Quando il merito non basta più: perché i militari guardano alla vita civile
di Paolo Fedele *
C’è un motivo di cui si parla ancora troppo poco quando si racconta l’esodo dei militari verso la carriera civile: la sensazione che, per fare carriera, il merito da solo non basti.
Anni di servizio, titoli, corsi, qualifiche, sacrifici e responsabilità possono sembrare improvvisamente meno importanti di un altro fattore: essere nel posto giusto, conoscere le persone giuste, essere abbastanza vicini a chi decide.
Non è corretto trasformare questa percezione in un’accusa generalizzata di favoritismo. Ma è un malessere che non può essere ignorato.
Anche la recente stretta della Difesa sui riconoscimenti e sulle ricompense, che devono essere riservati a comportamenti realmente eccezionali e non diventare una semplice conseguenza dell’ordinario assolvimento dei propri compiti, rappresenta un segnale importante.
Non prova da sola l’esistenza di un malcontento, ma testimonia la volontà di rendere il sistema più rigoroso, selettivo e credibile.
E qui emerge una contraddizione: se il riconoscimento del merito diventa sempre più difficile, il sistema deve essere altrettanto trasparente nel dimostrare perché qualcuno lo merita e qualcun altro no.
Il problema diventa devastante quando un militare vede davanti a sé una carriera che si blocca mentre altri, magari con meno titoli o meno esperienza, sembrano avanzare più velocemente.
È qui che nasce la frustrazione.
Perché continuare a sacrificarsi se il riconoscimento non arriva?
La divisa chiede disciplina, disponibilità, trasferimenti, rinunce e responsabilità.
Ma in cambio deve garantire almeno una cosa: la convinzione che il proprio lavoro venga
valutato con criteri chiari e uguali per tutti.
E quando questa fiducia viene meno, il mondo civile diventa improvvisamente più attraente.
Fuori dall’uniforme, un titolo può avere un valore concreto.
Una specializzazione può diventare uno stipendio migliore. L’esperienza può trasformarsi in una nuova carriera.
Dentro la divisa, invece, il militare rischia di chiedersi se il proprio impegno venga davvero visto.
Non è soltanto un problema di soldi. È un problema di dignità professionale.
Perché il vero esodo comincia molto prima della domanda di congedo.
Comincia nel momento in cui un militare smette di credere che, in quella carriera, il merito sia ancora sufficiente per andare avanti.
* Paolo Fedele (Vice Segretario Nazionale USIM)
