Nepal, tre italiani irreperibili nel disastro: Marco Ratto e una coppia italo-svizzera. Oltre 360 morti, si teme una seconda ondata
È ancora emergenza massima tra Nepal e Tibet, dove una devastante ondata di acqua, fango, ghiaccio e detriti ha travolto villaggi, strade, ponti e infrastrutture lungo il confine himalayano. Il bilancio continua a cambiare di ora in ora e, soprattutto, resta ancora impossibile stabilire con certezza il numero complessivo delle vittime e dei dispersi.
Secondo gli ultimi conteggi diffusi dalle autorità dei due Paesi, i morti sono almeno 362, mentre le persone considerate irreperibili sono oltre un migliaio. Il dato complessivo comprende però bilanci separati forniti da Nepal e Cina e non è ancora possibile escludere sovrapposizioni tra gli elenchi.
La tragedia ha coinvolto anche numerosi turisti stranieri che si trovavano lungo una delle principali rotte tra Nepal e Tibet, utilizzata da escursionisti, gruppi organizzati e pellegrini diretti verso il monte Kailash e il lago Manasarovar.
Tre italiani ancora irreperibili
In questo quadro drammatico, la Farnesina ha confermato che sono tre gli italiani ancora irreperibili.
Il primo è Marco Ratto, 50 anni, originario di Rapallo, titolare di una storica attività di orologeria e oreficeria. Ratto era partito da solo dopo Ferragosto per un viaggio organizzato con un tour operator internazionale ed era appassionato di trekking e montagna.
L’uomo si trovava in uscita dal Nepal verso il Tibet. L’agenzia cinese che avrebbe dovuto prendere in carico il gruppo ha riferito di aver perso i contatti con lui al valico di frontiera. La stessa circostanza è stata successivamente comunicata alla famiglia dall’agenzia nepalese.
Gli altri due casi riguardano una coppia italo-svizzera identificata dalle iniziali L.B. e P.M., in viaggio dal Tibet verso il Nepal. I nomi completi non sono stati diffusi ufficialmente. La Farnesina precisa che, in questo caso, non sono disponibili i riferimenti dell’agenzia di viaggio e non è ancora confermato che la coppia abbia effettivamente attraversato il confine.
La situazione degli italiani è quindi ancora oggetto di verifiche. Nelle prime ore dell’emergenza erano una decina i connazionali considerati irreperibili, ma le verifiche dell’Unità di crisi hanno progressivamente ristretto i casi a tre situazioni specifiche.
Due italiani sono stati salvati
C’è anche una buona notizia.
Valentina Piccinini e Stefano Lotumolo sono stati individuati e tratti in salvo insieme ad altri 25 turisti stranieri nelle aree di Timure e Bhote Koshi, nel distretto di Rasuwa, una delle zone maggiormente colpite dalla piena.
I due italiani sono stati assistiti dalle autorità nepalesi e risultano in condizioni tali da poter proseguire il viaggio verso Kathmandu.
Su indicazione del ministro degli Esteri Antonio Tajani, la Farnesina ha inoltre disposto il rafforzamento della presenza italiana sul posto con l’invio di personale da New Delhi a Kathmandu, per seguire l’emergenza e assistere i connazionali.
Una catastrofe che ha cancellato strade e ponti
La forza dell’acqua è stata devastante.
Le immagini provenienti dalle vallate mostrano ponti completamente distrutti, strade trasformate in fiumi di fango, abitazioni sommerse e veicoli trascinati via dalla corrente. Interi tratti della viabilità sono stati cancellati e numerose comunità sono rimaste isolate.
La piena ha inoltre colpito infrastrutture energetiche e strutture fondamentali per i collegamenti commerciali tra Nepal e Tibet. Nel giro di pochi minuti l’acqua, mescolata a rocce e detriti, ha trasformato i corsi d’acqua in vere e proprie pareti di fango capaci di spazzare via tutto ciò che incontravano.
La situazione è particolarmente critica nel distretto nepalese di Rasuwa, ma gli effetti della catastrofe si sono propagati molto più a valle, interessando anche altri distretti.
La corsa contro il tempo dei soccorritori
Le operazioni di soccorso proseguono senza sosta. Squadre dell’esercito, della polizia, della polizia armata, delle autorità locali e della Tourist Police stanno cercando dispersi, evacuando le persone rimaste isolate e verificando gli elenchi dei turisti presenti nell’area.
Gli elicotteri rappresentano in molti casi l’unico mezzo per raggiungere le località più difficili, perché diverse strade sono state distrutte o rese impraticabili da fango e detriti. Le squadre di soccorso devono inoltre muoversi con estrema cautela per il rischio di nuove frane e improvvisi innalzamenti del livello dei fiumi.
La difficoltà maggiore è rappresentata proprio dall’estensione dell’area colpita. Non tutte le località sono state ancora raggiunte e questo significa che il bilancio delle vittime potrebbe aumentare ulteriormente.
La causa: il collasso di un ghiacciaio
Dopo le prime ipotesi, che avevano collegato l’evento anche a un terremoto, l’ipotesi oggi maggiormente accreditata è quella del crollo di una parte di un ghiacciaio himalayano, seguito da una gigantesca colata di ghiaccio, roccia e detriti.
L’Istituto geologico statunitense, USGS, ha indicato il collasso glaciale come causa dell’evento e ha spiegato che il terremoto registrato nell’area sarebbe stato una conseguenza del collasso e della successiva colata di detriti, non la causa primaria della catastrofe.
Secondo le ricostruzioni degli esperti, una enorme massa di ghiaccio e roccia sarebbe precipitata nel corso del Lhende Khola, provocando uno sbarramento temporaneo. L’acqua accumulatasi a monte avrebbe quindi trovato improvvisamente una via verso valle, generando un’ondata devastante nel sistema fluviale del Bhotekoshi e successivamente del Trishuli.
Gli scienziati stanno ancora studiando la dinamica esatta dell’evento e non è escluso che abbia avuto un ruolo anche il cedimento di un lago glaciale.
Il cambiamento climatico tra i fattori di rischio
Gli esperti invitano anche a considerare il contesto climatico dell’Himalaya.
L’aumento delle temperature sta accelerando la fusione dei ghiacci e può contribuire a rendere più instabili i versanti di alta montagna, aumentando il rischio di eventi a cascata: fusione dei ghiacciai, distacco di masse di roccia e ghiaccio, formazione di sbarramenti naturali e improvvise onde di piena.
Questo non significa attribuire automaticamente il singolo disastro al cambiamento climatico, ma gli scienziati sottolineano che il riscaldamento dell’area himalayana sta modificando le condizioni di stabilità di ghiacciai e montagne.
L’incubo di una seconda ondata
Ed è proprio questo il nuovo pericolo che tiene in allarme le autorità.
La gigantesca quantità di materiale precipitata nei corsi d’acqua ha creato sbarramenti naturali e laghi temporanei. In particolare, le autorità cinesi stanno monitorando un lago formatosi a monte del porto di Gyirong, in Tibet.
Il timore è che lo sbarramento possa cedere improvvisamente oppure essere superato dall’acqua, provocando una nuova piena nelle aree situate più a valle.
Il ministero cinese delle Risorse idriche ha quindi rafforzato il monitoraggio idrologico e le previsioni nella zona. Le autorità hanno lanciato l’allarme proprio per evitare che una nuova ondata possa sorprendere soccorritori e popolazione già colpita dalla prima catastrofe.
Il rischio è particolarmente grave perché una nuova piena arriverebbe in un territorio già devastato, con ponti distrutti, strade interrotte e persone ancora isolate.
Un bilancio ancora provvisorio
Il quadro resta dunque estremamente fluido.
Da una parte ci sono centinaia di vittime già accertate e oltre un migliaio di persone che risultano ancora irreperibili nei conteggi complessivi di Nepal e Cina. Dall’altra, le operazioni di soccorso stanno consentendo di riportare in salvo alcune persone che inizialmente erano state considerate disperse.
La stessa Farnesina sottolinea la necessità di procedere con cautela nell’interpretazione degli elenchi, perché i dati provenienti dai tour operator possono essere incompleti o imprecisi e non è sempre possibile stabilire se una persona abbia effettivamente attraversato il confine.
Per le famiglie degli italiani ancora senza notizie, però, il tempo assume un significato diverso.
Marco Ratto, L.B. e P.M. restano irreperibili. Per loro e per tutti gli altri dispersi continua una corsa contro il tempo, mentre in Nepal e sul versante tibetano i soccorritori devono affrontare non soltanto la devastazione provocata dalla prima ondata, ma anche il rischio concreto che la montagna possa nuovamente riversare acqua, ghiaccio e detriti nelle vallate.
