Meloni teme l’effetto Vannacci: il 15% diventa la soglia che agita il centrodestra
Il numero che comincia a fare paura nel centrodestra è 15%. Non perché Roberto Vannacci sia già vicino a quella percentuale a livello nazionale, ma perché l’ipotesi che Futuro Nazionale possa trasformarsi in una forza capace di conquistare una fetta consistente dell’elettorato di destra sta entrando sempre più nei ragionamenti della maggioranza. È questo il retroscena raccontato oggi da la Repubblica, secondo cui Giorgia Meloni avrebbe invitato gli alleati a evitare che il fenomeno Vannacci possa arrivare a dimensioni tali da modificare radicalmente gli equilibri in vista delle Politiche.
Il 15%, dunque, è soprattutto una soglia politica, un limite che a Palazzo Chigi si vorrebbe impedire a Vannacci di raggiungere. Perché se il generale riuscisse a trasformare il consenso personale in un partito nazionale a due cifre, la questione non sarebbe più quella di una semplice lista destinata a sottrarre qualche punto alla Lega o a Fratelli d’Italia. Diventerebbe una vera competizione interna al campo conservatore, con conseguenze potenzialmente pesantissime sulla costruzione della maggioranza dopo le prossime elezioni.
Il segnale più evidente è arrivato già nei mesi scorsi. A Vigevano, alle amministrative di maggio, una lista sostenuta da Vannacci ha sfiorato il 15%, fermandosi al 14,33%. Un risultato locale, certamente, e condizionato anche dalla particolare configurazione della sfida, ma sufficiente per dimostrare che il marchio vannacciano può intercettare una quota significativa di elettori. ANSA ha definito quel risultato un debutto capace di agitare il centrodestra, sottolineando come sarebbe stato difficile ignorarlo.
Il punto è che Vannacci non sembra intenzionato a fermarsi. Futuro Nazionale guarda alle Politiche del 2027 e il generale continua a costruire la propria organizzazione. Il movimento può contare già su circa 140 mila iscritti e punta apertamente alla prossima sfida nazionale. Nel frattempo sono arrivati anche nuovi ingressi istituzionali.
Ed è proprio questo che preoccupa Meloni: non tanto l’esistenza di un nuovo partito, quanto la possibilità che Vannacci diventi il catalizzatore del voto più identitario e radicale della destra, quello che oggi può scegliere Fratelli d’Italia, Lega oppure restare nell’area del non voto e che domani potrebbe trovare nel generale un riferimento autonomo.
Il paradosso è evidente. Più il governo insiste sui temi della sicurezza, dell’immigrazione e dell’ordine pubblico, più Vannacci rischia di trovare terreno fertile, perché sono proprio queste le questioni sulle quali il generale costruisce gran parte della propria comunicazione politica. Il governo, quindi, deve contemporaneamente rivendicare una linea dura e impedire che quella stessa linea venga percepita dagli elettori come insufficiente rispetto alle posizioni di Futuro Nazionale.
Vannacci, del resto, ha già alzato il livello della sfida. In agosto aveva sostenuto che, se Meloni vuole vincere, dovrà chiamarlo, accompagnando l’affermazione con una piattaforma molto netta su rimpatri, Cpr, decreto flussi e cittadinanza.
La partita, quindi, è appena cominciata. Il 15% oggi è una soglia-obiettivo da evitare per Meloni; domani potrebbe diventare la percentuale che cambia gli equilibri del centrodestra. E più Vannacci cresce, più la premier dovrà decidere se affrontarlo politicamente, provare a recuperare il suo elettorato oppure, eventualmente, cercare un’intesa.
Per ora la strategia sembra essere quella di non concedergli spazio, rilanciando soprattutto sulla sicurezza. Ma il problema è che il generale non corre più soltanto contro gli avversari del centrodestra: corre anche per conquistare una parte del suo stesso elettorato. E questa, per Meloni, potrebbe essere la vera partita del 2027.
