Il nuovo disordine mondiale e il ruolo dell’Europa
di Giuseppe Lalli
La geografia politica dei nostri giorni somiglia sempre più a un teatro tragico in cui il destino dei popoli è tornato a essere deciso da logiche puramente mercantili e rapporti di forza brutali. Di fronte al cinismo di attori globali che trattano i confini e le sovranità come tessere di una scacchiera privata, lo spettacolo più doloroso è l’apparente afasia dell’Europa. Schiacciata tra la vulnerabilità strategica e la tentazione della frammentazione interna, l’Europa rischia di ridursi a spettatrice inerme della propria dissoluzione. Eppure, proprio nel cuore di questa impasse, si colloca l’opportunità di una svolta storica: un’accelerazione del processo unitario che non sia una mera reazione burocratica, ma un atto di volontà politica nel segno di un profondo risveglio spirituale e culturale. Uscire dall’angolo richiede, anzitutto, il coraggio della concretezza.
Il primo pilastro di questa rinascita non può che risiedere in un’integrazione economica effettiva. L’Europa deve superare la timidezza dei mercati frammentati e completare un’autentica unione dei capitali dotandosi di strumenti finanziari comuni – come gli Eurobond strutturali – finalizzati a sostenere l’innovazione tecnologica e l’indipendenza dalle logiche di scambio a breve termine (vedi, soprattutto, le risorse energetiche). A questa solidità economica deve legarsi, senza ipocrisie, una nuova postura sul tema cruciale della difesa comune. Proteggere la pace e la stabilità del continente esige non solo una politica estera comune, ma anche un’industria militare integrata nel quadro di un esercito comune. Al raggiungimento di questi obiettivi è funzionale il superamento del voto all’unanimità, affinché una sola politica estera europea possa esprimersi con la fermezza e la rapidità che i tempi impongono. Tuttavia le armi e i mercati sono strumenti sterili se privi di un’anima.
La vera forza dell’Europa non risiede nella sua pur rilevante capacità industriale, ma nella difesa senza riserve della democrazia liberale. In un’epoca in cui il modello democratico liberale è insidiato dall’esterno dalle autocrazie e dai totalitarismi, e dall’interno dai populismi demagogici, l’Unione deve riaffermare la centralità dello Stato di diritto, delle libertà individuali e della separazione dei poteri come requisiti non negoziabili della cittadinanza comune. La democrazia liberale non è un mero meccanismo procedurale, ma, pur con tutti i suoi limiti, la forma politica della libertà umana. In un mondo dominato dai fondamentalismi e dai sistemi politici autocratici e totalitari, il nostro continente è chiamato ad essere un faro di civiltà, il veicolo di un ideale – quello della libertà politica e del rispetto dei diritti della persona umana – che hanno valore universale. Perché questa architettura istituzionale sia solida, è indispensabile riscoprire e rivendicare i valori fondanti che hanno plasmato l’identità del continente.

Giuseppe Lalli
L’Europa non è nata a Mastricht o a Roma con un trattato commerciale; essa affonda le sue radici più profonde nella straordinaria sintesi della sua storia. Da un lato, vi è stata la grande lezione della civiltà classica: il pensiero filosofico greco, che ha insegnato al mondo la forza del Logos, dell’indagine razionale e del dibattito pubblico; e le istituzioni giuridiche di Roma, che hanno dato forma all’idea di cittadinanza, di legge universale e di Stato. Dall’altro, la rivelazione ebraico-cristiana, che ha introdotto il principio rivoluzionario dell’inviolabile dignità di ogni singola persona umana, creata ad immagine di Dio, e il valore della responsabilità morale e della solidarietà. È in questo innesto fecondo tra la ragione classica e la trascendenza biblica che si è generato l’umanesimo europeo. Lo stesso illuminismo è figlio di questo matrimonio, non è nato per germinazione spontanea.
Abbracciare questa eredità non significa coltivare un nostalgico passatismo, bensì ritrovare la bussola etica per affrontare le sfide del XXI secolo. Solo riscoprendo chi è, l’Europa può sapere che cosa è chiamata a difendere. Giova riprendere e attualizzare (a questo serve la memoria storica sorretta dalla riflessione filosofica) la lezione di Niccolò Machiavelli (1469–1527). Egli sosteneva che i cardini su cui poggia l’esistenza stessa di una comunità politica siano le buone leggi e le buone armi, animate dal vincolo della religione: vale a dire uno strumento per difendere la patria comune e una fede per cui vivere, lottare, e, se necessario, morire.
La rinuncia a riconoscere le radici cristiane nella Costituzione europea è stato un atto di autolesionismo: una civiltà senza passato è destinata a non avere un futuro. Senza contare che una società senza identità non avrebbe più nulla da includere, sarebbe solo un grande calderone. La democrazia liberale non è un traguardo acquisito una volta per tutte. Essa va difesa, con gli strumenti della cultura e con un’adeguata struttura militare. Non è più tempo di illusioni. L’accelerazione verso gli Stati Uniti d’Europa diventa un imperativo non solo geopolitico, ma anche civico e morale. Di fronte ai demiurghi della frammentazione globale, i governanti e i popoli europei hanno il dovere di dimostrare che la democrazia liberale possiede ancora la vitalità e la forza per autodifendersi. È tempo che l’Europa rompa il suo silenzio, ritrovi la sua voce, e rivendichi il proprio ruolo nella storia: non come una fortezza isolata, ma come il faro di una civiltà che non rinuncia ai suoi tratti distintivi: la libertà, la giustizia e il primato della dignità umana.
