Il Canto del cardellino

“… mai potrò dimenticare

quelle estati con te su quel pianoro

ove ci fermavamo ad ascoltare

i canti dei cardellini e la risacca.

Innocenti e incantati, persi

l’uno negli occhi dell’altra, ignari

di cosa la vita, poi, ci avrebbe riservato: la felicità, l’amore!

Mi piaceva chiamarti da lontano con le note

del mio violino, tu le sentivi dalla tua finestra,

e subito dopo arrivavi correndo tra le bionde

spighe di grano, che ti confondevano e ti

facevano ogni volta apparire…. eravamo

felici, siamo stati, lo siamo ancora! “

Vincenzo Calafiore

Ero stordito da quella dolce serenata d’amore a New York: quelle storie che parlavano dell’innocenza dei giovani, del loro correre all’impazzata per le vie della vita.

Elena dopo averla ascoltata domandò se poteva mettere un disco. < Il nostro primo disco >, disse quasi scandendo le parole… osservavo dalle persiane accostate il campanile della chiesa, i tetti delle case e i vicoli stretti. Pensai per un momento alle nuvole d’inverno. Certi pomeriggi, quando mi alzavo dalla scrivania, le fissavo con intensità e ansia come accade quando si aspetta l’arrivo di una persona cara.

Avevo voglia di accarezzarle con la mano, prenderle e metterle in tasca, tanto erqno basse e vicine. Avrei voluto fissarle per terra come quando giocavo con lei con le figurine degli animali. Avevo la tentazione di riempire le strade vuote e cupe, i vicoli deserti, le case abbandonate.

Ricordo ancora come fosse ieri quella serata a casa del mio amico Salvatore in compagnia di Elena e Marika conosciuta al Conservatorio. Ricordo il primo bacio sottocasa vicino a una fontanella, ricordo come lei tremava tra le mie braccia,mentre ci baciavamo.

Quella terra sdraiatatra dalle colline, al mare: “ La Pianura dei cardellini”, noi la chiamavamo “ Il pianoro “, che degradando dolcemente raggiungeva il mare, era vasta e vi cresceva il grano. I contadini dicevano che quel grano era il migliore. Al centro di essa sorgeva maestosa la vecchia quercia, noi del paese la chiamavamo: “ La Grande Madre “, tra le sue fronde trovavano riparo passeri e cardellini, ove nidificano pure; nella sua ombra durante le giornate infuocate, riparavano le giumente e contadini per riposare.

Mio padre era nato lì, a Bova e mia madre a Milano, si conobbero un’estate e non si lasciarono più. Sono nato a Milano, ma tutte le estati tornavamo al paese, così fino alla morte dei miei genitori. Non ho mai smesso di tornarci, anzi vivevo più in Calabria che a Milano in cui tornavo solo per i concerti alla Scala.

Tu la conoscevi bene quella pianura, capivi il suo respiro, falciavi il grano assieme alla tua famiglia; io ero lì con te, come quando giocavamo da bambini, e suonavo soltanto per te.

L’estate del ’68 ero tornato in paese, come ogni anno con il 33 giri, te lo feci ascoltare mentre eravamo sdraiati a letto; c’era nell’aria l’incanto dell’amore, ci amavamo sempre più, ma vivevamo tempi sfasati: Io a Milano per le prove, prima del concerto e tu in paese.

Quel disco aveva accompagnato le mie notti belle e silenziose, lunghe e solitarie, mentre aspettavo l’alba per rivederti Elena.

Divenne la colonna sonora della nostra vita, di paesaggi sfrangiati e con la donna che amavo, di rughe chiuse e desolate di un bisogno di vita così come i canti di partenza e di distacco lo erano stati, alla stazione ferroviaria… poi i pianti silenziosi sulle rotaie e un treno che correva veloce verso Milano.

L’aria a Milano in certi giorni è irrespirabile quando mi recavo al Conservatorio con la custodia del violino a tracolla.

Mi sono ammalato, i miei polmoni erano diventati un po’ pigri. Fu così che il mio medico mi consigliò di respirare il mare, ecco perchè cominciai a fare il pendolare sia d’estate che d’inverno da Milano a Bova.

Mai potrò dimenticare quelle estati con te su quel pianoro ove ci fermavamo ad ascoltare i canti dei cardellini e la risacca. Innocenti e incantati, persi

l’uno negli occhi dell’altra, ignari di cosa la vita ci riservava. Mi piaceva chiamarti da lontano con le note del mio violino, tu le sentivi dalla tua finestra,

e subito dopo arrivavi correndo tra le bionde spighe di grano, che ti confondevano e ti facevano ogni volta apparire…. come da una fiaba eravamo

felici, siamo stati, lo siamo ancora!

Ti ricordi? Tra aprile e la fine di agosto nascevano i cardellini, noi ogni giorno andavamo a sdraiarci sotto il ramo dove c’era il nido ad aspettare per sentire il loro primo canto.

E la festa della mietitura del grano in paese? Quanti balli abbiamo fatto e quanti baci ci siamo dati!

I mesi che più adoravo erano giugno e luglio, il pianoro si animava, le famiglie mietevano il grano , gli uomini caricavano i covoni sui carri trainati dai buoi che portavano nei cortili di casa, dove venivano battuti.

Io ero lì con te, all’ombra della grande “ Madre “ l’antica quercia; suonavo per te le più belle melodie. Ti seguivo, ti guardavo sempre più innamorato con le nostre vite intrecciate da un grande amore, proprio come i passeri e i cardellini dividevano la stessa casa.

< Ti Amo, Elena ! >, dissi come tornando da un mondo lontano. Io e te, viviamo in un luogo senza tempo e senza età. Ho voglia dei tuoi baci, delle tue carezze, di andare lontano con te, salire, come un bambino su un aereo di una giostra, sopra quel ciuffo di nuvole bianche che insegue il sole,come io inseguo te, l’amore mio, e vuole raggiungerlo, in vicinanza del mare, prima che si nasconda nell’acqua e faccia buio.

La palla rossa infuocata sta tagliando lo specchio del mare Jonio, dopo qualche secondo si nasconderà agli occhi.

Sento un nodo alla gola, sento l’amore, riesco a trattenere la mia eterna emozione di tenerti con le braccia attorno alla tua vita, stretta a me, mentre seduti sulla sabbia osserviamo il tramonto prima di tornare a casa … pensa, tra qualche ora lo vedranno altri innamorati e magari come noi sfioreranno il cielo, le nuvole basse, e avranno le nostre stesse identiche nostalgie e emozioni.

Emozioni che ci porteremo dentro per sempre!