Franco Torchia denuncia: «Otto ore al pronto soccorso di Lamezia dopo un incidente. È normale tutto questo?»

Una vettura sbalzata fuori strada dopo un tamponamento, l’impatto contro una recinzione sostenuta da pali di cemento, un’auto quasi distrutta e una ragazza portata al pronto soccorso per accertamenti. Poi una lunga, interminabile attesa, durata fino a tarda sera. È il racconto dello storico Franco Torchia, che ha affidato ai social la testimonianza di una giornata vissuta accanto alla figlia Silvia al Pronto soccorso del Presidio ospedaliero di Lamezia Terme.

Una vicenda che Torchia racconta con rabbia, preoccupazione e, alla fine, anche con riconoscenza nei confronti del medico che ha preso in carico la ragazza. Un’esperienza personale che diventa però, nelle parole dello storico, una riflessione più ampia sulle condizioni della sanità calabrese e sulle difficoltà quotidiane che pazienti e familiari sono costretti ad affrontare nei pronto soccorso.

L’incidente e la corsa in ospedale

Tutto comincia con un incidente stradale che avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche.

Alla guida dell’automobile c’è la figlia di Torchia, Silvia. Dopo un tamponamento, la vettura finisce fuori strada e viene sbalzata contro una recinzione sostenuta da pali di cemento. L’impatto è violento e l’automobile rimane quasi distrutta.

«Un miracolo!», scrive lo storico, sottolineando la fortuna della ragazza.

Nonostante non presenti, almeno apparentemente, traumi evidenti, la famiglia decide comunque di recarsi al pronto soccorso per una valutazione medica. Una scelta dettata dalla prudenza, considerando la dinamica dell’incidente e lo stato di agitazione della ragazza dopo il forte spavento.

Al suo arrivo in ospedale viene effettuata una prima valutazione delle condizioni generali, viene misurata la pressione e vengono raccolte le informazioni sull’incidente. Silvia riceve quindi un codice azzurro.

Poi, secondo il racconto di Torchia, comincia una lunga attesa.

Dalle 13 alle 20.45: «Il vuoto»

È proprio questo il passaggio che maggiormente colpisce nel racconto dello storico.

«Dalle ore 13.00 alle ore 20.45», scrive Torchia, descrivendo quasi otto ore trascorse nel pronto soccorso senza che la figlia venga sottoposta agli accertamenti che la famiglia ritiene necessari dopo l’incidente.

«Nessuno che pensi a lei e al suo stato di agitazione ed ansia per il colpo subito. Il vuoto! Lasciata sola a rimuginare sull’incidente».

Le ore passano lentamente. Nella sala d’attesa, racconta Torchia, si accumulano pazienti e familiari. La tensione cresce e il disagio diventa sempre più evidente.

Il suo racconto restituisce l’immagine di una sala d’attesa dove la pazienza viene progressivamente sostituita dall’esasperazione.

C’è chi protesta, chi rimane in silenzio, chi cerca inutilmente informazioni, chi decide di rinunciare alla visita e andare via. E c’è anche chi, racconta Torchia, arriva al limite della sopportazione.

«Chi vorrebbe spaccare tutto e viene trattenuto dai parenti», scrive lo storico.

Nel frattempo arrivano altri pazienti, anche in ambulanza, che vengono sistemati su barelle o sedie a rotelle.

La tensione cresce

La situazione, secondo la testimonianza, diventa sempre più difficile da gestire.

Una guardia giurata cerca di calmare gli animi delle persone più agitate, mentre alcuni familiari tentano di ottenere informazioni sui propri cari oltre la vetrata del pronto soccorso.

Poi viene chiamata anche la polizia.

Il quadro descritto da Torchia è quello di una struttura sotto pressione, nella quale pazienti e familiari attendono risposte che tardano ad arrivare.

«C’è sconforto e rabbia in tutti», racconta.

E nel frattempo il tempo continua a scorrere.

Le 20.45 diventano le 21.00.

Otto ore dall’arrivo.

Ed è proprio a questo punto che Torchia rivolge pubblicamente la sua domanda al presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto:

«È normale?»

Una domanda che rappresenta il cuore della sua denuncia.

«Dove sono quelli che parlano di eccellenza?»

Nel suo lungo sfogo, Torchia allarga il discorso dalla propria esperienza personale alla situazione complessiva della sanità calabrese.

La sua critica è dura. Lo storico contesta l’immagine di una sanità regionale raccontata come un sistema di eccellenza e chiede se chi sostiene questa versione abbia mai vissuto personalmente l’esperienza di un pronto soccorso.

«Sono stati mai in un PS? No!», scrive.

È una provocazione, naturalmente, che nasce dalla frustrazione di chi in quel momento si trova dall’altra parte della porta: non nelle stanze decisionali, ma in una sala d’attesa, insieme a persone anziane, familiari preoccupati, pazienti doloranti e cittadini che chiedono semplicemente di essere visitati.

Torchia parla di una sanità nella quale, a suo giudizio, le persone comuni finiscono per pagare il prezzo delle carenze organizzative.

E il suo pensiero torna alla figlia.

«Andiamo via o rimaniamo?»

Con il passare delle ore, la famiglia si trova davanti a un dilemma: continuare ad aspettare oppure andare via.

«Andiamo via o rimaniamo? Difficile prendere una decisione», racconta.

Il problema è che l’alternativa all’attesa è rinunciare agli accertamenti dopo un incidente stradale.

Così si resta.

Ancora.

Fino a quando, dopo ulteriori ore, arriva finalmente una svolta.

Alle 23 la Tac

La svolta arriva quando Silvia, ormai stremata, manifesta apertamente la propria disperazione.

«Finalmente, tra minacce di abbandonare e rimandare ancora di cinque minuti, il suo pianto allo sportello ha convinto una signora che, dopo l’abbandono di altri, ha deciso di farla entrare per la Tac».

Sono circa le 23.

Sono trascorse circa dieci ore dall’arrivo in ospedale.

La Tac, fortunatamente, porta la notizia più importante dell’intera vicenda: non vengono riscontrate conseguenze legate all’incidente.

Silvia non ha riportato traumi visibili. Restano però lo spavento, l’agitazione e le conseguenze fisiche dello sbalzamento all’interno dell’automobile.

E c’è soprattutto la consapevolezza di essere stata fortunata.

Il medico si scusa per l’attesa

A quel punto il racconto di Torchia cambia tono.

Dopo ore di rabbia e frustrazione, arriva infatti il momento della riconoscenza.

Silvia incontra un medico che, racconta lo storico, cerca di ricostruire la dinamica dell’incidente e le spiega quanto sia stata fortunata.

Prima di congedarla, le raccomanda di riposare e le somministra una puntura contro i dolori.

Ma soprattutto fa una cosa che colpisce profondamente Torchia: si scusa per la lunghissima attesa.

Un gesto semplice, ma che nella ricostruzione dello storico assume un valore particolare.

«Un gesto significativo che rimane e spazza via ogni difficoltà. Grazie».

È anche la parte più umana della testimonianza. Perché Torchia, pur denunciando con forza ciò che considera una situazione inaccettabile, non attribuisce la responsabilità della crisi ai singoli operatori.

«Il personale è allo stremo»

Anzi, nella parte conclusiva del suo racconto riconosce esplicitamente le difficoltà di chi lavora dentro il pronto soccorso.

«Il personale è allo stremo e poveretti non sanno come farvi fronte», scrive.

La sua critica, dunque, riguarda soprattutto un sistema che sembra non avere risorse sufficienti per rispondere alla domanda di assistenza.

Torchia racconta anche un altro particolare: parenti di anziani e persone arrivate al pronto soccorso sarebbero costretti a cercare autonomamente sedie a rotelle per accompagnare i propri familiari all’interno.

Un’immagine che, secondo lo storico, fotografa una situazione nella quale le carenze organizzative finiscono per trasferire una parte del peso dell’assistenza direttamente sulle famiglie.

La denuncia e il ringraziamento

A mente fredda, dopo una notte trascorsa a riflettere sullo scampato pericolo e sull’esito della Tac, Torchia torna sulla vicenda.

La domanda resta la stessa: è normale che un paziente coinvolto in un incidente debba attendere fino alle 23 per riuscire a effettuare una Tac?

Lo storico non nasconde la propria rabbia, ma precisa anche il significato della sua testimonianza.

«Ho voluto raccontare una verità e cercare di sfogare la mia rabbia mentre pensavo di capire lo spirito di chi soffre e si trova in quella situazione di difficoltà e disagio».

Una denuncia che, nelle sue intenzioni, vuole dare voce a chi ogni giorno si trova a vivere situazioni analoghe.

«Tutti nella vita, nostro malgrado, abbiamo esperienze di questo genere», scrive.

E alla fine torna il ringraziamento rivolto a chi ha mostrato solidarietà.

«Avere solidarietà è non sentirsi soli in questi calvari quotidiani che la gente normale deve vivere».

Una vicenda che riapre il tema della sanità calabrese

Il racconto di Franco Torchia, naturalmente, è la testimonianza di una singola esperienza e non consente da solo di fotografare l’intero funzionamento del pronto soccorso di Lamezia Terme o della sanità calabrese.

Ma pone una questione che va oltre il singolo episodio: quanto può essere lunga l’attesa in un pronto soccorso prima che un paziente riesca a ricevere gli accertamenti ritenuti necessari? E quanto possono incidere le carenze di personale sull’assistenza?

Nel caso raccontato da Torchia, la storia ha avuto fortunatamente un esito positivo.

Silvia è tornata a casa dopo gli accertamenti, stanca e provata ma tranquilla. La Tac ha escluso conseguenze dell’incidente.

Rimane però il ricordo di una giornata iniziata con un’auto distrutta contro una recinzione e terminata soltanto a tarda notte, dopo ore trascorse ad aspettare.

E rimane quella domanda indirizzata da Torchia alla Regione: «È normale tutto questo?»

Una domanda che, al di là della singola vicenda, investe direttamente il tema dell’efficienza dei servizi di emergenza e urgenza e delle condizioni nelle quali ogni giorno lavorano medici, infermieri e operatori sanitari.

«I calabresi non meritano tutto questo», conclude lo storico.

E, dopo aver raccontato la propria rabbia, sceglie di chiudere con le parole più importanti: Silvia è stata fortunata, la Tac ha escluso conseguenze e un medico, alla fine, ha trovato il tempo per ascoltarla, curarla e persino chiederle scusa per l’attesa.

Una piccola prova di umanità dentro una notte che, per una famiglia arrivata in ospedale dopo un incidente, sembrava non finire mai.