Iran, la rappresaglia contro le basi Usa si allarga al Golfo: droni su Al Minhad, missili in Giordania

La rappresaglia iraniana dopo il raid americano sull’isola di Larak si allarga al Golfo e porta la tensione a un nuovo livello. Dopo i missili lanciati contro le installazioni statunitensi in Giordania, Teheran ha fatto sapere di aver preso di mira anche obiettivi militari legati alla presenza americana negli Emirati Arabi Uniti, indicando tra questi la base di Al Minhad, nei pressi di Dubai.

La notizia si inserisce in una sequenza di eventi che, nel giro di poche ore, ha riportato il confronto tra Stati Uniti e Iran su una soglia particolarmente pericolosa. Al momento, le informazioni sull’attacco ad Al Minhad devono essere considerate alla luce delle rivendicazioni iraniane e delle verifiche ancora in corso. La base, comunque, è già stata interessata in precedenza da attacchi iraniani durante il conflitto. A marzo un drone iraniano aveva colpito l’area di Al Minhad, provocando danni limitati a strutture utilizzate anche dal personale australiano, senza vittime.

La risposta di Teheran dopo Larak

Tutto è cominciato con l’azione americana contro due lanciatori iraniani sull’isola di Larak, nello Stretto di Hormuz. Secondo un funzionario statunitense, le forze americane avevano osservato unità dei Pasdaran preparare razzi destinati a trasportare mine navali nello Stretto, una minaccia considerata imminente per la navigazione internazionale.

Il Comando centrale americano ha quindi definito l’operazione un’azione «limitata e precisa», sostenendo che l’obiettivo fosse neutralizzare una minaccia concreta alla sicurezza dello Stretto di Hormuz. Washington respinge così l’accusa iraniana di aggressione e sostiene di aver agito per impedire nuove operazioni di minamento.

L’attacco americano è stato il primo raid noto contro obiettivi iraniani dalla fine di luglio. La reazione di Teheran è stata praticamente immediata. Le Guardie della Rivoluzione islamica hanno annunciato una risposta e hanno successivamente rivendicato attacchi contro installazioni statunitensi in Giordania.

Missili contro le basi Usa in Giordania

Secondo l’IRGC, l’operazione iraniana ha interessato le basi King Hussein e Al Azraq, utilizzando missili balistici. Altre fonti iraniane hanno indicato anche la base di Muwaffaq al Salti e l’area di Aqaba tra gli obiettivi presi di mira.

La reazione sul terreno è stata però caratterizzata soprattutto dall’attività della difesa aerea. Un funzionario statunitense citato da Fox News ha riferito che quasi tutti i missili in arrivo erano stati intercettati e che, nella fase iniziale dell’attacco, non risultavano impatti significativi sulle installazioni americane.

Anche le autorità giordane hanno riferito dell’intercettazione di missili nello spazio aereo del Paese. Secondo quanto riportato dall’agenzia EFE, otto missili sarebbero stati intercettati dalle difese giordane, senza provocare vittime o danni.

Le immagini circolate sui social mostrano le batterie Patriot impegnate nell’intercettazione di alcuni vettori.

L’allerta si estende a Qatar, Kuwait ed Emirati

La conseguenza immediata della nuova escalation è l’estensione dell’allerta a tutto il dispositivo militare americano nel Golfo.

Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti ospitano infatti importanti strutture militari occidentali e americane. La presenza di basi, centri logistici, sistemi radar e infrastrutture di supporto rende l’intera area particolarmente esposta a eventuali rappresaglie iraniane.

Tra i siti sotto osservazione c’è proprio Al Minhad, installazione situata a sud di Dubai. La base è utilizzata da diversi partner occidentali e ospita anche attività australiane. Nei mesi scorsi era già stata raggiunta da un attacco iraniano. L’Australia aveva confermato che un proiettile aveva colpito una strada nelle vicinanze della base, provocando un incendio e danni limitati a un edificio destinato ad alloggi e a una struttura medica. Nessun militare australiano era rimasto ferito.

Nel marzo scorso l’Iran aveva inoltre rivendicato attacchi contro installazioni militari americane nella regione, indicando proprio Al Minhad tra gli obiettivi. L’IRGC aveva parlato di droni e missili contro strutture legate al comando americano.

Il nuovo annuncio iraniano, dunque, assume un significato particolarmente delicato: se confermato nei dettagli, rappresenterebbe un ulteriore allargamento della risposta di Teheran contro il sistema di basi e infrastrutture militari occidentali nel Golfo.

Trump pubblica un video generato con l’intelligenza artificiale

A rendere ancora più incandescente il quadro è intervenuto anche Donald Trump.

Il presidente americano ha pubblicato sulla sua piattaforma Truth un video che mostra, apparentemente, un bombardamento devastante dell’isola iraniana di Kharg. Nelle immagini si vedono esplosioni, un deposito di petrolio e una petroliera colpiti mentre la scena viene ripresa dall’alto.

Il problema è che quelle immagini non documentano un bombardamento reale: il video è stato generato artificialmente con l’intelligenza artificiale.

Trump lo ha accompagnato con un messaggio estremamente esplicito: «Kharg Island ridotta in mille pezzi». Reuters ha verificato che il filmato è sintetico e che non costituisce una registrazione autentica di un attacco sull’isola. Al momento della pubblicazione non risultavano conferme indipendenti di un bombardamento corrispondente alle immagini diffuse dal presidente americano.

La questione non è soltanto tecnologica. Kharg è uno dei punti strategici dell’economia iraniana: prima della guerra l’isola rappresentava il principale hub per le esportazioni petrolifere di Teheran. Per questo motivo è da tempo considerata uno degli obiettivi più sensibili nel confronto tra Iran e Stati Uniti.

Trump aveva già minacciato in passato di intervenire contro l’isola e contro le infrastrutture petrolifere iraniane. La diffusione di un video artificiale che rappresenta Kharg devastata aggiunge quindi una forte componente di guerra psicologica alla crisi militare.

Hormuz torna al centro della crisi

Dietro la nuova escalation c’è soprattutto lo Stretto di Hormuz.

Il passaggio marittimo rappresenta una delle arterie energetiche più importanti del mondo. Prima del conflitto vi transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio. Il rischio di nuovi minamenti o di attacchi contro le navi commerciali rappresenta quindi una minaccia non soltanto militare, ma anche economica e globale.

È proprio sulla sicurezza dello Stretto che Washington giustifica il raid contro Larak. Gli Stati Uniti sostengono che i lanciatori iraniani fossero pronti a impiegare razzi con mine navali. Teheran, al contrario, considera l’operazione americana un’aggressione e ha promesso una risposta sempre più pesante.

Il presidente della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, Ebrahim Azizi, aveva già avvertito che la risposta sarebbe stata «devastante» e «più dolorosa», minacciando nuovi attacchi nel caso di ulteriori azioni americane.

La sequenza degli eventi mostra così una dinamica potenzialmente difficile da fermare: gli Stati Uniti colpiscono un’infrastruttura iraniana ritenuta una minaccia per la navigazione; Teheran risponde contro basi americane in Giordania e annuncia nuovi obiettivi nel Golfo; Washington mantiene l’allerta sulle proprie installazioni e sull’infrastruttura marittima; l’Iran avverte che ogni nuovo attacco produrrà una nuova rappresaglia.

Il rischio di una guerra regionale più ampia

Il vero elemento di preoccupazione è quindi l’allargamento geografico del conflitto.

La risposta iraniana non riguarda più soltanto il confronto diretto con Israele o il territorio iraniano. Le basi americane presenti nei Paesi alleati della regione sono diventate potenziali obiettivi, mentre gli Stati che ospitano quelle installazioni rischiano di essere coinvolti direttamente, anche se non partecipano alle operazioni offensive.

La Giordania è già entrata nella nuova fase dell’escalation con il lancio di missili verso le aree dove sono presenti forze americane. Qatar, Kuwait ed Emirati sono ora in massima allerta.

E lo Stretto di Hormuz rimane il punto più delicato. Un nuovo tentativo di minamento, un attacco contro una nave commerciale o un raid americano contro infrastrutture iraniane potrebbero innescare una nuova catena di ritorsioni.

Per ora, dunque, il dato più importante è che la rappresaglia annunciata da Teheran è diventata realtà, almeno sul fronte giordano, mentre restano da verificare nei dettagli le ulteriori rivendicazioni iraniane sugli Emirati e su Al Minhad.

La situazione rimane in piena evoluzione e ogni nuovo attacco potrebbe modificare rapidamente il quadro militare nel Golfo. Dopo settimane di relativa stasi, il raid americano a Larak ha riaperto una fase di confronto diretto che rischia di coinvolgere un numero crescente di basi, Paesi e infrastrutture strategiche.

Il Medio Oriente torna così a trovarsi davanti a uno scenario estremamente fragile: basta un nuovo missile, un drone o una mina nello Stretto di Hormuz per trasformare una rappresaglia annunciata in un’escalation regionale di dimensioni molto più ampie.