La politica cerca una nuova classe dirigente. E forse dovrebbe guardare fuori dai palazzi
C’è qualcosa che sta cambiando nel rapporto tra gli italiani e la politica.
Per anni ci è stato raccontato che per entrare nelle istituzioni fosse indispensabile appartenere a un partito, frequentarne le correnti, costruire relazioni, aspettare il proprio turno.
Oggi questo schema mostra tutte le sue crepe.
Il successo di nuove figure politiche provenienti da mondi completamente diversi da quello dei partiti tradizionali ha aperto una questione destinata a diventare centrale nei prossimi anni: chi può rappresentare una nuova idea di Stato?
Il fenomeno Vannacci è soltanto una delle manifestazioni più evidenti di questo cambiamento.
Dietro quel fenomeno esiste infatti una domanda molto più ampia: una parte dell’elettorato vuole vedere in politica persone che abbiano conosciuto il peso della responsabilità prima ancora di conoscere quello del consenso.
Persone abituate a comandare uomini, a prendere decisioni, a rispettare gerarchie, a confrontarsi con la sicurezza, con la criminalità, con la difesa degli interessi dello Stato.
E soprattutto persone che non abbiano costruito la propria credibilità dentro una segreteria politica.
È qui che diventa interessante guardare a un mondo finora rimasto ai margini della competizione elettorale: quello degli uomini delle istituzioni che hanno trascorso una vita al servizio dello Stato e che, terminata la carriera, possono decidere se restare semplici osservatori oppure mettere la propria esperienza a disposizione del Paese.
Immaginiamo, per esempio, una figura proveniente dai vertici della Guardia di Finanza.
Un ufficiale che abbia attraversato decenni di servizio, conosciuto incarichi operativi e di comando, lavorato sul terreno della sicurezza economica e finanziaria, affrontato fenomeni criminali complessi e maturato esperienza anche nei circuiti investigativi dello Stato.
Una persona che abbia indossato la divisa quando la divisa rappresentava soprattutto dovere, disciplina e responsabilità, e che soltanto dopo una lunga carriera abbia scelto una seconda vita nella società civile.
Prima le istituzioni.
Poi la cultura.
Prima le indagini.
Poi i libri.
Prima il servizio allo Stato.
Poi la possibilità di raccontare, attraverso la narrativa e l’impegno pubblico, quei valori di legalità che hanno accompagnato una vita professionale.
È una traiettoria tutt’altro che comune.
Ed è proprio per questo che potrebbe diventare politicamente interessante.
Perché una nuova forza politica non può limitarsi a raccogliere il voto di chi è arrabbiato con il sistema.
Prima o poi deve dimostrare di essere capace di governare il sistema.
E per governare servono competenze.
Servono persone che conoscano lo Stato dall’interno.
Servono uomini e donne che sappiano distinguere la propaganda dalla responsabilità.
Servono persone che abbiano già avuto sulle proprie spalle il peso delle decisioni.
Questo è il vero salto che attende le forze politiche emergenti.
Il passaggio dalla protesta alla proposta.
Dal consenso alla responsabilità.
Dalla denuncia alla capacità di governo.
E qui la provenienza può diventare un valore.
Un generale non porta in politica soltanto un grado.
Porta una storia.
Un investigatore non porta soltanto conoscenze tecniche.
Porta un metodo.
Un uomo che ha trascorso una vita nelle istituzioni non porta semplicemente una biografia.
Porta una conoscenza dello Stato che difficilmente si può improvvisare.
E forse è proprio questo che una parte del nuovo elettorato sta cercando.
Non necessariamente altri professionisti della politica.
Ma persone che abbiano dimostrato di saper servire prima ancora di chiedere di essere votate.
La patria, in questa prospettiva, non sarebbe uno slogan da campagna elettorale.
La sicurezza non sarebbe soltanto un tema da talk show.
La legalità non sarebbe una parola da inserire nei programmi.
Sarebbero esperienze concrete.
Vissute.
Praticate.
Difese.
E c’è un altro elemento che non dovrebbe essere sottovalutato.
La nuova politica potrebbe avere bisogno anche di figure capaci di parlare a un pubblico più vasto di quello tradizionalmente rappresentato dalla destra.
Perché la cultura dello Stato, il rispetto della legge, la sicurezza dei cittadini e il principio del merito non appartengono necessariamente a una sola parte politica.
Possono diventare il terreno comune di una nuova stagione.
È qui che l’eventuale ingresso di figure provenienti dalle istituzioni potrebbe diventare qualcosa di più di una semplice candidatura.
Potrebbe diventare un messaggio politico.
Il messaggio che la classe dirigente non deve necessariamente essere prodotta dai partiti.
Può essere anche selezionata nella società.
Nelle professioni.
Nelle Forze Armate.
Nelle Forze dell’Ordine.
Tra coloro che hanno dedicato quarant’anni della propria vita allo Stato e che, una volta terminata la carriera, si trovano davanti a una scelta: continuare a osservare oppure tornare in campo, questa volta senza uniforme.
Ed è forse proprio questa la domanda che le forze emergenti dovrebbero iniziare a porsi.
Quanti uomini dello Stato sono pronti a scendere in politica?
E soprattutto:
la nuova politica avrà il coraggio di andarli a cercare?
Perché se davvero si vuole costruire una nuova classe dirigente, forse è arrivato il momento di smettere di guardare soltanto dentro i palazzi.
E cominciare a guardare verso chi, per una vita intera, ha servito lo Stato senza avere bisogno di un seggio parlamentare per dimostrare di farlo.
