Le parole che non ci sono

Le parole che non ci sono
Vincenzo Calafiore
28 Agosto 2026 Udine-FVG-ITALY
“ … se ci fossero le parole
per raccontare una vita fatta
di poche ed essenziali cose.
Una vita perneata dalle ore davanti
a una scrivania a scrivere, leggere,
una vita felice, bellissima.
Tanto bella, tanto fraggile, di lunghi silenzi
dove è stato possibile l’incontro dei vuoti,
delle assenze, dei ricordi dimenticati come bagagli
in una desolata e lontana stazione dalla realtà, cupa e opprimente,
tanto da renderla infelice.
Ma in verità io non so cosa sia la felicità
e l’ho da sempre immaginata e paragonata al mare.
Non quel mare tanto meraviglioso, tanto vero, tanto
romantico, tanto morte … ma quel mare vasto e profondo,
profondo quasi quanto l’anima!
E’ qui che io vivo, e qui ogni giorno incontro i miei fantasmi,
i miei sogni irrealizzati, …. non so cosa sia la – felicità –
ma la penso e immagino leggera e frizzante, come l’onda
quando arriva, quando muore sulle orme che la fantasia
ha lasciato la notte prima dell’alba! Io non so cosa sia la felicità ! “
Vincenzo Calafiore
Se ci fossero le parole per raccontare una vita fatta di poche ed essenziali cose. Una vita perneata dalle ore davanti
a una scrivania a scrivere, leggere, una vita felice, bellissima.
Tanto bella, tanto fraggile, di lunghi silenzi
dove è stato possibile l’incontro dei vuoti, dei fallimenti, delle sconfitte,
delle assenze, dei ricordi dimenticati come bagagli in una desolata e lontana stazione dalla realtà, cupa e opprimente, tanto da renderla infelice. Ma in verità io non so cosa sia la felicità e l’ho da sempre immaginata e paragonata al mare. Non quel mare tanto meraviglioso, tanto vero, tanto romantico, tanto morte … ma quel mare vasto e profondo, profondo quasi quanto l’anima!
E’ qui che io vivo, e qui ogni giorno incontro i miei fantasmi,
i miei sogni irrealizzati, …. non so cosa sia la – felicità –
ma la penso e immagino leggera e frizzante, come l’onda
quando arriva, quando muore sulle orme che la fantasia
ha lasciato la notte prima dell’alba! Io non so cosa sia la felicità !
Mi muovo nel silenzio della solitudine e ho tutto il tempo per pensare, ma vorrei parlare e non trovo un – umano – per poterlo fare. A volte parlo da solo e lo faccio come se mi trovassi su un palcoscenico completamente al buio, un teatro in cui vola la mia voce rauca e possente, a fatica cerco di rimanere sul filo di lana che mi lega con una platea distratta da altre cose, disattenta e ignorante delle parole che l’attraversano, stuzzicano l’anima.
La voce si contrae, si commuove, si emoziona sentendone il peso e invece di volare va posandosi nei luoghi più disparati, È il deserto umano, su cui piovono parole, si trasforma in un immenso specchio che riflette il cielo ipocrita e ignorante.
Sono come una nave alla deriva in cerca di onde per affondare o vivere!
Mi servirebbe più che le parole che non ci sono, un sussulto di riflessione o un rinnovato periodo assiale che sappia trascendere grandezze e miserie di questa mia senile contemporaneità in un tutto ricomposto, carnale, emotivo, sentimentale, irrazionale, morale, spirituale.
Le parole servono quanto la passione confondente ma unificnte, come bisturi mentale che nel dividere distingue e come il senso che il male non è il bene.
Io non ho una maschera.
Penso che ciascun essere umano dovrebbe mirare a trasformarsi da maschera stereotipa a individuo irrepetibile, unico, eppure ricollegato
all’olon che giace frustato in noi.
Mi piace questa vita, mi piace quel poco che mi dà, è tanto! Mi piace la poesia che è in me e di come la guardo, la vivo. Mi piacciono le parole che ho e non riesco a dire, mi piace l’amore che do anche se non contraccambiato, amo la mia solitudine.
Amo la mia ombra che qualche volta perdo per ritrovarla incantata da un sogno.
Amo questa mia vita che mi permette di pronunciare ancora in un teatro vuoto:
“ Ego Sum “ !
Mi salva dalle procelle, anche dalle più devastanti. E non mi importa quanto abbia vissuto o potrò vivere ancora, importa come!
Quando capirò di essere stanco di questa generale decadenza dell’umanità e voglio continuare a vivere, dovrò per forza maggiore rifugiarmi alla Francia del 1830 di Filippo D’Orleans… esordio della nostra civiltà ormai nell’urna ceneraria.
Restano maledettamente stupidi come lettere maiuscole, cuoricini e sorrisetti ipocriti, pollici alzati, bacetti e mani giunte … è un vero degrado!
E’ proprio di quella straordinaria commedia umana, oggi non c’è più.
Non c’è regresso o progresso che tenga, è già tardi per il primo e non è ancora il tempo per il secondo.
Questo progresso aiuta più se stesso piuttosto che gli umani. La decadenza a cui assisto non è una pausa, è un’evoluzione continua, è un’assenza di spartito e di note, un vuoto di civiltà, un destino noto e l’altro neppure intravisto!
