere libero”.

Negli occhi del simpaticissimo Pietro Lagioia  rimarranno sempre le immagini dei treni piombati che dai vagoni vomitano morti o moribondi, preceduti da un odore nauseabondo. Scene che incideranno le carni e la memoria; che continueranno ad emergere come apparizioni anche a distanza di tanti decenni. E un cenno di tristezza non manca nelle espressioni di gratitudine di Salvatore, il figlio del combattente Totò Salerno.

E come scriveva il poeta Rosario Bevilacqua: “ È ora di voltare pagina. Il miglior modo per le vittorie di quei morti è di certo il bene futuro dei vivi”.