Samir Al Qaryouti, una vita tra Palestina, Perugia, Bologna e Roma: «La pace deve essere equa, non dei prepotenti»
C’è una storia personale che attraversa oltre mezzo secolo di giornalismo, il Medio Oriente, l’Italia, la Palestina e alcuni dei passaggi più importanti della storia contemporanea. È quella di Samir Al Qaryouti, giornalista ed esperto di questioni mediorientali, da molti anni residente in Italia e oggi orgogliosamente italiano.
La sua vicenda è stata raccontata durante una puntata de L’Approfondimento, con Antonio Nesci in collegamento dall’Italia e Liliana Di Masi dall’Argentina. Una lunga conversazione partita da Perugia, dove Samir arrivò nel 1968 per studiare, e proseguita attraverso Bologna e Roma, fino al racconto della sua carriera giornalistica, degli incontri con personalità politiche e religiose e della sua esperienza diretta nel raccontare il Medio Oriente.
L’arrivo in Italia nel 1968
«Sono in Italia, a Roma», ha spiegato Samir, raccontando come la capitale sia ormai diventata «la mia seconda casa, quasi la prima». Per molti anni, ha ricordato, non poteva viaggiare liberamente a causa dei problemi legati al passaporto e ai documenti personali.
«Sono venuto in Italia nel ’68… sono arrivato in questo Paese una domenica di novembre, che era festa. Non me lo scorderò mai».
Il viaggio partì da Beirut, con passaggio da Amman, e Samir arrivò a Perugia per studiare la lingua italiana attraverso le procedure dell’ambasciata italiana di Amman, che seguiva anche gli studenti palestinesi della Cisgiordania, allora occupata dal giugno 1967.
Alla domanda se fosse, di fatto, un rifugiato, Samir ha precisato: «No, sono un palestinese che aveva il passaporto giordano all’epoca». Era arrivato come studente a tutti gli effetti, con i documenti e i certificati scolastici necessari.
Il progetto iniziale, tuttavia, era un altro: andare negli Stati Uniti. «Il mio sogno non era di studiare in Italia», ha raccontato. Aveva parenti in Venezuela e altri Paesi dell’America Latina e immaginava un futuro oltre oceano.
Poi arrivò a Perugia.
«Sono arrivato di sera dalla stazione ferroviaria, non c’era nessuno». Dopo aver cercato inutilmente l’indirizzo al quale avrebbe dovuto recarsi, incontrò un giovane che gli parlò in inglese e gli chiese se fosse arabo. Era libico. Quell’incontro gli permise di entrare in contatto con la comunità araba presente a Perugia.
«Mi ha portato in un posto che si chiamava Lega degli studenti arabi in Italia». Era presente anche un ristorante frequentato da giovani studenti arabi.
Samir ricorda anche l’incontro con un medico, siriano di origine, sposato con un’italiana, che gli diede una mano nei primi giorni.
La solidarietà della comunità araba
Il racconto di Samir ha portato anche a una riflessione sulla solidarietà tra comunità e migranti.
Liliana Di Masi ha raccontato la storia del padre, arrivato in Argentina all’età di 12 anni, nel 1949, insieme alla nonna. Un’esperienza diversa da quella di un adulto, ma segnata anch’essa dallo smarrimento e dalla distanza dal proprio paese.
Il padre di Liliana partì da Genova verso Buenos Aires e poi raggiunse Cipolletti. «Erano dimensioni di terra che non si potevano nemmeno immaginare», ha raccontato Liliana, spiegando come il padre fosse riuscito a inserirsi nella scuola, mentre la nonna aveva vissuto maggiormente il senso del distacco dalla propria terra.
Perugia, l’Università per Stranieri e il passaggio a Bologna
Samir ha spiegato di essere arrivato in Italia per studiare medicina, anche se quella non era affatto la sua vocazione.
«Sono venuto a studiare medicina. La raccomandazione era questa, l’obbligo era questo. Ma se vedo un ospedale, cambio strada. Non sopporto il sangue, i dolori».
Superato l’esame di accettazione, iniziò il percorso all’Università per Stranieri di Perugia. Un ruolo importante nella sua formazione linguistica lo ebbe il professor Fakhri Al Asadi, che gli insegnò l’italiano.
«Con orgoglio dico che chi mi ha insegnato la lingua italiana è stato il professor Fakhri Al Asadi».
Attraverso lui arrivò anche al GUPS, l’Unione Generale degli Studenti Palestinesi in Italia.
Samir ha sottolineato più volte il rapporto tra la comunità palestinese e l’Umbria.
Nel corso della trasmissione è stata sottolineata anche la necessità di distinguere le decisioni dei governi dai popoli.
«Dobbiamo separare le decisioni dei governanti dai popoli», è stato ribadito durante il programma.
Per mantenersi agli studi, Samir lavorava. «Borse di studio non ce n’erano. Le nostre famiglie pagavano i nostri studi».
Gli studenti svolgevano diversi lavori: camerieri, lavori legati alla neve e altre attività.
«Io ho lavorato due o tre volte vicino alla stazione, spalando la neve. Poi basta, perché non sopportavo neanche la neve, a dire la verità».
Nel 1969 Samir cambiò percorso e decise di trasferirsi a Bologna per studiare scienze politiche.
Bologna e la politica palestinese
Bologna divenne una tappa fondamentale.
Samir racconta di essere rimasto nella città fino al 1976. In quegli anni entrò sempre più profondamente nella vita politica e nell’organizzazione degli studenti palestinesi.
«Quando mi sono iscritto all’università di Bologna, aspiravo a diventare attivo nella politica, perché sono stato attivo nella politica palestinese».
La comunità palestinese aveva una propria organizzazione e una forte rete di solidarietà.
«Noi palestinesi, quando siamo arrivati, siamo entrati subito negli organi dell’Unione degli studenti palestinesi per aiutarci a studiare e laurearci».
L’obiettivo era chiaro: formarsi, laurearsi e poter tornare a lavorare in Palestina, aiutando le proprie famiglie.
Samir ha ricordato con orgoglio gli anni trascorsi tra Perugia, Bologna e l’Emilia-Romagna e le tante persone incontrate.
Nel 1976 tornò a Roma, dopo essersi sposato con una donna italiana.
«Mia moglie italiana era la mia enciclopedia vivente», ha raccontato.
La famiglia dovette affrontare anche i problemi legati ai documenti e ai passaporti dei palestinesi. La moglie di Samir partecipò, insieme ad altre donne palestinesi, a iniziative presso il Parlamento italiano per cercare una soluzione.
«Non c’è nessuno che è stato senza questo problema».
Samir ha poi ottenuto regolarmente la cittadinanza italiana.
L’Italia conosciuta attraverso Paolo VI
Nel corso dell’intervista Samir ha spiegato che il suo rapporto con l’Italia era iniziato ancora prima dell’arrivo a Perugia.
Un momento decisivo fu la visita di Paolo VI in Terra Santa, da Nazareth a Betlemme.
Il padre di Samir, allora alto ufficiale, ebbe un ruolo nella sicurezza durante la visita del Pontefice a Betlemme.
«Lì ho visto per la prima volta nella vita giornalisti italiani a Betlemme all’azione. Ero affascinato da questo mestiere».
Quell’esperienza contribuì a orientarlo verso il giornalismo.
«Mi piaceva lo sport, mi piaceva il calcio, mi piaceva l’arte».
Anni dopo avrebbe avuto anche la possibilità di lavorare alla Rai e di occuparsi della posta proveniente dal mondo arabo, con richieste di giovani interessati a conoscere la cultura, l’arte e lo sport italiani.
Il rapporto con le religioni e la Palestina
Samir ha parlato anche del proprio rapporto con le diverse confessioni religiose presenti in Palestina.
Ha ricordato il Sabato Santo a Gerusalemme, il Sabato della Luce, che nella tradizione locale rappresenta un momento particolarmente significativo.
«Noi, quando dico noi, gli abitanti, la gente della Palestina, dell’autentica Palestina, che è la Cisgiordania, è la Striscia di Gaza, conosciamo bene che cosa vuol dire cristiano, che cosa è la cristianità, che cosa vuol dire l’ebraismo».
Ha sottolineato il riconoscimento dell’ebraismo e della cristianità da parte dell’Islam e ha insistito sulla necessità di conoscere le diverse tradizioni.
«Il problema non è la religione».
Per Samir la convivenza tra culture e confessioni passa dalla conoscenza reciproca e dalla solidarietà.
«Quando siamo umani siamo migliori. Quando ci allontaniamo dall’essere umani siamo i peggiori».
«La pace deve essere equa, non dei prepotenti»
La conversazione si è quindi spostata sulla situazione del Medio Oriente e sulla questione palestinese.
Liliana Di Masi ha sottolineato l’impressione suscitata dal racconto di Samir e la forza della sua esperienza personale.
La domanda è arrivata inevitabilmente al 2026: quando Samir arrivò in Italia negli anni Sessanta, avrebbe mai immaginato che, quasi sessant’anni dopo, la questione palestinese sarebbe stata ancora irrisolta?
La risposta è stata netta.
Samir ha ricordato le speranze legate agli accordi di Oslo, raccontando anche di aver avuto l’opportunità di tradurre per la Rai il discorso di Yasser Arafat alla Casa Bianca.
«Tutti quanti abbiamo sperato che Oslo potesse essere la porta di un accordo di pace. Invece è risultato la trappola più mortale della terra».
Da qui la riflessione sulla situazione attuale e sul ruolo delle istituzioni internazionali.
Nel corso della trasmissione, Samir ha espresso dure critiche nei confronti delle politiche israeliane e della gestione della questione palestinese, parlando di Gaza e della Cisgiordania.
Alla domanda sulla speranza, la risposta è stata:
«Sì, c’è una speranza se il popolo palestinese riuscirà a resistere ancora».
Per Samir, la terra non può essere ricondotta esclusivamente a una religione.
«Il palestinese è cristiano, il palestinese è musulmano, il palestinese è ebreo».
Ha inoltre ribadito che il problema, a suo giudizio, non è la religione ma l’utilizzo politico e criminale della violenza.
«La pace deve essere equa, non dei prepotenti».
Il confronto con la storia e le critiche alla politica internazionale
La discussione ha toccato anche i Balcani, la Russia, l’Iran, gli Stati Uniti e le conseguenze economiche delle sanzioni. È stato evidenziato come le conseguenze delle decisioni politiche ricadono spesso sulle popolazioni. La cosa peggiore, le vite umane, le si sta perdendo ovunque nel Medio Oriente. Gaza è stata «letteralmente rasa al suolo».
Il ragionamento si è poi concentrato sulle sanzioni contro la Russia e l’Iran.
Secondo Samir, le sanzioni hanno conseguenze che non colpiscono esclusivamente i governi destinatari, ma anche altri Paesi e popolazioni.
Ha quindi espresso critiche verso le classi dirigenti che, a suo giudizio, non perseguono gli interessi della «famiglia umana».
«Bisogna essere coraggiosi per dire che non seguiamo gli interessi estremisti di scelta politica. Siamo per la libertà, siamo per l’indipendenza dei popoli, i popoli che sanno resistere».
Netanyahu, Erdogan e il futuro del Medio Oriente
La conversazione è arrivata anche a Benjamin Netanyahu e al rapporto con la Turchia.
Alla domanda se Netanyahu voglia realmente provocare Recep Tayyip Erdoğan e arrivare a uno scontro con Ankara, Samir ha risposto:
«Netanyahu non decide assolutamente nulla. Netanyahu non decide, chiede».
Secondo Samir, il sistema israeliano sarebbe fortemente condizionato dal ruolo dell’esercito e dalla componente militarista.
Ha poi sostenuto che Netanyahu avrebbe soprattutto l’obiettivo di vincere le elezioni per garantirsi la possibilità di restare al potere.
Nel corso della trasmissione è arrivato anche un auspicio politico nei confronti di Donald Trump: «Speriamo proprio di no, che Trump riceva una bella lezione elettorale».
Il principio ribadito da Samir è quello della pace:
«Chi propina morte, chi propina distruzione non merita certo di governare dei popoli».
Da Roma al giornalismo internazionale
A Roma iniziò una nuova fase della vita di Samir.
«Sono venuto a Roma… sono tornato a Roma subito perché ho cominciato a lavorare».
Già durante gli studi aveva iniziato a fare traduzioni.
Una delle prime esperienze importanti fu quella di un convegno con esponenti del Vaticano sul ruolo della religione nella vita.
Samir ricorda il cardinale Casaroli e il complimento ricevuto alla fine del lavoro:
«Bravissimo, giovanotto».
La sua attività di traduttore lo portò poi anche davanti ai microfoni di Al Jazeera, dove si trovò a dover tradurre in tempo reale termini particolarmente complessi, come quello di «camerlengo».
La difficoltà della traduzione, ha spiegato, consisteva nel rendere comprensibile a un pubblico arabo un termine appartenente alla tradizione cattolica.
Il Camerlengo, come è stato spiegato durante la trasmissione, è il cardinale che amministra i beni temporali e l’ordinaria gestione della Santa Sede durante la sede vacante, occupandosi anche degli adempimenti successivi alla morte del Papa e dell’organizzazione del conclave.
Samir ha raccontato di aver cercato un’espressione comprensibile anche a un pubblico musulmano che non conoscesse quel termine: Il Camerlengo in Arabo Alyawar.
Il primo giornalismo e la corrispondenza da Roma
Il giornalismo arrivò quasi naturalmente.
Già dopo l’iscrizione all’Università per Stranieri di Perugia, Samir aveva iniziato a scrivere articoli sulla vita degli studenti arabi in Italia.
Raccontava «come vivevano gli studenti arabi», le difficoltà della lingua, la vita quotidiana, i problemi sugli autobus, le amicizie e l’inserimento nella società italiana.
«Ho scritto degli articoli: “Come vive lo studente”, “La difficoltà della lingua”, “La difficoltà di vivere nella società”, “Avere amicizia”».
Successivamente il percorso professionale si consolidò.
Samir racconta di aver lavorato anche nell’ambito della traduzione e dell’informazione politica, rappresentando la Palestina nelle proprie attività.
Era dirigente del GUPS, «dirigente eletto, non nominato», come ha voluto sottolineare con orgoglio.
A Roma, durante un incontro al Parco dei Principi, entrò in contatto con rappresentanti di diverse realtà del mondo arabo: libici, iracheni, siriani e altri.
Fu proprio in quell’ambiente che gli venne proposto di diventare corrispondente da Roma per il giornale kuwaitiano Al Watan.
«Posso mandare il tuo nome come candidato?», gli venne chiesto.
«Per fare che cosa?»
«Per farci da corrispondente da Roma».
«A partire da quando?»
«Da subito».
Samir accettò.
Dopo pochi giorni arrivò la documentazione per l’incarico e iniziò il lavoro di corrispondente a tempo pieno.
Scriveva gli articoli a mano, con i suoi quaderni, lavorando anche sulla lingua araba e sulla grammatica.
«Nell’articolo in arabo la grammatica è regina. Qualsiasi errore può mandare all’inferno».
Gli incontri con i grandi protagonisti della storia
La carriera di Samir lo ha portato a incontrare numerosi protagonisti della politica italiana e internazionale.
Ha ricordato Bettino Craxi, Giovanni Spadolini e Giorgio Napolitano, oltre a numerose personalità incontrate durante il lavoro giornalistico e diplomatico.
Ha seguito G7, riunioni dell’Unione Europea, vertici islamici in Kuwait e nel mondo arabo.
Ma uno degli aspetti più significativi del racconto riguarda il rapporto con Yasser Arafat.
«Arafat mi ha detto: ci vai tu con la delegazione libanese. Quando vieni a Cuba ci vediamo lì».
Antonio Nesci ha sottolineato la portata dell’affermazione: un rapporto diretto con una figura storica come Arafat.
Samir ha ricordato anche il lavoro svolto come interprete e traduttore in occasioni istituzionali di altissimo livello.
La moschea di Roma
Un’altra esperienza importante è stata quella legata all’inaugurazione della moschea di Roma.
«Sono stato il capo dell’ufficio stampa della cerimonia di inaugurazione della moschea».
Samir ha raccontato di aver seguito professionalmente l’accreditamento dei giornalisti italiani e internazionali.
Alla cerimonia parteciparono importanti rappresentanti del mondo islamico, compresa una delegazione saudita.
«Tutta la storia della moschea l’ho vissuta professionalmente in prima persona».
Il suo lavoro lo ha portato quindi a muoversi tra il mondo politico, quello religioso, il giornalismo italiano e quello internazionale.
«Non bisogna aspettare che una persona non ci sia più»
Nel corso della trasmissione, Antonio Nesci ha sottolineato un aspetto centrale dell’intervista: la volontà di raccontare una persona mentre è ancora protagonista della propria storia.
«Non bisogna attendere che una persona non ci sia più per celebrarla e per raccontarla».
Secondo Nesci, uno dei problemi della società contemporanea è fermarsi alla superficie, al titolo, al click, senza conoscere la costruzione umana e professionale che si trova dietro una persona.
Nel caso di Samir, la differenza è proprio nell’esperienza diretta.
«Tu non sei il corrispondente che parla di luoghi che non conosce, che si riempie la bocca di posti che non ha mai visto, di situazioni che non ha mai conosciuto».
Il Medio Oriente raccontato da Samir, è stato sottolineato durante la trasmissione, nasce da una conoscenza vissuta, da relazioni personali, colleghi, viaggi e decenni di esperienza.
«Questo non si trova su internet. Questo si vive».
Samir ha risposto spiegando il peso della responsabilità giornalistica.
«Io ho lavorato sempre con il massimo rispetto delle leggi italiane».
Ha poi ricordato di aver lavorato con diversi governi e di aver avuto l’onore di tradurre per la Rai e per Silvio Berlusconi in occasione di incontri con capi di Stato arabi.
Il rapporto con la comunità ebraica
La conversazione ha toccato anche il rapporto di Samir con la comunità ebraica di Roma.
Il giornalista ha raccontato di avere avuto rapporti personali e professionali con persone appartenenti al mondo ebraico e ha ricordato una sua amica israeliana ed ebrea.
Ha poi rievocato una frase attribuita ad Arafat: «Conquistare la vittoria è molto facile, ma conservarla a lungo è molto difficile, è quasi impossibile».
Una frase che, ha ricordato Samir, sarebbe stata pronunciata nel contesto dei suoi rapporti con esponenti politici palestinesi e italiani.
«La pace» nella parola Gerusalemme
Uno dei passaggi più simbolici della conversazione ha riguardato la parola «pace».
Nesci ha ricordato una riflessione già condivisa con Maria Grazia Falcone, responsabile dell’ufficio stampa del Ministero del Turismo in Italia, a proposito del significato della parola Gerusalemme.
La domanda rivolta a Samir è stata se la pace rappresenti una radice della cultura araba.
La risposta è stata legata alla parola salam.
«As-salāmu ʿalaykum», ha ricordato Samir, significa «la pace sia con voi».
Ha sottolineato che formule legate alla pace sono presenti nelle diverse tradizioni religiose e culturali della regione.
«Jerusalem è la città della pace».
Samir ha quindi insistito sul valore universale della pace e sulla necessità di contrastare ciò che definisce la corruzione dell’essere umano.
«La cosa che bisogna evitare nell’Islam è la corruzione… perché rovinano la persona e rovinano le altre».
Il filo conduttore torna ancora una volta alla solidarietà umana.
Il bambino Samir e il ricordo della Palestina
A quel punto l’intervista è tornata indietro nel tempo, all’infanzia.
«Chi era Samir da bambino? Cioè tu che ricordi hai della Palestina?».
Samir ha raccontato alcuni ricordi della propria infanzia nella città di Zarqa, in Giordania, legati anche alla figura di una maestra dell’asilo, Umm Amjad.
Ha ricordato il modo in cui venivano utilizzati i nomi e i rapporti di parentela nella cultura araba, come forma di rispetto.
Ha poi parlato del primo incontro con la comunità drusa e delle diverse realtà religiose e culturali conosciute durante la sua crescita.
Un ricordo particolare riguarda il nonno materno, ex funzionario delle ferrovie dell’Hegiaz, le vecchie ferrovie ottomane.
Il racconto è passato anche attraverso i sapori della memoria.
Samir ha ricordato una pasticceria di Zarqa e i dolci di Zalatimo, che aveva avuto modo di riassaggiare molti anni dopo, tornando in Giordania negli anni Novanta.
«Credo di averla fatta assaggiare, che è una cosa meravigliosa».
La responsabilità di raccontare
Il ritorno al presente ha riportato il discorso sulla professione.
Antonio Nesci ha definito Samir un «testimone vero del tempo», sottolineando che la sua forza non risiede soltanto nella conoscenza teorica del Medio Oriente, ma nell’aver vissuto direttamente le realtà di cui parla.
Samir ha confermato il peso di questa responsabilità.
La sua attività giornalistica, ha spiegato, è sempre stata accompagnata dal rispetto delle leggi italiane e dalla consapevolezza del ruolo che ricopriva.
Nel corso della sua carriera ha incontrato ministri, primi ministri, capi di Stato, rappresentanti religiosi e dirigenti politici.
Ha tradotto, seguito vertici internazionali e raccontato per decenni il mondo arabo e il Medio Oriente.
L’appello finale: «Siamo una famiglia umana»
Nella parte conclusiva della trasmissione, Liliana Di Masi ha espresso la propria ammirazione per Samir.
«È una persona davvero…», ha iniziato, sottolineando la sua capacità di trasmettere conoscenze e di raccontare ciò che sa con grande partecipazione.
«Come professoressa, valoro sempre la generosità di trasmettere conoscenze», ha detto Liliana. «Questa generosità che può parlare di qualsiasi tema e sento che non occulta nulla, che dice tutto ciò che sa, che trasmette tutto ciò che sa in una forma molto sentita e molto chiara».
Antonio Nesci ha quindi rilanciato il concetto di una «famiglia umana» senza confini linguistici, religiosi o geografici.
«La stessa lingua. Quella della pace, quella dell’umanità, quella dell’amore, è una lingua universale».
Liliana ha poi concluso con un messaggio rivolto al mondo:
«Oggi è stato un programma di apprendimento assoluto, di un messaggio squisito al mondo».
E ha aggiunto: «Non ho finito di capire perché il mondo non può essere migliore, perché l’uomo non può rispettare l’uomo».
Il programma si è concluso con un ultimo messaggio rivolto alla pace e alla dignità umana.
La storia di Samir Al Qaryouti, partita da Ramallah e passata attraverso la Giordania, Perugia, Bologna e Roma, diventa così anche il racconto di una vita trascorsa nel giornalismo e nel rapporto tra mondi diversi.
Una vita nella quale la professione, la cultura, la politica, la religione e l’esperienza personale si sono intrecciate per oltre mezzo secolo.
E, soprattutto, una storia che Samir ha scelto di raccontare da italiano, senza rinunciare alle proprie radici palestinesi.
«Quando siamo umani siamo migliori. Quando ci allontaniamo dall’essere umani siamo i peggiori».
