Massimo Martire, 46 anni tra radio e televisione: «A Napoli mi rigenero». Il volto storico di Canale Italia si racconta
Quarantasei anni di radio e televisione, una sveglia che suona alle 4.20 del mattino, una diretta dopo l’altra e un rapporto con il pubblico costruito nel tempo, tra ironia, confronti accesi e amicizie che superano i confini degli studi televisivi. Massimo Martire è uno di quei volti che hanno attraversato diverse stagioni della comunicazione italiana, dalle prime radio libere degli anni Ottanta fino alle trasmissioni televisive seguite da un pubblico distribuito in tutta la penisola.
Il conduttore è stato protagonista di una lunga conversazione con Antonio Nesci su Fast News Platform, nell’intervista dedicata alla sua carriera, alle origini professionali, al legame con Canale Italia, alle esperienze maturate in altre emittenti e alla sua particolare affinità con Napoli, la Puglia e la Calabria. Una chiacchierata che ha alternato ricordi personali, aneddoti divertenti e riflessioni sul mestiere di comunicare, offrendo uno spaccato di una carriera costruita soprattutto attraverso la continuità del lavoro e il contatto diretto con gli ascoltatori.
Accanto a Nesci sono intervenuti Attilio Carbone, storico protagonista della radio italiana negli Stati Uniti, e Liliana Di Masi, che ha raccontato la propria esperienza di recente partecipazione alle trasmissioni di Martire. Ne è emerso il ritratto di un professionista che considera il microfono non soltanto uno strumento di lavoro, ma anche il mezzo attraverso cui costruire relazioni, alimentare discussioni e mantenere vivo un rapporto quotidiano con il pubblico.
Dalle radio libere alla televisione: una storia cominciata nel Veneto
La storia professionale di Massimo Martire prende forma a Dolo, il paese della Riviera del Brenta, in provincia di Venezia, dove è nato. Il suo ingresso nel mondo della radio risale agli anni Ottanta, quando le emittenti private locali rappresentavano una realtà ancora in piena evoluzione e la comunicazione radiofonica aveva caratteristiche molto diverse da quelle attuali.
All’inizio non c’erano grandi strutture produttive o tecnologie digitali. C’erano soprattutto entusiasmo, iniziativa personale e la voglia di sperimentare. Martire ha ricordato come tutto sia cominciato attraverso un’esperienza legata alla scuola e alle amicizie: insieme ad alcuni compagni raccoglieva dediche e richieste musicali da portare in radio, contribuendo a un programma che andava in onda intorno all’ora di pranzo.
Era una trasmissione seguita, capace di coinvolgere ragazzi e ragazze del territorio. Per il giovane Massimo, quella esperienza si trasformò rapidamente in una passione assorbente. Frequentava la radio quasi ogni giorno e, come ha raccontato durante l’intervista, spesso non tornava nemmeno a casa per pranzare.
Era il periodo delle radio libere, quando bastavano entusiasmo e una struttura tecnica essenziale per raggiungere un pubblico significativo. Un mondo che ha contribuito a formare una generazione di conduttori abituati a parlare direttamente alle persone, senza la distanza che talvolta caratterizza i grandi apparati della comunicazione.
In quel contesto Martire ha mosso i primi passi, imparando a conoscere i tempi della diretta, il valore della voce e l’importanza di instaurare un rapporto con chi ascolta. Un percorso iniziato quasi per gioco e diventato, negli anni, una professione destinata ad accompagnarlo per gran parte della vita.
Il 1985 e l’ingresso a Canale Italia
Un passaggio decisivo arriva nel 1985, quando Martire entra nell’organizzazione televisiva che sarebbe diventata l’ambiente professionale di riferimento della sua lunga carriera. All’epoca la realtà era conosciuta come Serenissima Televisione e non aveva ancora raggiunto la dimensione nazionale che avrebbe caratterizzato successivamente Canale Italia.
Il suo lavoro non si limitava alla conduzione. Martire ha raccontato di aver trasmesso alla radio nelle ore mattutine e di essersi occupato anche della programmazione televisiva giornaliera.
Un’attività che oggi può sembrare lontanissima dalle modalità operative delle redazioni contemporanee. I programmi venivano organizzati manualmente, con carta e penna. Quando si rendeva necessario modificare la programmazione, si ricorreva persino alla scolorina per correggere gli orari e sostituire le indicazioni precedenti.
Il conduttore ha ricordato con ironia quelle giornate, durante le quali i fogli della programmazione finivano per diventare particolarmente pesanti a forza di correzioni e annotazioni.
Dietro l’aneddoto c’è però un aspetto importante: la televisione era anche un lavoro di organizzazione, precisione e conoscenza dei meccanismi interni. Chi partecipava alla costruzione dei palinsesti doveva comprendere non soltanto il contenuto dei programmi, ma anche la loro collocazione e il modo in cui si inserivano nell’intera giornata televisiva.
Martire è rimasto in quella realtà fino al 1999, per poi proseguire per circa dieci anni tra Televenezia e Radiovenezia. Successivamente è tornato nell’ambiente professionale che aveva segnato una parte fondamentale della sua storia.
La sua permanenza nel settore testimonia una continuità non comune in un comparto che, nel corso dei decenni, ha attraversato trasformazioni tecnologiche, cambiamenti nei consumi e una progressiva moltiplicazione delle piattaforme.
La televisione popolare e il rapporto con gli spettatori
Nel corso dell’intervista, Antonio Nesci ha richiamato la popolarità raggiunta da Martire attraverso le trasmissioni di Canale Italia, soffermandosi soprattutto sulla sua capacità di mantenere vivo il dialogo con gli spettatori.
Una parte significativa di questo rapporto passa dalle telefonate in diretta, dalle rubriche e dagli interventi di persone che seguono con regolarità i programmi. Per il conduttore, gli ascoltatori non sono una presenza indistinta: alcuni diventano interlocutori abituali, altri finiscono per entrare nella memoria personale di chi sta davanti al microfono.
Tra gli episodi raccontati c’è quello di Francesca, una telespettatrice di Treviso di 94 anni, che lo chiama e con la quale Martire intrattiene conversazioni caratterizzate da una particolare vivacità. Il conduttore ha ricordato con simpatia la sua ironia, la sua energia e la spontaneità con cui interviene durante le telefonate.
Un rapporto che, al di là dei complimenti, sembra rappresentare per lui uno degli aspetti più gratificanti del mestiere. L’età della telespettatrice non le impedisce di scherzare, di esprimersi con franchezza e di mantenere un tono particolarmente vivace.
È proprio questo tipo di interazione a raccontare una dimensione della televisione popolare che non si esaurisce nella trasmissione di contenuti. Il pubblico partecipa, interviene, si riconosce nei conduttori e può sviluppare nel tempo un senso di familiarità.
La diretta, con le sue imprevedibilità, rimane un elemento centrale di questo rapporto. A differenza di un contenuto registrato e montato, consente di assistere a momenti spontanei, talvolta divertenti, altre volte più complessi da gestire.
Martire ha dimostrato nel corso della sua carriera di considerare questa dimensione una componente essenziale del lavoro, pur riconoscendo che il confronto con gli spettatori può anche diventare difficile.
«In Rai non sarebbe stato possibile»: la scelta di restare nel proprio ambiente
Nel corso della conversazione è stato affrontato anche il tema di un eventuale approdo alla Rai. Martire ha raccontato di aver ricevuto, anni fa, i complimenti di un ex direttore di Rai 1 per la conduzione, gli ospiti, gli argomenti trattati e la gestione delle telefonate nel corso della sua trasmissione Notizia Oggi.
Secondo il racconto del conduttore, lo stesso interlocutore gli avrebbe espresso dubbi sulla possibilità di lavorare efficacemente in quell’ambiente, descrivendolo come un contesto particolarmente competitivo.
Martire ha risposto alla questione con il consueto tono ironico, spiegando che il suo mestiere richiede anche la capacità di gestire e contenere situazioni complesse, proprio come farebbe un domatore con i propri animali.
Al di là della battuta, il suo percorso professionale si è sviluppato prevalentemente nel mondo delle emittenti private, dove ha consolidato la propria presenza e costruito un’identità riconoscibile.
Non si tratta necessariamente di una storia da leggere attraverso il confronto con la televisione pubblica. La carriera di Martire dimostra piuttosto come il sistema delle emittenti private abbia rappresentato, per decenni, uno spazio significativo per la conduzione, l’informazione, l’intrattenimento e il confronto con il pubblico.
La sua esperienza è legata a un modello di televisione che privilegia la continuità della presenza, la riconoscibilità del conduttore e la possibilità di dare spazio a interlocutori provenienti da ambienti diversi.
Una rete di ospiti che diventa una famiglia
Uno dei passaggi più significativi dell’intervista riguarda la rete di rapporti che Martire ha costruito nel corso degli anni. Gli ospiti delle trasmissioni, ha spiegato, non rimangono necessariamente figure incontrate soltanto davanti alle telecamere.
Molti diventano amici, persone con cui mantenere i contatti anche al di fuori degli studi. È un intreccio di relazioni che coinvolge diverse città italiane, dal Veneto alla Puglia, fino a Napoli e alla Calabria.
Il conduttore ha raccontato di ricevere spesso proposte da colleghi e amici che gli suggeriscono nuovi ospiti da invitare. Una rete di conoscenze che alimenta le trasmissioni e rende possibile coinvolgere personalità con esperienze e punti di vista differenti.
Nel corso dell’intervista, Martire ha riconosciuto anche il contributo di Antonio Nesci nel rafforzamento di alcuni di questi legami. Le collaborazioni, infatti, possono favorire incontri che proseguono ben oltre il singolo collegamento televisivo.
La dimensione digitale ha ampliato ulteriormente le possibilità. Le persone possono partecipare da luoghi diversi, talvolta in situazioni imprevedibili: in treno, su un autobus o da ambienti domestici che diventano temporaneamente piccoli studi televisivi.
Martire ha ricordato, in particolare, una diretta natalizia con circa 25 persone collegate contemporaneamente. Un esempio della capacità delle piattaforme digitali di riunire interlocutori distanti, creando una dimensione collettiva che sarebbe stata molto più difficile da organizzare attraverso i mezzi tradizionali.
La tecnologia, tuttavia, non sostituisce il rapporto umano. Lo rende possibile su distanze maggiori, ma il risultato dipende ancora dalla capacità di chi conduce di ascoltare, coordinare gli interventi e dare un senso alla conversazione.
Una giornata che comincia alle 4.20 del mattino
Se c’è un elemento che racconta concretamente la dedizione di Martire al proprio lavoro, è la sua routine quotidiana.
Il conduttore ha spiegato di utilizzare due sveglie, una alle 4.20 e l’altra alle 4.30, per essere pronto agli impegni della mattina. La sua attività comincia presto, con i primi post e la preparazione delle trasmissioni, e può proseguire fino alla sera.
La giornata non è scandita soltanto dalla televisione. Martire ha raccontato di cercare spazio anche per il movimento e le passeggiate. Quando gli impegni lo consentono, si concede un’ora di cammino o di corsa nella campagna della provincia di Padova, prima di rientrare a casa e prepararsi per il resto della giornata.
Anche la domenica, se non ci sono appuntamenti particolari, tende a svegliarsi presto. Il tempo libero, per lui, non coincide necessariamente con il restare a letto o interrompere ogni attività.
È un ritmo intenso, che durante l’intervista ha suscitato la curiosità degli interlocutori. Alla domanda su quanto riesca a dormire, Martire ha riconosciuto che le ore di riposo non sono molte e che la stanchezza si fa sentire soprattutto dopo pranzo, senza però impedirgli di riprendere successivamente il lavoro.
Il suo racconto restituisce l’immagine di un professionista che ha integrato la comunicazione nella propria quotidianità, fino a farne una presenza costante.
La lunga esperienza non sembra aver cancellato il piacere di andare in onda. Piuttosto, ha consolidato una routine nella quale preparazione, puntualità e disponibilità verso il pubblico occupano uno spazio importante.
Da Padova a Napoli: il Veneto non basta a contenerlo
Se professionalmente Martire è profondamente legato al Veneto, sul piano personale il suo racconto rivela una particolare affinità con il Mezzogiorno.
Il conduttore ha parlato apertamente del proprio rapporto con Napoli, città che frequenta da anni e nella quale dice di sentirsi particolarmente bene. Un legame che non si limita alla cucina o alle occasioni di incontro, ma riguarda soprattutto il carattere della città e il modo in cui si relaziona con le persone.
«A Napoli mi rigenero», ha affermato durante la conversazione.
Una frase che riassume efficacemente il suo sentimento verso una città che descrive come viva, comunicativa e capace di mettere a proprio agio anche chi arriva da fuori.
«È una città che vive, è una città che ti sorride, è una città che ti parla», ha spiegato, aggiungendo che a Napoli è difficile sentirsi soli.
Per Martire, il capoluogo campano è diventato nel tempo una sorta di seconda casa. Ha raccontato di tornarci frequentemente e di avere numerose amicizie sul territorio. Nel corso dell’intervista ha anticipato un nuovo soggiorno previsto dal 29 ottobre al primo novembre, in occasione di un evento in un caffè letterario.
L’affetto per Napoli è tale da avergli fatto prendere in considerazione, almeno come prospettiva futura, la possibilità di trasferirsi un giorno nel Sud Italia. Tra le città che cita ci sono Napoli e Bari, entrambe legate alla sua rete di conoscenze e alle esperienze maturate negli anni.
Napoli, tuttavia, mantiene un posto particolare. È la città alla quale si sente più affezionato e dalla quale, come ha raccontato, fatica a staccarsi.
Durante l’intervista è emersa anche l’ipotesi di riproporre in futuro l’idea di lavorare da una sede napoletana, seguendo una strada già sperimentata in passato da Canale Italia con una struttura nel Centro direzionale.
Un veneto dal cuore meridionale
Il legame con il Mezzogiorno non riguarda soltanto Napoli. Martire ha raccontato di sentirsi a proprio agio anche in Puglia e in Calabria, territori nei quali ha costruito numerose amicizie e dove torna spesso per ragioni personali e professionali.
Il suo cognome, di origine pugliese, è stato evocato durante la conversazione con una battuta sulle radici familiari. Martire, nato in provincia di Venezia, ha spiegato di riconoscersi per carattere in molti dei suoi amici napoletani, pugliesi e calabresi.
Da qui il soprannome scherzoso di «calabrese acquisito», che gli è stato attribuito anche da alcuni spettatori abituati a vederlo collegato con interlocutori del Sud.
La sua automobile, che ha raccontato di aver portato in numerosi viaggi fino a raggiungere circa 239.000 chilometri, è diventata quasi un simbolo di questa mobilità. Napoli, la Calabria e la Puglia sono mete frequenti di un percorso che intreccia lavoro, amicizie e curiosità personale.
È un aspetto che contribuisce a spiegare la familiarità con cui Martire si muove tra interlocutori provenienti da diverse regioni. La televisione, in questo caso, non rimane confinata allo studio: diventa il punto di partenza per incontri, viaggi e rapporti che si consolidano nel tempo.
Ospiti diversi, idee diverse: il valore del confronto
Tra i temi affrontati nell’intervista c’è anche la gestione di ospiti che possono suscitare reazioni contrastanti nel pubblico. Martire ha ribadito di non considerare l’appartenenza o la posizione di una persona come un motivo sufficiente per escluderla dalla trasmissione.
«Quando invito un ospite, per me è un ospite, è una persona che ha un nome e un cognome», ha spiegato. «Non mi interessa da che parte sta, mi interessa quello che dice, come lo dice e come arriva al pubblico».
È una dichiarazione che individua nella pluralità degli interlocutori una componente importante del suo modo di intendere la conduzione.
In una comunicazione sempre più spesso organizzata attorno a comunità di opinione contrapposte, dare spazio a posizioni differenti può generare discussioni, critiche e reazioni anche forti. Il compito del conduttore consiste allora nel mantenere il controllo della trasmissione e consentire che le questioni vengano affrontate senza perdere di vista il tema centrale.
Martire ha spiegato di voler continuare a invitare persone capaci di portare contributi significativi, indipendentemente dalle simpatie che possono suscitare.
Questo approccio non significa che ogni intervento sia destinato a essere accolto senza obiezioni. Al contrario, proprio il confronto può diventare acceso quando entrano in gioco questioni considerate particolarmente delicate.
Il caso della famiglia nel bosco e lo scontro in diretta
Nel corso della conversazione, Martire ha ricordato uno degli episodi in cui ha perso la consueta calma durante una trasmissione. Si tratta di un confronto con una telespettatrice nell’ambito della discussione sulla vicenda della famiglia nel bosco, un caso che ha alimentato a lungo il dibattito pubblico.
Il conduttore ha raccontato che, durante quella telefonata, la donna aveva espresso una posizione sui figli e sul ruolo dello Stato che lui ha giudicato inaccettabile. In particolare, ha ricordato l’affermazione secondo cui i figli sarebbero dello Stato.
Martire ha spiegato che, per la prima volta dopo molti anni di attività, si è trovato a battere i pugni sul tavolo e ad alzare il tono della voce durante la diretta.
A suo giudizio, la questione toccava valori fondamentali legati alla famiglia e all’educazione. Pur precisando di non avere figli, ha richiamato la propria esperienza familiare e l’importanza che attribuisce ai rapporti tra genitori e figli.
L’episodio mostra quanto possa essere complesso gestire il confronto in tempo reale, soprattutto quando gli argomenti coinvolgono sensibilità personali e questioni sociali controverse.
Il conduttore ha raccontato che, dopo quello scontro, la telespettatrice non è più intervenuta e che non intende consentirle di rientrare nella trasmissione.
È una scelta che appartiene alla gestione del suo programma e che si inserisce nel tema più ampio dei limiti del confronto televisivo: da un lato, la volontà di dare spazio a opinioni differenti; dall’altro, la necessità di stabilire regole e confini quando una discussione diventa ingestibile.
Liliana Di Masi: «Un’esperienza incredibile»
Durante l’intervista è intervenuta anche Liliana Di Masi, che ha raccontato la propria esperienza di partecipazione alle trasmissioni di Martire.
Per lei, abituata a un contesto diverso, trovarsi coinvolta con continuità in programmi e collegamenti televisivi è stata una sorpresa. Ha ricordato in particolare una partecipazione alle sei del mattino, organizzata in una situazione logistica complessa, in una casa rurale ad Angera dove si trovavano numerose persone e due bambine.
La necessità di garantire tranquillità e di coordinare la presenza dei partecipanti ha richiesto un’organizzazione accurata. Nonostante le difficoltà, Di Masi ha descritto l’esperienza come incredibile.
Ha anche sottolineato quanto sia cambiata la sua quotidianità rispetto a un anno prima, quando non avrebbe immaginato di partecipare con tanta frequenza a programmi in streaming e televisivi.
L’intervento ha offerto un’altra prospettiva sul lavoro di Martire: quella di chi entra nel suo mondo professionale e scopre un ambiente fatto di orari impegnativi, collegamenti frequenti e necessità di adattarsi rapidamente alle esigenze della diretta.
Una carriera che continua a guardare avanti
Il racconto di Massimo Martire restituisce il profilo di un professionista che ha attraversato quasi mezzo secolo di radio e televisione senza perdere il contatto con il pubblico.
Dalle dediche musicali raccolte da adolescente alle programmazioni scritte a mano, dalle prime esperienze nelle emittenti venete alle trasmissioni di Canale Italia, il suo percorso si è sviluppato parallelamente alle trasformazioni del sistema mediatico italiano.
Oggi la diretta può raggiungere interlocutori lontani, le piattaforme digitali permettono di collegare persone da luoghi impensabili e la rete di amicizie professionali amplia le possibilità di costruire programmi con ospiti provenienti da tutta Italia.
Eppure, al centro rimangono elementi che appartengono alla storia stessa della radio e della televisione: la voce, la capacità di ascoltare, la curiosità verso gli altri e il rapporto con chi segue le trasmissioni.
Martire continua a lavorare con ritmi intensi, a viaggiare e a coltivare amicizie nate davanti alle telecamere. Non nasconde la stanchezza, ma nemmeno la passione che lo spinge ad alzarsi quando fuori è ancora notte.
La sua storia racconta anche il valore delle emittenti private e di quei professionisti che, lontano dai riflettori delle grandi produzioni nazionali, hanno costruito nel tempo una presenza riconoscibile attraverso la costanza e il rapporto quotidiano con gli spettatori.
L’intervista realizzata da Antonio Nesci su Fast News Platform ha permesso di conoscere un lato meno formale del conduttore: l’ironia, l’affetto per Napoli, il legame con gli amici del Sud, la cura per gli ospiti e la determinazione nel difendere ciò che considera importante.
Quarantasei anni di attività non rappresentano soltanto un dato biografico. Sono una lunga successione di dirette, incontri, cambiamenti tecnologici e relazioni umane. E, almeno dalle parole di Martire, non sembrano aver spento la voglia di continuare a raccontare e a confrontarsi.
Perché, prima ancora delle telecamere e dei palinsesti, il suo lavoro resta fondato su un principio semplice: esserci, parlare alle persone e lasciare che la diretta continui a sorprendere.
Per tutto il resto riguardate la puntata!…..
